La Chimera ed il mito di Bellerofonte

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Ad Arezzo, nel lontano novembre 1553, nel corso di lavori per la costruzione di fortificazioni medicee in zona Porta San Lorentino, alla periferia della cittadina, fu recuperato il magnifico bronzo oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Firenze: la Chimera.

È considerato tra i più grandi capolavori dell’arte della lavorazione dei metalli, indubbiamente uno tra i più noti al grande pubblico ed entrato ormai nell’immaginario collettivo come simbolo affascinante non solo di una città ma anche e soprattutto del mondo e della cultura etrusca. Con l’obiettivo di stimolare la curiosità e l’interesse verso questo capolavoro, non mancando di accennare al mito della Chimera e Bellerofonte, si offre un quadro esaustivo dell’opera. Fin dal VII sec. a.C., la città di Arezzo sembra essere un centro di primo ordine nella lavorazione dei metalli, in forte concorrenza con Volterra, poiché, data la frequenza di ritrovamenti di suppellettili in bronzo, si ritiene che le zone immediatamente limitrofe al centro fossero molto generose in quanto a materie prime. Non a caso, attorno ai monti Rognosi, oggi riserva naturale di 171 ettari, si conoscono vene di metalli ferriferi e cupriferi che, con alta probabilità, possono essere state sfruttate dagli artigiani della cittadina per il reperimento dei metalli; il ché costituisce un dato di importanza primaria nella ricostruzione degli aspetti economici della città, nonché, conseguentemente, della nascita e dello sviluppo del centro (G. CAMPOREALE 2004, pp. 333 ss.). L’antica Arezzo nasce su un’altura protetta naturalmente da dolci pendii e bagnata da corsi d’acqua, tra cui il Chiana; il centro moderno insiste su quello antico e domina a nord il Casentino ed il medio Valdarno, ad ovest le dolci colline del Chianti, ad est le valli che portano al Tevere e a sud, per l’appunto, tutta la Valle del Chiana. Alla facies villanoviana, che dal IX sec. a.C. si protrae a tutto l’VIII sec. a.C., viene fatto risalire un sepolcreto identificato in località Caselle, lungo la via Fiorentina, da cui provengono fibule bronzee e cinturoni. Al primo orientalizzante, ossia dal VII sec. a.C. agli inizi del VI sec. a.C., sono datati bronzetti votivi filiformi in stile geometrico, di soggetti sia maschili sia femminili, dalla testa sferoidale con sommari accenni fisionomici. Ma almeno fino agli inizi dello stesso secolo non sembra che si possa ipotizzare la nascita di un vero e proprio centro urbano; è infatti ai primi decenni del VI sec. a.C. che in località Poggio del Sole, a nord ovest dell’abitato, viene datata una necropoli, nettamente separata dall’abitato che invece si concentra nell’attuale zona di S. Jacopo da cui derivano antefisse a figura umana intera e sime rampanti datate fino a tutto il V sec. a.C. Il recupero di bronzetti votivi di vario genere in grande quantità ha permesso di identificare santuari in località San Bartolomeo e Fonte Veneziana. A questo proposito, alla fine del V/inizi del IV sec. a.C. risalgono suppellettili e doni votivi recuperati nell’area cittadina, nonché ceramica a vernice nera la cui produzione si protrae fino al I sec. a.C., quando viene rimpiazzata dalla ceramica corallina. Dal IV/III sec. a.C. la città sembra aver assunto un atteggiamento filoromano; lo dimostra il fatto che gli aretini sono stati gli unici tra i popoli d’Etruria a non approfittare delle guerre sannitiche per minacciare Roma. Inoltre, al 302 a.C. si data una guerra intestina alla città, tra la fazione aristocratica e quella servile, che viene risolta grazie all’intervento di Roma che riporta l’aristocrazia al comando. Di questo episodio lascerebbe tracce un’epigrafe di età giulio–claudia, in cui si menziona un certo Aulo Spurinna, tarquiniese, che avrebbe fronteggiato la guerra. Non a caso, in diverse documentazioni epigrafiche, risultano nomi di personaggi romani appartenenti alla gens Spurinna. Dal III sec. a.C. la città gode di un particolare momento di floridezza a cui vengono fatti risalire complessi sacri, tra cui il più noto è stato identificato in località Castelsecco, in contesto fuori urbano che dista circa 