Il Banchetto in Etruria.

La calda luce delle fiaccole, il gioco di luci e ombre sulle pareti decorate e adorne di ghirlande, il suono dolce dell’aulós, il crepitio del fuoco, il profumo delle carni arrostite, le voci dei commensali, l’aroma inebriante del vino, i colori delle vesti leggere delle danzatrici: ai nostri occhi si svelano i dettagli della vivace atmosfera che animava banchetti e simposi nel mondo antico. Proprio come si procede in una ricetta che prevede ingredienti sapientemente miscelati, anche in questo caso lo studio della cultura materiale, aggiunto ad un pizzico di dettagli tratti dalle fonti letterarie, sono gli elementi principali per poter ricostruire e rivivere le cerimonie del passato.

Non vi siete mai chiesti che cosa mangiassero gli antichi e cosa si portasse a tavola in occasioni speciali? Non vi siete mai chiesti che atmosfera si respirasse durante banchetti e simposi? Se siete curiosi, mettetevi comodi: ho scelto di raccontarvi uno spaccato della società etrusca attraverso alcune tra le testimonianze più note che il tempo ha gelosamente custodito.

Etruria. Dieta e alimenti.

In Etruria, la qualità e la quantità del cibo variavano sostanzialmente in base alla classe sociale di appartenenza. Per quanto concerne la qualità delle pietanze e degli alimenti, esami su reperti faunistici recuperati in ambienti domestici hanno permesso di stabilire che l’aristocrazia si cibasse prevalentemente di proteine nobili animali, a differenza di quanto accadeva per la plebe che invece si nutriva quasi esclusivamente di proteine di origine vegetale.[1] Per quanto riguarda, invece, la quantità di cibo consumata, le occasioni in cui a tavola si eccedeva erano banchetti e simposi, ovvero occasioni extra-ordinarie di appannaggio esclusivo dell’aristocrazia, vissute come forme di connotazione sociale, ovvero dimostrazioni, ostentazioni di ricchezza ed opulenza.

La paleonutrizione, ovvero lo studio dell’alimentazione antica basato su resti faunistici e su reperti osteologici, offre una curiosa serie di informazioni che contribuiscono ad approfondire le conoscenze a proposito della dieta degli antichi; ad esempio, ossi di selvaggina, di bovini, ovini e suini, recuperate in contesti domestici, così come calderoni di bronzo, alari, graticole e spiedi suggeriscono che le carni venissero cotte o arrostire direttamente sul focolare della casa. Oltre alla carne, anche il pesce era molto richiesto e consumato; fonti (Strab., V, 2, 6; V, 2, 8 – V, 2, 9) narrano di luoghi di vedetta per l’avvistamento del passaggio dei tonni sui promontori del Mar Tirreno e tecniche di ripopolamento dei laghi d’Etruria con pesci d’acqua salata.[2]

Un altro alimento assai diffuso e presente sulle tavole era il formaggio; il latte di ovini, bovini e caprini veniva lavorato così magistralmente dai pastori che nelle città d’Etruria sorsero botteghe tanto rinomate da dare vita a tradizioni che, ancora in età imperiale, non si erano perse.[3] A questo proposito, Plinio (Nat. Hist., XI, 241) e Marziale menzionano i formaggi di Luni che, secondo alcuni, potrebbero essere considerati gli antenati del nostro Grana Padano.[4] Grandi dolia per la conservazione delle derrate alimentari, recuperati in appositi ambienti della casa, così come pestelli, macine in pietra ed olle in impasto attestano coltivazioni intensive[5] e suggeriscono che in ambiente domestico ci si occupasse di lavorare i cereali per preparare zuppe o per farne farine.[6]

Il tutto era poi accompagnato da frutta e verdure di stagione: rinomata era la frutta secca che venne poi esportata a Roma ed utilizzata come ingrediente base per la preparazione di pietanze dolci.[7] Dal VII sec. a.C. in Etruria si cominciò a produrre anche vino e olio d’oliva;[8] tutt’oggi, i paesaggi toscani, costellati da distese di vigneti e oliveti, sono il lascito di una produzione intensiva che si è poi tanto radicata nella cultura di questi luoghi, senza soluzione di continuità.

Le fonti.

