Human remains. Il Museo Egizio è sempre fonte di nuove riflessioni

Dalla prima mostra che raccontava di culture diverse che si sono compenetrate grazie alle vele e al buon vento del Mediterraneo, passando per un punto di vista originale sulle antiche statue sfregiate dal tempo e dall’azione volontaria dell’uomo, per arrivare all’attuale esposizione, Archeologia Invisibile, dove i reperti ci raccontano le loro storie più…intime, grazie all’uso sapiente delle più moderne tecnologie.

La foto mostra una la testa di una mummia integra conservata al Museo del Louvre di Parigi. Particolare e raro l’intreccio di tessuto che ricopre il viso. Credits: Paolo Bondielli

E poi si è concluso da qualche giorno Human remains, un viaggio in più tappe che affronta il tema dei resti umani in ambito museale, la loro esposizione e il loro uso come materiale di studio.

Un tema tutt’altro che banale, che non può essere risolto guardando ai due estremi: non si espone nulla o facciamogli di tutto, ma che richiede un approfondimento che deve andare oltre il mero risultato scientifico – a cui ogni istituzione museale giustamente ambisce – senza tuttavia sconfinare nella platealità o in un’inopportuna sovresposizione.

Conosceremo a breve i contributi degli studiosi che hanno partecipato a questo convegno, raggiungendo via Accademia delle Scienze da luoghi anche molto lontani e avremo modo di capire a quali conclusioni sono arrivati.

Non ero presente, ma il tema mi ha colpito molto ed ha velocemente riportato al centro della mia attenzione uno dei più immediati e noti link all’antico Egitto, la mummia, “Human remains” per eccellenza, e la sua percezione nell’immaginario collettivo dall’Ottocento ad oggi.

Questa particolare mummia appartiene alla Tomba degli Ignoti, così chiamata perché il corredo funerario, se pur ritrovato intatto, non ha restituito il nome del proprietario. Risale all’Antico Regno ed è custodita al Museo Egizio di Torino. Credits: Paolo Bondielli

Credo che si possa individuare un punto di partenza nell’ultimo giorno di novembre del 1823, in una Parigi ancora priva della sua Torre e con l’impenetrabilità della scrittura geroglifica sconfitta da Champollion appena un anno prima.

Attore non protagonista dei fatti un poliedrico studioso francese, Frederic Cailliaud; attrice protagonista una mummia egizia in uno straordinario stato di conservazione, risalente ad un periodo storico durante il quale l’Egitto era governato dai Greci prima e dai Romani poi (IV secolo a.C. – VII sec. d.C.).

Cailliaud, dinanzi ad un pubblico curioso e trepidante, liberò dalle bende il corpo di quell’uomo antico e probabilmente non si rese neppure conto che quel suo gesto avrebbe liberato ben più che dei resti umani, per avviare un percorso evolutivo della mummia forse poco noto, ma di sicuro singolare.

Curiosamente a darne notizia fu il Salem Observer Journal nel New Hampshire (USA), che scrive: “Una benda esterna fu tolta e attorno al corpo rimase un telo ricoperto di geroglifici poco osservati in Egitto. Sotto c’erano altre bende, insudiciate e che formavano il primo involucro, che furono facilmente rimosse […] il settimo e ottavo strato era saturo di bitume nero e formava sei pezzi differenti, attaccati insieme col balsamo. Dopo di che veniva una sottile copertura e poi il corpo…”.

La velocità con la quale una notizia non legata a fatti politico-economici superò l’ostacolo dell’Oceano, in un tempo in cui “notizia in tempo reale” era un concetto sconosciuto, dà la misura del grande interesse che suscitò fin da subito questo particolare aspetto dell’antico Egitto.

Scorcio del laboratorio di restauro delle mummie animali del Museo Egizio di Torino. I visitatori possono assistere alle operazioni di restauro eseguite dal personale del museo attraverso un vetro. Credits: Paolo Bondielli

Non era necessario conoscere le complesse vicende legate al mito e alla religione egizia per cogliere il proprio dramma esistenziale riflesso in quel corpo avvolto nelle bende, legato ad una vita che ci è stata data con una scadenza certa e la data ignota.

