A cura di Annamaria Zizza

Sarpedonte portato da Hypnos e Thanatos osservati da Hermes, nel Cratere di Eufronio.

La funzione di accompagnatore delle anime nell’oltretomba era svolta nell’antichità da una divinità psicopompa: molte le figure che alla funzione psicopompa sono state accostate, da Hermes (Mercurio) al Caronte virgiliano e dantesco, agli dei egizi Osiride e Toth, agli arcangeli di derivazione cristiana, ad animali nobili e carichi di simbologie imperiali come l’aquila, da sempre presente nelle insegne militari romane e nell’apoteosi degli imperatori.

L’elemento che li accomuna spesso, oltre agli inevitabili e riscontrabili – ad un occhio e ad un orecchio sorvegliati – rimandi testuali, e pur nella sostanziale diversità dei corredi descrittivi e culturali, è spesso la bacchetta o caduceo, di volta in volta elaborata. Anche lo sciamano (parola attestata per la prima volta in russo nel 1698 ma derivante dal tunguso, dal turco e dal mongolo) è figura spesso erroneamente accostata a quello del mago o del guaritore, ma è in realtà ben più complessa di quelle, come si evince dagli studi di Mircea Eliade, sintetizzando in sé l’attributo di psicopompo, di signore del fuoco e di viator, ovvero di viaggiatore (attraverso la trance) nel mondo degli spiriti ( e ricordiamo che Hermes sovrintendeva anche ai  viaggi per terra). Durante lo stato estatico, l’anima dello sciamano abbandona il corpo e intraprende l’ascesa al mondo degli spiriti per servirsi dei loro poteri, per ricercare l’anima del malato da ricondurre sana al suo corpo, per accompagnare l’anima del defunto nell’aldilà in modo che non possa tornare a minacciare i vivi.

Lekythos funerario attico di Mirrina, rappresentata mentre viene portata a mano da Hermes psicopompo per essere scortata all’Ade. Da Atene, circa 420/410 a.C.

Tuttavia è Hermes la figura liminale più significativa tra quelle prima citate nella storia della mitologia e nell’antropologia culturale  che ad essa è profondamente legata. “Hermes si situa sui confini”, dice Hillman, a rimarcare il tratto “borderline” di questa divinità che sovrintende alle zone tabuiche, quali, per dirla con Jung e ancor prima Freud, quelle ribollenti di pulsioni dell’inconscio, celate ma apprezzabili solo attraverso gli stati ipnotici, che consentono all’individuo di superare la barriera sensibile per approdare alla sostanza onirica. Limina, dunque, “soglie” il cui superamento necessita di un accompagnatore, di una guida che addolcisca il passaggio dallo stato di veglia al sonno (o al contrario) e, soprattutto, dalla condizione di vivente a quella di defunto (e il contrario, come si evince, ad esempio, nello sciamanesimo). Ed è significativo che nel Medioevo gli alchimisti utilizzassero il “mercurio” per rappresentare l’anima conferendo all’elemento chimico una valenza filosofica.

 Il tratto liminale è ben presente anche in certe epifanie mortuarie come, ad esempio, quella citata dal grande poeta Lucano nella “Pharsalia”, quando la Stryx Eritto, un demone con facoltà divinatorie, evoca empiamente un soldato morto a Farsàlo perché descriva le anime dell’oltretomba, realizzando un’anabasi e non la consueta catabasi (o descensus ad Inferos), la sola permessa agli eletti (lo stesso, a ben guardare, aveva fatto Odisseo nell’epos omerico). Il rito empio viene significativamente descritto nel VI libro, in perfetta simmetria col suo anti-paradigma, l’Eneide virgiliana.

 I primi prototipi di Hermes  sono stati verosimilmente Toth ed Ermete Trismegisto, l’uno una divinità egizia ctonia, l’altro una assimilazione del dio egizio con Hermes greco : Toth, o meglio la simia dei, è una delle prime rappresentazioni della creatura ancestrale e dell’elemento divinatorio di iniziazione ai Mysteria (e come non rievocare I misteri eleusini celebrati in onore della dea Demetra, altra divinità ctonia, a cui erano sacri le spighe di grano, il narciso, il papavero, simbolo di fecondità, e il serpente, simbolo della terra e della resurrezione, quella di Persefone o Kore, la figlia tanto amata ma imprigionata da Ade perché il dio dell’oltretomba ne facesse la sua sposa?).

