La nascita dell’ordine sacerdotale delle Vestali e il conseguente culto affondano le loro radici nella leggenda della fondazione di Roma, nel 753 a.C. Ricordiamo tutti che la madre dei gemelli Romolo e Remo, Rea Silvia, era una vestale di Albalonga che li partorì dopo un amplesso con Marte, dio della guerra. Le fonti concordano sul fatto che Rea Silvia era figlia di Numitore, re di Alba Longa, il cui trono fu usurpato dal fratello Amulio che, non pago dell’usurpazione, uccise i figli maschi del fratello e costrinse la figlia, Rea, appunto, a consacrarsi a Vesta, la dea del focolare domestico, affinché non potesse generare dei figli che minacciassero il suo trono.

Le Vestali, infatti, erano legate per trent’anni al voto di castità. Ma sul responsabile della gravidanza le opinioni divergono in maniera sensibile: secondo Floro e Plutarco, Rea Silvia era ambita dal dio Marte che la sedusse, ingravidandola; secondo Livio, la giovane donna fu violentata da uno sconosciuto e per la vergogna raccontò di essere stata sedotta dal dio Marte; secondo Dionigi di Alicarnasso, invece, Rea Silvia venne ingravidata da suo zio Amulio. Quale che fosse stato il responsabile, comunque, resta la generica condanna ad essere uccisa, o la prigionia fino alla morte per stenti, entrambe inflitte per ordine dello zio.

Fu il secondo re di Roma, Numa Pompilio, che istituì i fondamenti della religio romana e pose le basi del culto romano della dea Vesta- l’antica Estia greca- con i riti che vi si accompagnavano.

Cavalier d’Arpino: Numa Pompilio istituisce il culto delle Vestali (musei capitolini)

È opportuno sottolineare che a Roma il vestalato era l’unico collegio sacerdotale rigorosamente femminile; gli altri, tre in tutto (quello dei Pontefici, degli Auguri e dei Decemviri), erano maschili e ad essi erano deputati compiti inconciliabili, secondo i Romani, con la figura femminile: la lettura dei testi sacri, l’interpretazione corretta della voluntas deorum, la macellazione rituale e, più in generale, le pratiche sacerdotali. Vero è che la donna è sempre stata il ricettacolo privilegiato dei signa divini, ma, secondo il mondo romano, non aveva accesso ai codici interpretativi degli stessi segnali che gli dèi le inviavano.

All’inizio le Vestali erano tre o quattro fanciulle vergini, che diventeranno in seguito sei, sorteggiate all’interno di un gruppo di 20 bambine di età compresa fra i 6 e i 10 anni, tutte appartenenti esclusivamente a famiglie patrizie e tutte scelte in un’epoca della vita, l’infanzia, contraddistinta dalla purezza. La consacrazione al culto, officiata dal Pontefice Massimo, avveniva tramite la captio o “cattura”, un rito che, seppur in maniera simbolica, traslava il rapimento della sposa alla madre perché fosse affidata al marito. Dopo che il Pontefice aveva pronunciato la frase di rito “Ego te, Amata, capio” (“Io ti prendo, Amata”) le fanciulle erano consacrate a Vesta. Abbiamo specificato che il “passaggio di consegne” terminava con l’affido al Pontefice Massimo (il marito, nella cerimonia nuziale) e non casualmente, poiché le Vestali erano sottoposte all’autorità del Pontefice Massimo come la sposa al marito e a lui dovevano rispondere se avessero mancato ai loro doveri.

Le vestali

Il centro dell’attività religiosa delle Vestali era l’Atrium Vestae, un corpo unico costituito dal tempio circolare e dalla casa delle Vestali, con le abitazioni delle sacerdotesse e il penus, la dispensa, protetta dagli dèi Penati, gli dèi del penus, appunto. Il penus era presente anche nel tempio: era diviso in penus exterior e intimus, quest’ ultimo circondato da stuoie, dove erano raccolti i talismani di Roma, come i Penati, il fuoco sacro e il Palladio messi in salvo da Enea. Il penus era verosimilmente posto dietro al focolare, e quest’ultimo collocato davanti all’entrata dell’aedes (il tempio).