Gli Egizi cercarono di risolvere questa tensione considerando la morte come un punto di partenza, un bivio dove i princìpi vitali si separavano dal corpo per seguire un percorso di trasfigurazione, per ritrovare alla fine il medesimo corpo – preservato appunto grazie ai processi di mummificazione – per poi vivere in esso e con esso eternamente.

Le “guide per l’aldilà”, vergate su papiro o dipinte sulle pareti delle sepolture dei re, ci mostrano chiaramente quanto complesse furono le speculazioni teologiche create nel tentativo di garantirsi l’immortalità.

Il defunto doveva attraversare mondi pericolosi varcando porte e caverne sorvegliate da creature pronte a sbranarlo o attraversare su di una speciale barca pericolosi luoghi d’acqua protetto da una schiera di divinità, per giungere infine nella Sala del Giudizio di Osiri: il suo cuore veniva pesato e se fosse stato “leggero” come una piuma tutto si sarebbe compiuto. Seduce la contrapposizione tra la “pesantezza del cuore”, ancora oggi indicativa di una condizione di colpa, e la leggerezza della piuma, tratto distintivo di un concetto complesso legato all’ordine e all’armonia, la Maat, che con eccessiva semplicità definiamo “divinità” e che invece somiglia più ad un insieme di regole del gioco, a cui anche le divinità stesse dovevano rigorosamente attenersi.

Questi concetti, che nel secolo precedente avrebbero trovato un ostacolo invalicabile nell’Illuminismo e nel Neoclassicismo, trovarono invece terreno fertile nel Romanticismo che ormai si andava diffondendo in gran parte d’Europa. Al razionale e alla ricerca della bellezza definita dai parametri classici, si andava sostituendo una serie di pensieri legati all’emotività, all’immaginazione e alla fantasia.

Schopenhauer (1788-1860) sosteneva che l’uomo non trovasse soddisfacente l’ambito finito della propria esistenza; le risorse del conosciuto erano così insufficienti da farlo protendere verso l’infinito.

Nasce così, dopo soli 4 anni dall’esperimento di Cailliaud, il primo romanzo che vede come protagonista principale una mummia egizia, ambientato per altro in una cupa e immorale Londra del 2126! Un romanzo di fantascienza dunque, scritto da Jane Webb Loudon, quando ancora questo genere letterario non esisteva.

La mummia è quella di re Cheope che viene svegliato dal sonno eterno per cercare di porre rimedio alla deriva morale della città e che si pone, contrariamente all’accezione moderna, come elemento positivo.

Théophile Gautier scrisse addirittura due romanzi la cui storia si basava su intrecci amorosi tra uomini e mummie e persino Edgar Allan Poe, considerato l’inventore del genere Horror, scrisse un racconto su una mummia con cui era possibile chiacchierare amabilmente, dopo che era stata risvegliata dal suo sonno eterno grazie ad un elettrostimolatore.

Perché questo “mostro” che in epoca moderna è capace di compiere delitti efferati generando terrore nell’uomo, nasce come un personaggio positivo?

Dobbiamo tornare all’ambiente romantico di quel periodo e rifarci probabilmente alla definizione di Sublime.

Sub-limen o sub-limo? Etimologia incerta della parola che comunque segna i termini della questione: da sotto l’architrave della porta a sotto il fango! Da ciò che è bello e in vista a ciò che è infimo e nascosto, quindi un sentimento che lega a filo doppio il piacere e la paura. Generalizzando si può affermare che il Sublime è un sentimento capace di generare piacere da ciò che ci allarma e ci inquieta, che la nostra ragione non riesce a gestire.

E così quell’uomo antico di decine di secoli che si presentò agli occhi dei letterati dell’Ottocento come una tangibile interfaccia con il mondo dei morti, fu fagocitato e assorbito dalla cultura romantica di quel tempo, che lo rigenerò sublimato grazie anche alla tensione emotiva della morte.

