Le teste di riserva. Un antico rito di esecrazione?

0
2140

Le teste di riserva. Un antico rito di esecrazione?

Visto il probabile uso rituale di questo particolare reperto, sarebbe più corretto indicarlo come “testa magica”. Tuttavia dato che è comunemente noto come “testa di riserva”, al fine di non ingenerare inutili malintesi, sarà sempre indicato in tale modo.

 

Testa di riserva. Kunthistorisches Museum. Vienna

A questo particolare gruppo di reperti archeologici appartengono 41 manufatti risalenti all’Antico Regno (2700-2195 a.C. circa), suddivisi in 33 teste e 8 orecchie che furono scolpite a parte e successivamente attaccate alle teste con gesso, tutti appartenenti a sepolture private.

Questi reperti non devono essere considerati come frammenti di statue, ma opere realizzate volutamente in quel modo e ritenute così finite dagli antichi scultori. Per questo motivo non rientrano in questo gruppo le numerose teste facenti parte di statue andate perdute o ritrovate in frammenti durante gli scavi archeologici in Egitto, compresi i celebri busti di Amarna.

Grazie al lavoro dell’archeologo austriaco H. Junker, sappiamo che le teste di riserva venivano collocate all’interno delle tombe e posizionate in apposite mensole ricavate nel muro che veniva costruito per sigillare e separare la camera sepolcrale dal resto della tomba, in modo che restassero all’interno della camera sepolcrale stessa.

In questo modo, sempre secondo Junker, visto che le porte di collegamento tra la camera sepolcrale e il resto della tomba erano collocate nella parete nord della mastaba, lo “sguardo” della testa di riserva era rivolto verso la Stella Polare.

I profanatori di tombe abbattendo le porte di accesso alla camera sepolcrale con l’intento di depredarle, fecero rotolare a terra le teste di riserva nella posizione in cui gli archeologi le trovarono durante gli scavi.

Geograficamente il loro ritrovamento si colloca nell’area archeologica di Menfi, soprattutto presso la necropoli di Giza. Ma alcune di esse sono state rinvenute anche nei siti di Abusir, Abu Roash e Dashur da dove proviene la testa più antica risalente al regno di Snofru (2630-2609 a.C: circa), durante il quale probabilmente è nato il rituale legato a questo particolare reperto archeologico.

Due teste, appartenenti ad una collezione privata in Belgio e alla University College di Londra, non hanno una documentazione che consenta di stabilire il loro luogo di provenienza, mentre una piccola testa rinvenuta nel 1989 dalla Missione Archeologica del Metropolitan Museum nel sito di el-Listh e risalente alla XII dinastia (1994-1797 a.C: circa), farebbe pensare ad una rinascita parziale di questo rituale, al termine del tormentato Primo Periodo Intermedio (2195-2064 a.C. circa).

Un’eccezione è costituita dal busto del visir Ankh-haf vissuto durante il regno di Khafre (2570-2545 a.C. circa) che mostra alcune caratteristiche simili alle teste di riserva pur essendo evidentemente parte di una statua.

L’andamento non costante nella qualità di esecuzione delle teste di riserva, con un evidente picco qualitativo durante il regno di Khufu (2609-2580 a.C. circa) e una decadenza verso la fine dell’Antico Regno (2700-2195 a.C. circa), consente di ipotizzare che proprio durante il regno del costruttore della Grande Piramide tale rituale acquisì una maggiore importanza, che andò via via diminuendo durante i regni dei suoi successori.

A differenza del resto della statuaria privata dell’Antico Regno, che predilige realizzazioni in scala minore rispetto all’originale con ampio uso del colore, le teste di riserva sono a grandezza naturale e non presentano nessun tipo di colorazione. Solo in tre casi sono state riscontrate tracce di pigmenti, due rossi e uno nero, mentre il resto delle teste sono state lasciate – e come vedremo in seguito forse non a caso – del pallido colore del calcare, a eccezione di due teste realizzate in siltite (grigio) ritrovate nel Nilo.

Le teste, sempre prive di spalle, presentano il collo a sezione piatta in modo da poter essere appoggiate senza l’utilizzo di un sopporto. In quella posizione il volto appare rialzato rispetto alla linea dell’orizzonte, donando in questo modo all’opera una tensione emotiva particolare.

Ad accomunare questi reperti sono sostanzialmente quattro tratti distintivi, che sembra siano stati realizzati volutamente al termine del lavoro dello scultore:

_ le orecchie deliberatamente distrutte o non realizzate dallo scultore;

­­_ un’incisione che parte dalla sommità della testa e arriva fino alla nuca;

_ una linea intorno al collo a pochi centimetri dalla base;

_ un semplice abbozzo dell’attaccatura dei capelli, che nella statuaria in genere venivano invece realizzati direttamente dallo scultore con molta attenzione per il dettaglio.