Dalla prima metà del VII sec. a.C., a seguito del contatto con i coloni greci sulle coste dell’Italia meridionale, in Etruria ci si lasciò influenzare da un nuovo stile di vita che faceva dell’alimentazione extra-ordinaria, banchetti e simposi, un momento ed un’occasione di riconoscimento sul piano sociale.[9]

Le maggior parte delle fonti che ci permettono di ricostruire gli aspetti culturali legati al cibo in Etruria sono però molto tarde e risultano anche particolarmente ostili; Posidonio[10] (ap. Diod. Sic., V, 40, 4), nel descrivere gli Etruschi a tavola, non si è sprecato in osservazioni che oserei definire pungenti ed infamanti, con toni esageratamente maliziosi e decisamente negativi, mosso da spirito propagandistico finalizzato a screditare moralmente una civiltà assoggettata con difficoltà al potere di Roma. Grottesco è il commento di Catullo (XXXIX, 11) che paragona maliziosamente l’etrusco obesus, dedito esclusivamente ai piaceri della buona tavola, all’umbro parcus, morigerato ed equilibrato.[11]

A questo punto, la domanda è lecita: per quale motivo buona parte della letteratura si è schierata così aspramente contro la società etrusca? La risposta è sotto gli occhi di tutti; è sufficiente, infatti, soffermarsi coscienziosamente su alcuni dettagli. Si pensi all’iconografia del frontone della camera sepolcrale della Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia, in cui è raffigurata una scena conviviale (fig. 1); nei gesti affettuosi dei due soggetti rappresentati viene riconosciuta una coppia di coniugi a tutti gli effetti, in cui la donna, semisdraiata sulla kline e stretta nell’abbraccio affettuoso del marito, sembra sostanzialmente usufruire degli stessi diritti dell’uomo per il fatto che non le venga vietata la partecipazione al banchetto e che, addirittura, le venga permesso di sdraiarsi al fianco del consorte.

In ambito greco e romano le uniche figure femminili ammesse a partecipare attivamente a tali occasioni erano etère, ossia cortigiane, licenziose intrattenitrici, prostitute raffinate che potevano consumare i pasti, bere il vino e sdraiarsi sui letti assieme agli uomini. Questa discrasia fu il motivo che spinse storici di II e I sec. a.C., legati alla morale tradizionale del mos maiorum, a criticare aspramente la società etrusca, ritraendo in particolare le donne come meretrici, dedite esclusivamente ai piaceri della tavola e ad intrattenere i commensali, senza alcun pudore; questa condotta lascivia, priva di morale, avrebbe poi condotto gli Etruschi al fallimento sul piano sociale e politico, consegnandoli, dunque, nelle mani di Roma.

Chiaramente, questa ritrosia non è che il risultato di una interpretazione distorta della realtà, motivata da fini propagandistici e dettata da una profonda avversione nei confronti di un popolo assoggettato difficilmente al potere sempre più crescente di Roma in espansione. Cerchiamo dunque di restituire dignità ad una società descritta malignamente con i toni foschi di una critica distruttiva, lasciando la parola alla cultura materiale.

Etruschi a banchetto.

Caliamoci, dunque, nell’atmosfera di una casa aristocratica per rivivere atmosfere, rievocare profumi, sapori, e musiche di cui affreschi, rilievi ed iscrizioni ci hanno lasciato preziose tracce. Il pensiero corre subito alla Tomba dei Rilievi della necropoli della Banditaccia di Cerveteri,[12] poiché offre la giusta ambientazione entro cui collocare l’opulenza di un banchetto sontuoso; si tratta, infatti, di struttura funeraria che ricalca fedelmente un ambiente domestico in cui è collocata una fitta serie di suppellettili e utensili, realizzati a rilievo, che trovano spazio sulle pareti. In un ambiente così strutturato, la famiglia dei Matuna ci avrebbe accolto in uno spazio in cui avremmo trovato le klinai dei commensali, un grande cratere colmo di vino speziato e la tavola imbandita di pani e focacce, coppe su alto piede, kyathoi, kantharoi e kilikes, piatti decorati ricchi di carni allo spiedo e vassoi strabordanti di frutta fresca, secca e verdure di stagione.

Gli affreschi delle tombe tarquiniesi della necropoli di Monterozzi[13] offrono altri spunti utili per ricostruire quanto più fedelmente possibile una scena conviviale; il già citato frontone della camera sepolcrale della Tomba della Caccia e della Pesca contribuisce ad una dettagliata ricostruzione e contestualizzazione di un banchetto aristocratico.[14]

Tomba della Caccia e della Pesca, particolare del frontone della seconda camera. Intorno al 520 a.C. Necropoli di Monterozzi, Tarquinia. Da Tomba della Caccia e della Pesca, particolare del frontone della seconda camera. Intorno al 520 a.C. Necropoli di Monterozzi, Tarquinia.