3km dal centro, in direzione sud/est. Arezzo si dimostra ancora filoromana nel 205 a.C., quando si distingue dalle altre città etrusche per aver donato ingenti quantità di frumento ed armi a Publio Cornelio Scipione che stava preparando la guerra contro Annibale. Il fatto che la città di Arezzo fosse un centro di primo ordine lo dimostra anche la semplice constatazione che dal II sec. a.C. viene raggiunta da strade consolari, tra cui la Cassia nel 171 a.C. Dopo la guerra sociale dell’88 a.C., la città viene ascritta alla tribù Pontina, messa a ferro e fuoco dall’esercito vittorioso di Silla e, 6 anni più tardi, precisamente nell’82 a.C., diventa colonia militare con il nome di Arretini Fidentiores e poco dopo viene insignita del titolo di colonia cesariana. Dal I sec. a.C. la città si fa conoscere al mondo antico grazie alla produzione di ceramica sigillata, anche nota in letteratura come “ceramica aretina”; utilizzata per la dispensa, si classifica come un prodotto di elite, un vero e proprio status symbol del proprietario e del benessere economico e sociale raggiunto. È una produzione molto particolare, dal caratteristico colore rosso, lucidata ed impreziosita con decorazioni a rilievo, impresse o applicate. Contemporaneamente la città si arricchisce di edifici pubblici, tra cui teatro, anfiteatro e terme ma questo benessere sembra cominciare ad affievolirsi agli inizi del II sec. d.C., quando viene lentamente messa in ombra dall’affermazione in campo politico di Florentia. La Chimera venne recuperata il giorno 15 novembre 1553, durante l’esecuzione di lavori per la realizzazione della fortezza medicea voluta da Cosimo I; una scultura in bronzo, imponente e maestosa sia nelle dimensioni (circa 65 cm. di altezza) sia nella resa plastica, che raffigura il mostro morente. Da subito suscitò grande interesse e curiosità; infatti, in Toscana fin dal 1400 era vivo un vero e proprio mito sugli Etruschi, un vero e proprio “revival”, al punto che nel passato glorioso dei propri antenati si ricercavano le legittimazioni del potere temporale, sulla stessa linea di pensiero secondo cui la Roma dei Papi nasceva sulle imponenti rovine della Roma dei Cesari. Quando i Medici si insediarono a Firenze, l’interesse per il mondo e per le antichità etrusche si mantenne vivo più che mai, tanto che si cominciò a paragonare il duca alla figura di Porsenna, monarca etrusco, nell’esplicito intento di mitizzare e glorificare non solo il passato ma anche e soprattutto il presente. Nacquero così i primi nuclei delle collezioni di oggetti antichi, recuperati casualmente in occasione di lavori, unici materiali di cui si disponeva per far luce sul passato ma anche per dare lustro alla famiglia di appartenenza. In questo clima di fervore nei confronti delle antichità, sentite come dei veri e propri tesori, sarà lo stesso Cosimo I che, affascinato dal mondo etrusco e dalla Chimera, si prenderà cura di restaurarla personalmente nel suo studiolo. A tale proposito, Benvenuto Cellini (scultore, orafo ed artista, 1500–1571), nella sua autobiografia “La Vita” (1558–1566) menziona il recupero dell’esemplare ed offre una curiosa immagine del duca: “essendosi in questi giorni trovato certe anticaglie nel contado d’Arezzo, in fra le quale si era la Chimera, ch’è quel lione di bronzo, il quale si vede nelle camere convicino alla gran sala del Palazzo; ed insieme con la detta Chimera si era trovato una quantità di piccole statuette, pur di bronzo, le quali erano coperte di terra e di ruggine, ed a ciascuna di esse mancava la testa o le mani o i piedi, il duca pigliava piacere di rinettarsele da per se medesimo con certi cesellini da orefice…” specificando che al momento, l’esemplare era stato trasferito nella stanza dei bronzi della “Real Galleria” (Galleria degli Uffizi). Il nome del mostro deriva dal greco Χίµαιρα, chímaira, che si traduce con “capra”. Non a caso, Omero descrive l’animale come un mostro dalla sola testa di leone, dalla coda di serpente ma dall’intero corpo di capra (Iliade, libro VI, 180 – 182.); il bronzo si presenta non dissimile dall’accenno sul poema, con la sola differenza che il corpo, interamente di leone, presenta una testa di capra sulla schiena.