Un’altra caratteristiche delle teste di riserva era la loro collocazione in quello spazio della tomba che veniva considerato a tutti gli effetti l’aldilà, manufatti quindi provenienti dal mondo dei morti in relazione diretta con il defunto, senza alcun collegamento con il mondo dei vivi.

Non ci è pervenuto alcun testo che possa fare luce sul rituale di cui erano oggetto le teste di riserva, per cui fin dalla loro scoperta furono avanzate diverse ipotesi.

Lo stesso Junker ha sostenuto l’ipotesi che queste teste potessero essere dei modelli pronti a sostituire il corpo del defunto, in caso di danni arrecati alla mummia. Un’ipotesi che venne accettata senza critiche dalla maggior parte degli studiosi e che fu archiviata come tale dall’egittologia in generale, a cui dobbiamo il nome che le identifica.

La teoria sostenuta da Junker tuttavia non ci appare soddisfacente, in particolare c’è una domanda che dovrebbe avere una precisa risposta e che questa ipotesi non contempla: se le teste di riserva avevano un ruolo così importante, come quello di sostituire il corpo del defunto in caso di un danneggiamento della mummia, per quale motivo non era un rituale messo in atto per tutti? Il numero esiguo di tali reperti che ci è pervenuto rispetto all’elevata concentrazione di sepolture presenti nelle necropoli interessate, rende questa teoria improbabile, anche tenendo in considerazione che alcuni di questi particolari reperti potrebbero non esserci pervenuti perché dispersi o distrutti.

Gli studiosi A.L. Kelley e N.B. Millet fecero invece considerazioni del tutto diverse e al di fuori dei rituali funebri.

Secondo i due studiosi infatti le teste di riserva erano dei semplici modelli utilizzati dagli scultori per la realizzazione delle maschere funerarie, giustificando sia le orecchie mancanti o distrutte che il solco sulla nuca come una conseguenza di tale lavorazione.

Anche in questo caso siamo di fronte ad un’ipotesi che lascia molte domande senza risposta, compreso quanto già scritto a proposito dell’ipotesi di Junker.

Non si spiega poi la posizione particolare che questi reperti avevano all’interno delle tombe e l’idea che uno scultore scolpisse con tanta attenzione un oggetto che in fondo era solo un modello e che un’artista fosse così maldestro da mutilarlo sistematicamente durante la lavorazione, appare quanto meno una forzatura.

Nel 1991 lo studioso Roland Tefnin ha analizzato tutta la documentazione relativa alle teste di riserva, comparando il tutto – data la totale assenza di testi contemporanei a questi reperti – con testi più tardi relativi alla religione e alla magia dell’Egitto antico.

Il rischio che comporta un tale approccio è evidente, ma la mancanza di risposte soddisfacenti e di materiale coevo ai reperti su cui fare ricerca, consente di percorrere strade diverse e percorsi per certi versi coraggiosi.

Così Tefnin si rende conto che il cerchio praticato alla base del collo, quasi certamente non dallo scultore, rievoca l’immagine della decapitazione. In effetti nelle necropoli preistoriche è una pratica attestata ed è una prerogativa del sovrano decapitare i nemici e gli animali mitici pericolosi, come raccontato nel papiro Bremmer—Rhind e nel Papiro Jumilhac a proposito del serpente Apophi.

A Giza durante la XVIII dinastia furono sepolte delle piastre, studiate da G. Posener, su cui furono disegnati degli uomini ritenuti pericolosi e ai quali era stata tagliata la gola, rappresentata nel disegno con una linea circolare di colore rosso molto simile al segno presente alla base del collo nelle teste di riserva, e fracassata la testa in una ferita rappresentata in modo simile al solco presente dietro la nuca.

In queste piastre era stato praticato un rito di esecrazione con lo scopo di neutralizzare quegli uomini ritenuti in qualche modo malvagi e Tefnin collega questi aspetti di quel rituale ai reperti di cui stiamo parlando.

A questo punto l’ipotesi suggestiva che può essere proposta e che più di altre offre risposte soddisfacenti all’enigma delle teste di riserva, potrebbe essere la seguente.