La struttura, datata attorno al 530 a.C.,[15] si compone di due camere in asse tra loro interamente dipinte ad affresco con scene che narrano la quotidianità dell’aristocrazia etrusca, ovvero di quella ristretta cerchia di famiglie detentrici di un forte controllo territoriale, arricchitesi grazie a floridi commerci, che fecero di banchetti e simposi momenti di esaltazione di princìpi in cui riconoscersi come clan. Il frontone della Tomba rappresenta una sorta di fermo immagine di un momento di intima complicità tra due coniugi; moglie e marito sono sdraiati sulla kline, sul fianco sinistro, comodamente appoggiati su morbidi cuscini colorati.

La donna, avvolta in vesti sgargianti e con un mantello in verde oliva, porta il tutulus, un copricapo di origine orientale, e indossa sandali a punta, i calcei repandi; splendidi orecchini a disco, realizzati a granulazione, le illuminano il viso. L’uomo, invece, raffigurato con barba e capelli lunghi, si presenta a torso nudo e con una estrosa collana di bucrani. Il banchetto si tiene entro un ambiente riccamente decorato di ghirlande appese alle pareti, preparate da ancelle ancora a lavoro ai piedi del letto. Gli affreschi della Tomba incarnano dunque il concetto di otium aristocratico, di cui il banchetto diventa forse il momento più alto e più emblematico.

Le pareti della Tomba degli Scudi,[16] uno dei più famosi sepolcri di Tarquinia datato al IV sec. a.C.,[17] (fig. 2) sono decorate con una serie di coppie[18] a banchetto, tra cui si riconoscono i proprietari della struttura, i coniugi Laris Velcha e Velia Sethiti, semisdraiati sulla kline coperta di stoffe riccamente decorate in svariati colori; davanti a loro si nota una tavola in legno, apparecchiata per la cerimonia, con pani e focacce. L’uomo e la donna sono ritratti in atteggiamenti rilassati che lasciano trasparire una forte complicità: Laris sta infatti donando a Velia un uovo, simbolo propiziatorio di fertilità e abbondanza.[19]

Tomba degli Scudi, Laris Velcha e Velia Sethiti, a banchetto. Seconda metà del IV sec. a.C. Necropoli di Monterozzi, Tarquinia. Da Bianchi Bandinelli – Torelli 2010, tav. 152.

Anche la scultura ha custodito informazioni preziose sotto forma di urne funerarie di rara e straordinaria bellezza.

Il sarcofago degli Sposi, ritenuto il capolavoro della plastica fittile di VI sec. a.C., è un cinerario appartenente ad una serie di urnette di età arcaica dalle quali si distingue per le dimensioni eccezionali. L’opera, datata attorno al 520 a.C., proviene da una tomba di Cerveteri e rappresenta una coppia di coniugi a banchetto, la cui iconografia ricorda la scena raffigurata sul frontone della Tomba della Caccia e della Pesca. La donna, vestita con tutulus e calcei repandi, è semisdraiata sulla kline assieme al marito che la cinge in un tenero abbraccio; nelle mani dei coniugi, raffigurate in un gioco di intrecci maliziosi, sembra possibile scorgere un atteggiamento amorevole che lega intimamente i due personaggi.[20]

La coppia è raffigurata con una straordinaria minuzia di particolari: uomo e donna si rilassano su una sorta di alto e soffice materasso coperto da stoffe che ricadono morbidamente verso il basso e su una serie di cuscini impreziositi da semplici ed eleganti ricami. La maestria dell’artigiano che ha realizzato il sarcofago si esplica anche nella realizzazione della kline: si nota infatti che il letto poggia su quattro zampe intagliate con fini decorazioni a palmetta, motivo decorativo utilizzato per la lavorazione eburnea.

Sarcofago degli Sposi, ultimo quarto del VI sec. a.C. Caere. Roma, Villa Giulia. Da Camporeale 2004, tav. 85.

