Martedì 10 maggio 2016, alle ore 17.30, presso la Sala Conferenze dei Musei Vaticani, il Restauro della Galleria dei Candelabri viene presentato da Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, Micol Forti, Curatore della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani, Francesca Persegati, Responsabile del Cantiere di restauro, e P. Mark Haydu, Responsabile Patrons of the Arts in the Vatican Museums. La Galleria dei Candelabri è una porzione del lungo corpo architettonico che collega i Palazzi Pontifici e la Cappella Sistina con il Museo Pio-Clementino, cuore della collezione archeologica dei Musei Vaticani, e con l’atrio dei Quattro Cancelli, un tempo ingresso principale dei Musei. Nella seconda metà del Cinquecento, quando venne edificata, si presentava come una Loggia aperta, affacciata sulla parte più elevata del Cortile del Belvedere. Nel 1785 Papa Pio VI Braschi (1775-1799) affidò agli architetti Michelangelo Simonetti e Giuseppe Camporesi il compito di trasformarla in una Galleria chiusa, al fine di meglio preservare le sculture lì collocate. Il corridoio, lungo settanta metri, fu scandito in sei campate grazie all’inserimento di arcate sostenute da coppie di colonne doriche ed affiancate da aperture laterali, nelle quali trovarono posto dei grandi Candelabri in marmo bianco, che diedero il nome, ancora oggi in uso, alla Galleria. Il pavimento in mattoni e la modesta decorazione delle volte completavano l’insieme, che rimase invariato fino a quando Papa Leone XIII Pecci (1878-1903) decise di ridecorare completamente l’intero ambiente, affidando alla decorazione pittorica il compito di sviluppare le linee programmatiche del suo pontificato. I lavori furono avviati nel 1883 con la realizzazione di un nuovo pavimento in eleganti lastre di bardiglio dalle diverse venature, tra cui spicca al centro lo stemma del Pontefice su fondo di lapislazzuli. A realizzare la vasta decorazione pittorica concorsero artisti in parte già noti all’interno delle mura vaticane per aver lavorato in diverse aree dei Palazzi Apostolici: Annibale Angelini (Perugia 1810- 1884) artefice del progetto decorativo iniziale, a grottesche, maschere zoomorfe, putti, rosoni e festoni; Domenico Torti (Roma 1830-1890), giunto in Vaticano grazie ad Angelini, autore dei dipinti della seconda e terza campata; Ludovico Seitz (Roma 1844-Albano Laziale 1908) che dipinge le splendide scene della quarta campata, la più grande della Galleria, ed i monocromi della quinta e della sesta, ricoprendo il ruolo di direttore del cantiere dal 1884 alla conclusione dei lavori. I tre artisti furono affiancati da una schiera di esperti artigiani: scalpellini, marmorari, stuccatori e doratori che avevano lavorato nei maggiori cantieri sorti a Roma e in Vaticano durante gli ultimi anni del pontificato di Papa Pio IX (1846-1878) e che ci ricordano la straordinaria qualità dell’artigianato romano nel XIX secolo. Leone XIII, papa colto, politicamente esperto ed equilibrato, stabilisce un programma pittorico centrato sull’affermazione di un ruolo non solo religioso ma anche politico e sociale, che la Chiesa doveva svolgere nella società moderna, in rapida e costante trasformazione. A partire dall’enciclica Aeternis Patris (1879) articolata intorno al pensiero di San Tommaso d’Aquino, fino alla celebre Rerum Novarum (1891), che costituì il fondamento teorico della dottrina sociale cattolica, le pitture rendono esplicita la posizione della Chiesa che non rinuncia ad affermare il proprio ruolo di guida nella scienza come nelle arti, nella giustizia sociale come nel progresso tecnico e industriale, grazie alla conduzione sicura della Fede. Alla luce di questo programma diventa immediatamente chiaro il contenuto della varie pitture: la Religione che vigila sulle arti maggiori e minori (Torti) – tra queste spicca la presenza della fotografia, nata solo nel 1839 –, la Verità sorella e compagna della Storia (Torti), mentre la Teologia governa l’“amorevole concordia” che unisce Fede e Scienza, Arte pagana e Arte cristiana, ed esalta il trionfo del Rosario, sullo sfondo della battaglia di Lepanto, e la fatica e l’impegno del Lavoro, fino alla celebrazione delle virtù individuate quali fondamento della società civile, come il Matrimonio (Seitz). Le pitture di Ludovico Seitz, sicuramente quelle qualitativamente più alte, nonostante la presenza di vari aiuti nell’esecuzione, presentano un linguaggio pittorico ricco di reminiscenze raffaellesche aggiornato da un sentimento più romantico e da un’accurata messa in scena: la perfetta ideazione dei costumi e delle acconciature, la ricca gamma cromatica, la posizione sul proscenio delle figure principali, che si stagliano nette sul fondo a monocromo grigio, denunciano la conoscenza e l’amore per una visione teatrale della composizione. Non mancano dei veri “gioielli”, come il paesaggio di una Roma ideale, alle spalle delle due eleganti personificazioni dell’Arte pagana e dell’Arte cristiana: il Colosseo e il Colle Palatino, la Basilica di San Pietro e San Giovanni in Laterano, fino al Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, sono uniti da un’atmosfera morbida e crepuscolare. Il restauro, che ha richiesto oltre due anni di lavoro, ha dovuto affrontare non solo il degrado delle pitture, ma soprattutto la varietà delle mani e delle conoscenze tecniche dei vari autori e dei loro aiuti, aspetto che ha reso complesso ed affascinante poter restituire questo documento della cultura pittorica della fine del XIX secolo, alla sua piena integrità estetica. I risultati del nostro lavoro saranno affidati ad una pubblicazione che raccoglierà anche la ricca ricerca archivistica e bibliografica svolta fin dalle fasi iniziali dell’intervento, consentendo ai restauratori e ai tecnici del Laboratorio di Diagnostica di confrontarsi con le conoscenze storiche, le scoperte attribuzionistiche, il ritrovamento di bozzetti o disegni preparatori, allo scopo di verificare ogni ipotesi di intervento e previsione di risultato. È questo un aspetto niente affatto scontato o usuale, che si vuole sottolineare per raccontare la coralità di diverse professionalità e competenze che hanno reso possibile un intervento qualitativamente così alto.

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