Le Vestali dovevano tenere sempre acceso il fuoco sacro e continuamente alimentarlo, perché nella continuità del fuoco acceso si manifestava la vita della città. Loro compito era anche preparare una focaccia di farro, chiamata “mola salsa”, successivamente offerta agli dèi nelle cerimonie solenni e con cui si cospargeva il corpo della vittima da sacrificare (da cui il verbo “immolare”). Inoltre, in occasione della festa dei Fordicidia (15 aprile), preparavano il suffimen, miscuglio di ceneri di feti di mucche gravide, sangue di cavallo e paglia di fava, dotate di potenti effetti generativi, per distribuirle successivamente durante i Parilia, feste di purificazione primaverile e di fertilità, che si celebravano il 21 aprile.

Il primo giorno dell’anno (1 marzo) le Vestali rinnovavano il fuoco sacro con lo sfregamento di rami di arbores felices, detti così perché nascevano da semi, producevano frutti e potevano essere coltivati, come querce, faggi e lecci. E ancora alle Idi di Maggio (15 maggio), festa degli Argei, gettavano da un ponte 27 pupazzi imbevuti di impurità dei rioni; e raccoglievano acqua alla fonte della ninfa Egeria con cui aspergevano l’aedes Vestae (il tempio di Vesta). L’acqua era raccolta con un contenitore, il vas futile, dalla bocca larga e il fondo stretto, dunque modellato in maniera da non poter essere appoggiato a terra.

Tempio di Vesta (Credits: Erasmus.com)

Le Vestali presenziavano a numerose feste con compiti che ricordavano quelli domestici a cui erano tenute le donne non consacrate, e che consistevano in riti di fertilità e soprattutto di purificazione. Elementi che, a ben guardare, rimandano non solo alla figura della vergine sacra, ma anche alla sposa, come si evince anche dal rimando testuale ad “amata” (o “Amata”), appellativo che al minuscolo veniva attribuito dal marito alla sposa e al maiuscolo era il nome della moglie del re Latino, madre di Lavinia, futura moglie dell’eroe troiano Enea.

A differenza delle altre donne, relegate entro le mura domestiche, dedite alle cure parentali e tradizionalmente alla filatura della lana, le Vestali avevano la possibilità di uscire in lettiga e godevano di privilegi superiori a quelli delle donne romane. Tra questi la possibilità di ereditare e di firmare contratti senza l’ausilio di un tutor, come accadeva per le altre donne, e di essere affrancate dalla patria potestà (erano sui iuris), quando fossero entrate nel Collegio sacerdotale. Potevano rendere testimonianza senza giuramento e venivano rispettate anche dai magistrati, che facevano abbassare i fasci consolari in segno di omaggio al loro passaggio. Presenziavano anche agli eventi pubblici e godevano dei posti d’onore.

Il servizio aveva una durata di 30 anni: nei primi dieci erano considerate novizie, nel secondo decennio erano addette al culto, mentre gli ultimi dieci anni erano dedicati all’istruzione delle novizie. In seguito erano libere di abbandonare il servizio e sposarsi. L’esperienza matrimoniale non era, per quanto singolare appaia, l’inevitabile sbocco di una vita da Vestale. Considerata l’infelicità della scelta per alcune di loro, sempre più, col passare del tempo, le vergini vestali continuarono ad abitare nella loro abitazione e a praticare la castità.

La Vestale più anziana aveva il titolo di Virgo Vestalis Maxima.

Atteneva piuttosto al loro ruolo sacerdotale il diritto di chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato per caso e quello di essere seppellite entro il pomerium, lo spazio sacro e inviolabile della città di Roma, poiché le Vestali erano espressione di una sacralità che si estendeva anche alle loro ceneri.

Le Vestali erano riconoscibili, oltre che per le vesti, anche per un’elaborata acconciatura a trecce, i “seni crines” (letteralmente ciocche o riccioli divisi per 6), ricadenti in tre grossi boccoli ai due lati del capo, portati attorcigliati sulla testa e sormontati da un’infula (benda sacra) che girava in più spire e terminava in due bende finali, che ricadevano sulle spalle. Il tutto era coperto da un velo quadrangolare (suffibulum), fissato da un spilla (fibula). Il suo corrispettivo nel privato era il flammeum, ovvero il velo rosso fiamma indossato dalle spose. Inutile ricordare che il verbo “nubere” significava “velare le spose” con il flammeum.