Suggestivi, infine, sono i sarcofagi di Larthia (figura 4) e Thanunia Seianti, donne aristocratiche a banchetto, sorelle appartenenti ad una delle più ricche famiglie dell’etrusca Chiusi, i cui nomi sono ancora leggibili sulle iscrizioni graffite lungo i lati principali delle urne (figura 5); entrambe le opere, datate attorno al 150/130 a.C. ed esposte, rispettivamente, al Museo Archeologico Nazionale di Firenze (Larthia) e al British Museum (Thanunia), sono considerate capolavori della plastica chiusina in terracotta.[21] La particolarità dei due sarcofagi, oltre alla forte e sgargiante policromia con cui sono decorati, risiede nel fatto che entrambi ritraggono donne aristocratiche a banchetto in atteggiamento solenne e rilassato, in cui è davvero difficile, se non impossibile, scorgere i tratti più licenziosi di una meretrice.

Sarcofago di Larthia Seianti, 150/130 a.C. Chiusi. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Ph/ Gemma Bechini
Sarcofago di Larthia Seianti. Iscrizione del nome sul lato principale dell’urna, 150/130 a.C. Chiusi. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Ph/ Gemma Bechini

Larthia e Thanunia, infatti, dai volti di una bellezza disarmante e idealizzata, sono avvolte in vesti dai drappeggi elaborati e sinuosi, sono adorne di armille, diadema, orecchini e collana, e sono semisdraiate sulla kline, colte nell’attimo n cui, con una mano, stanno scostando il mantello dalla fronte probabilmente per ammirarsi allo specchio tenuto sulla sinistra. I due sarcofagi ci restituiscono, dunque, due figure matronali che, attraverso vesti e gioielli, esibiscono con vanto il loro status; due figure che, partecipando attivamente al convivio, dimostrano di possedere gli stessi diritti dell’uomo sul piano sociale.

Concludendo, Larthia, Thanunia e gli affreschi raffiguranti coppie coniugali a banchetto sono splendide manifestazioni della civiltà etrusca che, con acume, ha adottato usi e costumi del mondo greco – orientale, senza che questa compenetrazione implicasse la rinuncia ad un insieme di valori e virtù su cui si reggeva la società. In poche parole, l’élite etrusca ha tratto il meglio dal mondo che le era contemporaneo, senza che ciò portasse ad una cancellazione totale della propria identità; questo aspetto l’ha resa unica e, al contempo, tanto scandalosa agli occhi di Roma che, dopo la conquista di Veio del 396 a.C., inaugura una sorta di politica moralizzatrice nei confronti di un popolo tanto più contemporaneo di quanto si possa credere leggendo le fonti.

Adattando le parole di Catullo[22] a questa circostanza, potremmo chiudere rivolgendoci direttamente alle voci maledicenti:

Rumoresque senum severiorum

Omnes unius aestimemus nulla.

[…]

Le proteste dei vecchi tanto austeri,

tutte, dobbiamo valutarle nulla.

 

NOTE:

[1] Camporeale 2004, pp. 177 ss.; Marziale (XIII, 8,1), ad esempio, accenna ad una polenta tipica di Chiusi, consumata esclusivamente dalle classi meno abbienti.

[2] Camporeale 2004, pag. 178.

[3] Camporeale 2004, pp. 177 ss.

[4] Camporeale 2004, pag. 179.

[5] Chicchi di grano carbonizzati attestano che già a partire dal II millennio a.C. si coltivavano cereali; dal I millennio a.C., con l’introduzione di attrezzi in ferro, si perfezionò la tecnica e, di conseguenza, si intensificò la produzione e la raccolta dei cereali.

[6] Camporeale 2004, pag. 179; Marziale narra, ad esempio, che uno dei piatti preferiti dagli Etruschi fosse la minestra di farro.

[7] Carazzali 2017.

[8] Camporeale 2004, pp. 177 ss.

[9] Camporeale 2004, pp. 177 ss.

[10] L’omnium maledicentissimus Posidonio (ap. Diod. Sic., V, 40, 4) accusa gli Etruschi di essere forti bevitori, dediti solo ai piaceri della vita, al punto che la condotta immorale e lascivia li avrebbe condotti alla decadenza morale e poi politica.

[11] Camporeale 2004, pp. 177 ss.

[12] La Tomba è datata alla seconda metà del IV sec. a.C.; per approfondimenti, Camporeale 2004, pp. 225 ss.