Lo scultore portava a termine completamente la sua opera che era di natura metonimica e da considerarsi un vero e proprio ritratto del defunto, successivamente veniva fatta oggetto di un rito di esecrazione. Un sacerdote esperto colpiva alla nuca la testa con una mazza rituale e procedeva poi a fare l’esatto inverso di quanto avveniva con il rituale dell’Apertura della Bocca: tagliava la gola ed eliminava le orecchie, impedendo così al defunto di parlare e di ascoltare.

In poche parole il defunto veniva reso completamente inoffensivo.

Nel complesso rituale dell’Apertura della Bocca c’è un passaggio che ricorda queste immagini, con un intenso contrasto tra il figlio o il sacerdote che officia il rito e un artigiano chiamato “il lucidatore”, che dopo aver preso la testa del padre defunto la colpisce.

Il figlio del defunto o il sacerdote incaricato a quel punto recita: “Sono Horus-Seth, non ti permetterò di far diventare bianca (dissanguare, ndt) la testa di mio padre”. Il riferimento al pallido calcare con cui furono realizzate quasi tutte le teste di riserva, quando invece le parti relative all’incarnato delle statue di quel periodo venivano accuratamente dipinte, potrebbe indicare l’intenzione di riprodurre il pallore sopraggiunto in seguito al dissanguamento, dopo il taglio rituale della gola.

L’intento del rituale è chiaramente quello di neutralizzare la pericolosità del defunto e questo può sembrare una contraddizione, considerando che le mastabe da cui provengono questi reperti sono per lo più ubicate nelle adiacenze delle imponenti strutture funerarie reali presenti sulla Piana di Giza, appartenenti quindi a personaggi di un elevatissimo ceto sociale.

Va tuttavia ricordato che nell’antico Egitto, a prescindere dalle funzioni svolte in vita e dalla propria condizione sociale, il modo in cui un individuo moriva poteva renderlo potenzialmente pericoloso. Questa ad esempio era la sorte di coloro che annegavano nel Nilo, chi moriva di morte violenta oppure in uno dei giorni considerati infausti.

Potremmo quindi concludere dicendo che vi erano dei defunti, una sensibile minoranza visto l’esiguo numero di teste ritrovate rispetto alle mastabe, considerati potenzialmente pericolosi. Inevitabilmente seppelliti nelle vicinanze di una grande struttura funeraria reale in virtù del loro elevato ceto sociale, dovevano essere però resi inoffensivi con uno specifico rito eseguito su una testa metonimica che li rappresentasse, posta direttamente sulla porta che divideva il mondo dei morti da quello dei vivi.

 

BIBLIOGRAFIA  DI RIFERIMENTO

Knudsen, J., 1987, “A Question of Paint: An Investigation into Traces of Paint on the Reserve Head from the Tomb of Ka-nofer” paper presented at the Annual Meeting of the ARCE, April 24, 1987.

Junker, H., 1914, “The Austrian Excavation, 1914”, JEA 1 (1914), 250-253. Brief account of the excavations mentioned above, already containing the major elements of Junker’s interpretation.

Lacovara, P., 1997, “The Riddle of the Reserve Heads”, KMT 8 (4) 28–36.  

Millet, N.B., 1981, “The reserve heads of the Old Kingdom”, In W.K. Simpson and W.M. Davis, eds. Studies in Ancient Egypt , and the Sudan. Essays in honor of Dows Dunham on the Occasion of his 90th Birthday, June 1, 1980, Boston : Department of Egypt and the Ancient Near East, Museum of Fine Arts, 129–131.

Naville, E., 1909, Les têtes de pierre déposées dans les tombeaux égyptiens. Avec une figure. Mémoire publié à l’occasion du Jubilé de l’Université. 1559 – 1909. Geneva : Libraire Georg.

Kelley, A.L. 1974 “Reserve Heads: A Review of the Evidence for Their Placement and Function in the Old Kingdom Tombs”, JSSEA 5: 6-12.

Tefnin, R., 1991, “Art et magie au temps des Pyramides: L’énigme des tétes dites “de remplacement”. Monumenta Aegyptiaca, 5. Brussels.

Smith, W.S., 1949, “A history of the Egyptian Sculpture and Painting in the Old Kingdom”, Boston.

Tiradritti, F; Donadoni Roveri, A.M., 1998, “Kemet. Alle sorgenti del tempo”, catalogo della mostra, Milano

Redford, D.B., “The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt”, 2001, New York Vol. III, pag. 145-147

 

 

Articolo precedenteDeir el-Medina 2.0. Un riesame della storia del sito alla luce delle più recenti scoperte
Prossimo articoloSepolture di bimbi ed altre nuove scoperte dalla regione di Assuan
Paolo Bondielli

Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here