Eppure, pur senza essere nuptae (sposate) o nubendae (da sposare), le Vestali indossavano il velo, solo che non era rosso fiamma, ma bianco. La veste indossata dalle sacerdotesse (carbasus) era bianca e altrettanto bianca era la tunica recta, lunga e senza maniche, che indossavano le spose romane (stola carbasina). Ad essa si aggiungeva una cintura (cingulum), che teneva annodata la veste delle Vestali, e che nelle spose, invece, veniva sciolta dal marito durante la prima notte di nozze.

Rilievo di vestale con i “seni crines”.  Roma, Antiquario del Palatino. (Credits Unicaumbria.it)

 All’ atto della consacrazione le Vestali venivano rasate e i loro capelli venivano appesi all’ arbor capillata. Si trattava di un albero antichissimo sulla cui esistenza abbiamo una testimonianza importante, quella di Plinio il Vecchio, che, nella sua “Naturalis Historia” (XVI, 235) ci informa che si trattava di “un albero di loto assai antico, detto capillato, perché ad esso vengono portate le chiome delle vergini Vestali”. Il taglio dei capelli è, di tutta evidenza, un rito iniziatico e rimanda alla memoria il taglio dei capelli delle fanciulle romane che escono dall’infanzia e si preparano al matrimonio. E anche questo è manifestamente un segno di corrispondenza tra la figura della vestale e quella della sposa. Perché la Vestale è vergine (virgo), ma contiene in sé elementi, di cui col tempo si è perso il significato, proprio come accade col matrimonio romano- che permettono l’instaurazione di evidenti analogie con riti di fertilità che appartengono al matrimonio e non allo stato di illibatezza cui esse erano costrette.

Le uniche colpe che potevano sovvertire questo statuto di assoluta inviolabilità erano lo spegnimento del fuoco sacro e le relazioni sessuali, che venivano considerate sacrilegio imperdonabile (incestus), in quanto la loro verginità doveva durare per tutto il tempo del servizio nell’ordine. In questi casi la Vestale non poteva essere perdonata, ma neppure uccisa da mani umane, in quanto sacra alla dea.

Se perdeva la verginità o lasciava spegnere il fuoco sacro, la Vestale veniva dunque frustata e poi vestita di abiti funebri e velata. “Veniva portata sui feretri destinati al trasporto dei defunti in lugubre pompa” (Dionigi di Alicarnasso, “Antichità romane”, II, 67) o su una lettiga chiusa e protetta da sguardi indiscreti (Plutarco). Secondo il racconto di Dionigi, dunque, la Vestale veniva seguita da un corteo (pompa funebre): è quello dei parenti in lacrime, che, benché lei sia ancora viva, già la piangono come morta.

Nella descrizione di Plutarco (Vite parallele, Numa, X, 10-11), “la portano attraverso il Foro; tutti si ritraggono in silenzio e l’accompagnano muti con una terribile costernazione; e non c’è spettacolo più agghiacciante, né giorno più lugubre per la Città”.

La sua meta era il Campus sceleratus, situato presso la Porta Collina, sul Quirinale. Là il Pontefice Massimo la faceva scendere e pronunciava parole misteriose. La Vestale condannata veniva lasciata in una sepoltura con una lampada e una piccola provvista di pane, acqua, latte e olio, il sepolcro veniva chiuso e la sua memoria cancellata. Il complice dell’incestus subiva, invece, la pena degli schiavi: fustigazione a morte.

Per i Romani, come sappiamo, la saldezza della res publica dipendeva anche dai comportamenti licenziosi delle donne, la cui condizione appare il riflesso di tale paura. Non è casuale che la licentia femminile venisse denunciata da prodigia che rivelavano l’ira divina e che richiedevano l’espiazione. Come riporta Augusto Fraschetti nel suo articolo “La sepoltura delle Vestali e la città” (Du chatiment dans la cité), Cicerone nelle sue orazioni “In Catilinam” (III, 9) fa dire al complice di Catilina, Publio Cornelio Lentulo Sura, che l’anno 63 era un anno fatale per la res publica.