Spesso identificato con Hermes o Mercurio, Toth, oltre ad essere il patronus della cultura e delle arti, è anche il dio che si accompagna ad Osiride per effettuare la psicostasia, o pesatura delle anime, nella Duat: un momento significativo della vita di un egizio, un passaggio cultuale non a caso ossessivamente rappresentato nei dipinti murali. Un dio liminale, dunque, come Hermes. E tuttavia nemmeno una volta Omero, nell’Iliade, ci mostra il dio Hermes nella veste di accompagnatore di anime. Lo vediamo, invece, come giovinetto, scortare nottetempo il vecchio Priamo nel campo degli Achei, fino alla tenda di Achille, nel tentativo, alla fine riuscito, di riscattare la salma di Ettore.

Valle dei Re. Pittura murale, del faraone con il dio Thot, dalla tomba di Seti I.

«Ermete, sempre ti è graditissimo accompagnare un mortale, e ascolti chi vuoi …

Disse così, non fu sordo il messaggero Argheifonte

subito sotto i piedi legò i sandali belli,

ambrosî, d’oro, che lo portano e sopra l’acqua

e sulla terra infinita, insieme col soffio del vento;

e prese la verga con cui gli occhi degli uomini affascina,

di quelli che vuole e può svegliare chi dorme.»

Così afferma lo stesso Zeus, rivolgendosi al figlio suo e di Maia, comandandogli di accompagnare il vecchio e sconfitto re.

Nel proteggere scortando si manifesta la vera essenza del dio, ma anche la verga, il caduceo con I serpenti intrecciati, appare assai significativa: è con questa bacchetta che Hermes addormenta e risveglia dolcemente, è con la bacchetta che il dio opera i passaggi di stato, le mutazioni: dalla vita alla morte, dalla morte alla vita. Mutamenti di stato che vengono rappresentati dai due serpenti, uno ascendente, l’altro discendente, che si intrecciano sul suo caduceo.

Un altro interessante esempio è contenuto nell’inno pseudo-omerico a Demetra, in cui Hermes riporta Persefone sana e salva da sua madre Demetra. Ed è sempre Hermes che accompagna nell’oltretomba le anime dei pretendenti di Penelope uccisi da Odisseo :

«Ma Ermete Cillenio chiamava le ombre

dei pretendenti; aveva in mano la verga

bella, d’oro, con cui gli occhi degli uomini affascina,

di quelli che vuole e può svegliare chi dorme;

le guidava movendola, e quelle gli andavano dietro squittendo.»

Si noti l’insistenza sulla “verga bella, d’oro”, ma anche l’uso del verbo “squittendo”, relativo ai Proci uccisi da Odisseo, il cui significativo appare assai ambiguo : “squittire”,  infatti, si utilizza sia per indicare il verso del topo che quello della civetta, animale per antonomasia associato, anche perché notturno, ai presagi nefasti ma anche alla sapienza e alla conoscenza superiore (era simbolo di Atena), quella che le anime potevano acquisire solo dopo la morte.

Un altro esempio riferito ad Hermes è  anche quello dello spettro di Dario I di Persia nella tragedia “I Persiani” di Eschilo. E anche Aiace, un attimo prima di trafiggersi con la spada, invoca Hermes chiedendogli di comporre il suo corpo dopo la morte, all’interno della tragedia “Aiace” di Sofocle.

Per gli antichi Greci, infatti, Hermes incarnava principalmente lo spirito del passaggio e dell’attraversamento: ritenevano che il dio si manifestasse in qualsiasi tipo di scambio, trasferimento, violazione, superamento, mutamento. Una divinità liminale che sovrintendeva allo scambio di informazioni, di merci (era il dio protettore dei commercianti), ma anche ai cambiamenti di condizione.

Ma rimandi al Mercurio (o Hermes) psicopompo della mitologia greca sono evidenti anche nella “Comedìa” dantesca: basti pensare al I canto del Purgatorio o ancora al IX canto dell’Inferno. Nel primo caso, quando Virgilio e Dante approdano sulla spiaggia del Purgatorio e incontrano Catone Uticense, figura della libertà politica nonché del martire pagano (singolarità che solo nei sincretismi medioevale aveva diritto di cittadinanza), quest’ultimo, dopo aver interloquito con Virgilio, chiede che Dante si ripulisca con la rugiada mattinale dalla caligine accumulata nell’Inferno e che cinga I suoi fianchi con un giunco, allegoria dell’umiltà.