Coppa attica a figure nere 575 a.C.
Coppa attica a figure nere 575 a.C.

Dall’anno della scoperta, il bronzo fu oggetto di restauri nel corso dei secoli; al momento del ritrovamento la statua si presentava mutila della coda che fu recuperata in un secondo momento e purtroppo, da come si deduce dalle iconografie, fu rimontata male, in quanto non avrebbe dovuto rivolgersi verso la testa di capra sulle sue spalle ma contro Bellerofonte, in un ultimo sforzo per istinto di sopravvivenza. La testa e le zampe sono invece frutto di restauri neoclassici.

Bassorilievo V Sec. a.C.
Bassorilievo V Sec. a.C.

Il Vasari, nella seconda metà del XVI sec. a.C., si interessò alla Chimera, in merito all’aperta questione dell’originalità dell’arte etrusca, ed afferma, con assoluta certezza, quanto segue: “si riconosce la perfezione di quell’arte essere stata anticamente appresso ai toscani, come si vede alla maniera etrusca.” Non è questo il contesto per aprire un dibattito circa le radici dell’arte etrusca e della sua evoluzione, ma è doveroso sottolineare che l’Etruria è tra le regioni che, dal primo millennio avanti Cristo, ha sviluppato una tradizione artistica vivace e poliedrica. Il grande pregio del popolo etrusco è stato quello di aprirsi al Mediterraneo, lasciando che la propria cultura recepisse esperienze straniere, in una commistione che ha prodotto risultati magnifici, tra cui proprio la Chimera. Il commercio ha giocato un ruolo chiave; fin dagli ultimi decenni dell’VIII sec. a.C., l’Etruria è stata raggiunta dai fenici e dagli euboici che hanno introdotto l’alfabeto greco ed il tornio. Dagli inizi del secolo successivo, nelle rotte commerciali si sono sostituiti i greci orientali e soprattutto i corinzi che hanno trasmesso agli etruschi l’arte della ceramografia. A questo proposito, si perde nella mitistoria la leggenda secondo cui sulle coste tirreniche sarebbe approdato Demarato, un commerciante di Corinto che assieme a Eucheir, Eugrammos e Diopos avrebbe introdotto l’arte della coroplastica, della scultura e della modellazione dell’argilla, da cui poi sarebbe fiorita la grande tradizione della ceramografia. Dunque, un profondo legame con la cultura greca, uno scambio culturale stretto e reciproco che ha reso l’arte etrusca unica nel suo genere. Il mito greco racconta che Bellerofonte, figlio di Glauco re di Corinto, essendosi macchiato della colpa infamante di aver ucciso il fratello, fuggì a Tirinto dove trovò ospitalità alla corte del re Preto, conosciuto come sacerdote espiatore di peccati. Stenebea, consorte di Preto, fin dal primo momento si innamorò di Bellerofonte ma poiché fu respinta dall’eroe, in preda all’ira e dall’orgoglio ferito, tramò una crudele vendetta contro di lui, ordinando a Preto di ucciderlo poiché, a suo dire, colpevole di averle fatto violenza. Così, Preto inviò Bellerofonte dal padre della donna, Iobate, al quale era stato segretamente ordinato di uccidere il giovane. Iobate però, frenato dalle leggi greche che vietavano l’uccisione di un ospite, pensò di risolvere la questione chiedendo a Bellerofonte di uccidere la Chimera, mostro che terrorizzava da secoli le tranquille ed indisturbate terre della Licia. In questo modo, il giovane sarebbe stato ucciso dal mostro e giustizia sarebbe stata fatta; l’orgoglio di Stenebea sarebbe stato riscattato ed i patti con Preto rispettati. Bellerofonte, però, con l’aiuto prezioso di Pegaso riuscì ad uccidere la Chimera con un colpo di lancia, dopo di ché tornò da Iobate il quale, meravigliato dell’impresa e della temerarietà del giovane, svelò le trame di Preto e Stenebea.

Pettine Attico
Pettine Attico
Mosaico Romano
Mosaico Romano

L’opera immortala lo scontro epico tra il mostro e l’eroe; la Chimera è ritratta sofferente, morente, mentre si ritrae in un atteggiamento di difesa. È ferita, il sangue sgorga abbondante e le vene sono messe in forte evidenza a sottolineare la tensione e lo sforzo della bestia prima che Bellerofonte, in sella al suo cavallo alato, Pegaso, sferri il colpo di grazia.