Ecco le sue parole:

“Lentulum autem sibi confirmasse ex fatis Sibyllinis haruspicumque responsis se esse tertium illum Cornelium ad quem regnum huius urbis atque Imperium pervenire esset necesse: Cinnam ante se et Sullam fuisse. Eundemque dixisse fatalem hunc annum esse ad interitum huius urbis atque imperii qui esset annus decimus post virginum absolutionem, post Capitoli autem incensionem vicesimus”.

Lentulo, poi, aveva assicurato che, secondo gli oracoli sibillini e i responsi degli aruspici, era lui il terzo Cornelio destinato ad avere il supremo potere civile e militare su Roma: prima era toccato a Cinna e a Silla. Lentulo aveva pure aggiunto che, nell’anno in corso, il decimo dall’assoluzione delle vergini (Vestali) e il ventesimo dall’incendio del Campidoglio, si sarebbe consumata l’ineluttabile caduta di Roma e dell’impero”.

Lentulo Sura ricorda come eventi epocali l’incendio del Campidoglio dell’anno 83 ma anche l’assoluzione delle vergini vestali, Licinia e Fabia, forse amanti di Crasso e Catilina, che risaliva a 10 anni prima.

Non pochi sono i casi di condanna delle Vestali a cui attingere: il primo fu quello della vestale Pinaria, condannata da Tarquinio Prisco in età monarchica. In età repubblicana possiamo annoverare il caso della vestale Orbilia (472 a.C.), mandata a morte per inedia perché macchiatasi di incestus e perché colpevole della pestilenza che imperversava in città; oppure il caso di Tuccia che, nel 230 a.C., fu accusata di incestus, ma si liberò per l’intervento di Vesta dall’ accusa infamante. Chiese e ottenne dai Pontefici di recarsi, circondata dalla folla, sulla sponda del Tevere. Lì, dopo aver pregato Vesta, immerse un crivello nell’acqua e ritornò in città. Poi versò l’acqua dal crivello, miracolosamente pieno, ai piedi dei Pontefici. Non sappiamo cosa accadde di Tuccia, se fu assolta o condannata, ma la storia (se storia è) ci dice che era consuetudine nel mondo romano, in caso di accusa ritenuta ingiusta, sperare nell’intervento divino.

Tuccia. Opera di Antonio Corradini. ( Wikimedia Commons)

Una storia simile è stata quella che ha avuto come protagonista Emilia, che, accusata di non aver vigilato sul fuoco sacro, si strappò di dosso un lembo della sua veste e la gettò sulle ceneri ormai spente. Per miracolo, dalle ceneri si sprigionò la fiamma ed Emilia fu salva.

Singolare fu la storia, dal finale tragico, della vestale Clodia Leta: accusata di incestus dall’imperatore Caracalla, che in realtà voleva sedurla, la giovane donna scelse la morte per inedia piuttosto che cedere alle voglie dell’imperatore. Altre storie, invece, ci rimandano immagini di donne venute meno ai loro doveri e che sono state punite per questo nella maniera più atroce. Una di loro, Capparonia, scelse il suicidio per non dover morire di stenti murata viva.

Ma, al di là delle storie, alcune dall’ esito tragico, altre a lieto fine, resta un’analogia da ri-instaurare: quella tra vestale e sposa romana. L’analogia, infatti, non si ferma a quanto precedentemente scritto, ma si estende anche alla pena capitale inflitta in caso di adulterium o stuprum (incestus per la vestale). Se una donna sposata tradiva il marito (adulterium) o intratteneva rapporti sessuali al di fuori di una relazione coniugale (stuprum), le era riservata dal marito nel primo caso e dal padre nel secondo la stessa pena: la morte per inedia in uno spazio sotterraneo- riproduzione di una casa- con accanto gli stessi, scarni, compagni di sventura: poche provviste alimentari e una fiaccola. La stessa morte che veniva inflitta alle donne che bevevano vino.

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

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