[13] Camporeale 2004, pp. 244 ss. Le prime testimonianze di pittura parietale a Tarquinia, considerate vere e proprie ostentazioni di status symbol da parte dei proprietari delle strutture, si datano tra la fine del VII e la prima metà del VI sec. a.C. Dopo l’occupazione dell’Asia Minore da parte dei Persiani, avvenuta nel 546 a.C., artisti greco – orientali migrarono verso le coste etrusche e, probabilmente, dipinsero proprio a Tarquinia; lo stile e l’ideologia che sottendono alle rappresentazioni di giochi, di caccia e danza tradiscono, infatti, aperture al mondo foceo, samio e nord ionico. Nel periodo compreso tra gli ultimi decenni del VI e i primi del V sec. a.C., la pittura funeraria tarquiniese restò ancorata ad una tradizione arcaica ma cominciò ad aprirsi anche ad esperienze attiche; in questo senso, un tema ricorrente è il simposio e il banchetto a cui partecipano i membri del nucleo familiare, proprio come nel caso della Tomba della Caccia e della Pesca.

[14] Steingraber 1985, pp. 299 ss.

[15] Bianchi Bandinelli – Torelli 2010, tav. 94.

[16] Camporeale 2004, pp. 244 ss.; tav. 160 a-b.

[17] Bianchi Bandinelli – Torelli 2010, tav. 152.

[18] Bianchi Bandinelli – Torelli 2010, tav. 152. Le coppie a banchetto sono tutte raffigurate con in maniera simile: gli uomini, con corone, sono avvolti in mantelli che lasciano scoperto il petto, le donne sono invece sedute sulle klinai e sono vestite con chitone e mantello, gioielli e diadema.

[19] Steingraber 1985.

[20] Bianchi Bandinelli – Torelli 2010, tav. 78.

[21] Bianchi Bandinelli – Torelli 2010, tav. 181.

[22] Carme V, Liber Catulliano.

 

Bibliografia

Bianchi Bandinelli – Torelli 2010

Bianchi Bandinelli, M. Torelli, L’arte dell’antichità classica. Etruria – Roma, Torino 2010.

Camporeale 2004

Camporeale (a cura di), Gli Etruschi. Storia e civiltà, Torino 2004.

Carazzali 2017

Carazzali (a cura di), Introduzione, L’arte culinaria. Manuale di gastronomia classica, Milano 2017.

Martelli 2000

Martelli (a cura di), La ceramica degli Etruschi. La pittura vascolare, 2000.

Steingraber 1985

Steingraber, Catalogo ragionato della pittura etrusca, 1985.

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Gemma Bechini

Gemma Bechini nasce a Pistoia il 30/07/1986. Dopo aver perseguito la maturità classica presso il Liceo Carlo Lorenzini di Pescia, ha conseguito la Laurea Triennale in Storia e Tutela dei Beni Archeologici in data 5/11/2009, presso l’Università degli Studi di Firenze, presentando una tesi in Etruscologia (“Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia”, 105/110). Ha successivamente conseguito la Laurea Magistrale in Archeologia nello stesso ateneo, in data 15/10/2012, curriculum classico, , presentando una tesi in Etruscologia (“Tipologia delle coppe da Poggio Civitella, Montalcino – Siena”, 109/110). Durante la carriera universitaria ha effettuato tirocinio partecipando a quattro campagne archeologiche: Gavorrano – Castel di Pietra (luglio 2008), Populonia (settembre 2010), Monte Giovi (ottobre 2010), Tarquinia – Tumulo della Regina (agosto 2012). Ha partecipato a titolo di guida museale per conto del F.A.I., in occasione delle Giornate di Primavera (23 e 24 marzo 2013). È iscritta al G.A.R.S. da ottobre 2012 ed ha partecipato come relatrice ai convegni: “Donna in Cammino, un viaggio nella storia attraverso le culture” in data 11/05/2013, presentando un lavoro sulla figura della donna in Etruria e “Pescia ed il suo territorio: novità archeologiche, artistiche e naturalistiche”, concentrandosi sullo studio di evidenze etrusche dal colle di Speri, in data 22/06/2013. Attualmente iscritta al secondo anno in corso presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università degli Studi di Firenze, ha preso parte al Corso di Perfezionamento in Conservazione dei Beni Culturali, presso lo stesso ateneo (dipartimento di Architettura), nel periodo marzo – maggio 2013, e al Corso Laser Scanner 3D – Metodologia di lavoro: dall’acquisizione sul campo, all’elaborazione dati”, tenutosi in data 23/09/2013 presso la sede Microgeo S.r.l., Campi Bisenzio. Continua a collaborare con il gruppo G.A.R.S. di Pescia per la riapertura del Museo Civico di Scienze Naturali.

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