La Chimera
La Chimera

A questo proposito vale spendere qualche parola sulla figura epica dell’animale; donato all’eroe da Poseidone, è il più noto tra i cavalli alati nella mitologia greca. Secondo il mito, il cavallo nacque dal terreno bagnato dal sangue che sgorgava dalla testa recisa di Medusa, uccisa da Perseo, che per primo lo cavalcò per salvare Andromeda. Andromeda era stata esposta su uno scoglio per essere uccisa e divorata da un mostro mandato da Poseidone, ma Perseo, appena giunto in sella di Pegaso, si innamorò della donna e uccise il mostro marino che stava per divorarla, aiutandosi con la testa di Medusa da lui decapitata (Enciclopedia dell’arte antica.). Fu poi cavalcato da Bellerofonte che lo ricevette in dono da suo padre Poseidone, dio del mare, che lo assistette nell’epica battaglia contro la Chimera. Ed è proprio il momento della morte che viene immortalato dalla statua in bronzo; le fauci, spalancate in un ultimo ruggito di dolore, lasciano mostrare i denti in un atteggiamento minaccioso e di sfida, come se il mostro stesse per sferrare un ultimo attacco, mentre ormai la testa caprina sulla schiena è morente e quasi totalmente reclinata sul fianco sinistro. Nelle zampe, dagli artigli ben piantati a terra, sta tutta la ferocia della bestia che nonostante stia morendo sotto i colpi di lancia, non si dà per vinta e sembra pronta ad attaccare di nuovo, con impeto e violenza. La statua è una sorta di “fermo immagine” di un momento di alto pathos, azione e concitazione; dunque, efficace rappresentazione di un mostro che sembra stia per prendere vita. In considerazione di quanto recitava il mito, è stato ipotizzato che l’opera facesse parte di uno splendido gruppo statuario che avrebbe dunque visto Bellerofonte in sella a Pegaso dalle ali spiegate e la Chimera morente, ma alla luce di due semplici considerazioni manca (e sempre mancherà) la certezza sull’effettiva realizzazione di un siffatto capolavoro di bronzistica: innanzitutto, non sono testimoniati ulteriori ritrovamenti in zona, per cui sembrerebbe che la Chimera stesse, lei sola, a rappresentare il mito. Inoltre, dato non meno importante, sulla zampa destra dell’animale è stata incisa una iscrizione che recita “TINSCIVIL” o “TINS VIL” ed è traducibile come “in dono al dio Tin”, una delle massime divinità del panteon etrusco; si crede che si tratti di una dedica ed è proprio grazie a questo elemento che si ritiene che la statua sia una offerta votiva a sé stante, voluta da un privato cittadino etrusco che commissiona l’opera alla bottega di bronzisti greci per fare un’offerta al dio.

La Chimera - Dettaglio
La Chimera – Dettaglio

Dunque, una specie di voto in onore della divinità, per una grazia ricevuta o per propiziare un avvenimento.
Considerate le dimensioni notevoli dell’opera, per l’impegno di materiale e di mano d’opera, si ritiene che sia frutto di una bottega locale, insediatasi nel cuore della cittadina di Arezzo, probabilmente capolavoro di artisti greci; sono infatti notevoli gli influssi arcaici che si riscontrano, ad esempio, nella particolare resa della criniera a ciocche “a fiamma”, simile a modelli scultorei e iconografici di V sec. a.C. 6 Ma non solo; la minuzia di particolari con cui è reso il corpo sublima aspetti arcaici, appena descritti, con aspetti naturalistici: si noti, non a caso, il costato messo in evidenza e la resa delle zampe e del muso leonino che sono stati immortalati in un momento estremamente drammatico in cui sembra effettivamente di essere in presenza di un leone in carne ed ossa. Inoltre, la secchezza del corpo, decisamente austera e rigorosa, ma efficace a tal punto da rendere estremamente realistica la figura del mostro, denota un gusto tipicamente “severo” (Lo Stile severo è una fase della cultura e della scultura greca, databile dal480 al450a.C.8R.BIANCHIBANDINELLI–NDINORELLI,1976.), che riprende canoni stilistici della grande Atene di Clistene. La commistione che dunque si riscontra nell’opera e che sublima stile naturalistico, arcaico e severo, tipica del gusto etrusco di IV sec. a.C., permette di datare l’opera attorno al 380/360 a.C.; la cronologia è confermata anche dalla paleografia dell’iscrizione sulla zampa (R. BIANCHI BANDINELLI – NDINORELLI, 1976.).

BIBLIOGRAFIA:
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R.BianchiBandinelli–M.Torelli,“L’arte dell’antichità classica.
Etruria–Roma”,1976.

G.Camporeale,“Etruschi. Storia e Civiltà”,2004.

M.Moretti,“Nuovi Monumenti della Pittura Etrusca” 1966.

S. Steingraber, “Catalogo Ragionato della Pittura Etrusca”,
1985.

S.Steingraber,“Affreschi Etruschi” 2006

 

 

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EM n°7 – gennaio 2014

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