Sarà invece un personaggio particolare ed eccentrico a trasformare la mummia in un vero e proprio mostro: sir Arthur Conan Doyle. L’inventore del celebre detective di Baker Street fu per un certo periodo di tempo assistente del dottor Joseph Bell, un medico che ebbe un ruolo molto simile all’odierno medico legale in alcune indagini criminali condotte dalla polizia londinese, compresa quella su Jack lo Squartatore.

Con questa esperienza formativa, vissuta quando i temi del romanticismo si stavano ormai attenuando, e con uno spiccato senso del delitto, deve essere stato semplice per Doyle far resuscitare da uno studente di lingue orientali una mummia trafugata e fargliela poi utilizzare come arma contro i propri nemici.

La “mummia” arriverà poi anche al cinema, sfruttandone tutte le potenzialità comunicative e le sofisticate tecnologie fino ai giorni nostri, con effetti speciali che poco regalano all’immaginazione.

Ma cos’è una mummia?

È facile trovare libri che spieghino che cosa sia una mummia dal punto di vista scientifico e sul web si trovano esaurienti spiegazioni sul processo di mummificazione, con immagini e video di animazione.

Ma non è altrettanto facile trovare una spiegazione esauriente su cosa sia davvero una mummia, forse proprio per il forte impatto che il processo di mummificazione ha sulla nostra emotività e per l’indubbia forza dirompente del “prodotto finito”.

Forse dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al prima, cercando di attenuare l’influenza del durante e del dopo, per scoprire che la parola più vicina al significato di mummia è speranza.

Già lo storico greco Erodoto, che viaggiò in Egitto nel V secolo a.C., ci informa che gli Egizi non mettevano molta cura nella loro casa terrena, ma erano disposti ad indebitarsi per avere una degna sepoltura, unica soluzione in grado di garantirgli la vita eterna.

Un’altra parola che ben si accosta a speranza è accettazione, nella sua versione al negativo.

Tomba di Nakhtamon (TT335), scultore nel “Luogo della Verità”, il villaggio che ospitò per circa 5 secoli gli artigiani che realizzarono l’intera Valle dei Re e delle Regine. Nella scena è rappresentato un rito chiamato “Apertura della bocca”, eseguito da un sacerdote che indossa la maschera di Anubi impersonandolo a tutti gli effetti. Credits: Paolo Bondielli

L’uomo non accetta di muoversi in un creato che gli sopravvive e si adopera presso le divinità per superare l’enorme ostacolo che gli preclude l’accesso all’eternità: la morte. Il corpo è il vero punto debole del processo di immortalità perché su di esso il tempo scandisce con rigida e implacabile precisione i segni del suo movimento in avanti e per questo va preservato artificiosamente, in attesa che tutti i principi vitali che compongono il soffio vitale vi facciano ritorno, dopo il lungo e complesso percorso di trasfigurazione che avviene all’interno della tomba.

Quelle fasce di lino che avvolgono un uomo eviscerato rappresentano la speranza di una vita eterna che si compirà in un Egitto oltremondano idealizzato, per ottenere la quale ogni sforzo deve essere profuso. L’impegno per sconfiggere la morte ha occupato gran parte della vita di un antico egizio ed è culminato nel momento in cui mani esperte hanno saputo annullare i segni del tempo sul suo corpo mettendolo in stand-by, e non vi è nulla di orribile, tetro o violento in questo.

Una terza parola quindi mi viene da associare al termine “mummia” ed è rispetto.

Respectus da respigere, guardare indietro, ovvero voltarsi per guardare ancora con attenzione, come si fa con le cose preziose e importanti, come si fa con ciò che ci colpisce, come si deve fare con chi ha osato sfidare l’eterno.

Ecco cos’è una mummia, una sfida, “perché nessuno sa se per l’uomo la morte non sia per caso il più grande dei beni, eppure la temono come se sapessero bene che è il più grande dei mali” (Socrate).

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Paolo Bondielli

Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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