Enea raccoglie il ramo d’oro

Il giunco rimanda al “ramo d’oro”, ovvero al vischio, pianta che da sempre simbolizza il trapasso dalla vita alla morte e la sopravvivenza dell’anima dopo la morte (ricordiamo che Dante, già nel III canto, aveva subito la profezia di Caronte che gli aveva annunciato il passaggio in Purgatorio dopo la sua morte). Il giallo dorato delle bacche del vischio, pianta che sembra incarnare la tensione verso la luce che contiene in sé, evoca il rinnovamento primaverile della terra ma anche dell’anima (alba=rinascita dell’anima dal peccato), ma anche la verga d’oro di Ermes.  Il I canto del purgatorio, infatti, cantica tra l’altro marcatamente anfibia, è ambientato all’alba, poiché il Purgatorio è l’unico tra I tre regni oltremondani che subisca lo scorrere delle ore e in cui si alternino albe e tramonti.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; 
96

ché non si converria, l’occhio sorpriso
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
ministro, ch’è di quei di paradiso. 99

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo: 102

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda. 
105

Come spesso accade nella “Comedìa”, le rievocazioni o elaborazioni del modello virgiliano sono significative: in questo caso si allude chiaramente alla catabasi di Enea (Eneide, VI), ed esattamente a quel passaggio testuale in cui il pius Enea, per compiere la descensus ad inferos, deve staccare un ramo d’oro (il vischio, secondo l’antropologo Frazer), sacro a Proserpina.  Solo se riuscirà a svellerlo dalla pianta, riuscirà nell’impresa. Enea ci riuscirà con l’aiuto della madre Venere.

«Nascosto entro un albero ombroso c’è un ramo,

d’oro le foglie e la verga flessibile, sacro all’inferna

 Giunone: e tutto il bosco lo copre, entro le oscure

 convalli protetto lo tengono l’ombre. Ma non prima è

 concesso scendere sotto la terra che si sia colto

 dall’albero l’auricomo ramo. Strappalo via, con la

 mano: da solo verrà, sarà facile se i fati ti

 chiamano; se no, né con forza nessuna, né con il

 duro ferro piegarlo o stroncarlo potrai.

La  Sibilla con Enea utilizza il ramo d’oro nell’Ade per placare la collera di Caronte, altra figura con chiari connotati di accompagnatore oltremondano (psicopompo), che cerca di ostacolare il loro cammino (… aperit ramum, qui veste latebat, … e svela il ramo, che nascondeva nella veste); Enea lo pone poi sulla porta di Dite dopo averlo asperso di acque lustrali,  come tributo votivo a Proserpina (perfecto munere divae).

Nella “Comedìa” dantesca il ramo d’oro virgiliano, utilizzato come “lasciapassare” per ammansire il collerico Caronte, diventa la famosa formula “Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare.”, ma simile al Caronte virgiliano appare quello dantesco, che batte con il remo (rimando alla verga?) chiunque indugi sulla “trista rivera d’Acheronte”, altro elemento fortemente metamorfico perché costituito da acqua.

Il Messo Celeste

Il secondo esempio di elaborazione del mito di Hermes (o Mercurio) psicopompo è presente nel IX canto dell’If., quando Virgilio e Dante non riescono a superare la porta della città di Dite. Ci riusciranno con l’aiuto di un misterioso ed inquietante personaggio armato di bacchetta, il missus celeste, a volte identificato nell’arcangelo Michele, talora in personaggi dalla superiore autorità (come Cesare, Enea, Mosè, Enrico VII del Lussemburgo) e ancora in Mercurio, che, ricordiamolo, è nella mitologia greca il messaggero degli dei (sebbene missus nel passo dantesco sia utilizzato con funzione participiale e non sostantivale), ruolo adattissimo a chi, come lui, si pone “ai confini”.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. 87

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. 90

“O cacciati del ciel, gente dispetta”,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
“ond’esta oltracotanza in voi s’alletta? 93

Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
e che più volte v’ ha cresciuta doglia? 96

Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”. 99

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
d’omo cui altra cura stringa e morda 102

che quella di colui che li è davante;

Anche qui la “verghetta”, come il caduceo di Hermes, è evocazione significativa. Come significativo, ma non dirimente, è l’atteggiamento preoccupato assunto dal missus celeste, che mal si coniuga con la superiore olimpica calma di un “astor” celestiale. In realtà l’uno non esclude l’altro, vista la straordinaria ricchezza di echi e di rimandi testuali presenti nell’opera dantesca, capolavoro tra l’altro anche di ambiguità espressive ed ideologiche probabilmente volute e ricercate.

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

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