Alberto Savinio. Scrittore.

Se digitiamo sul celebre motore di ricerca il nome di Savinio, lo troviamo indicato generalmente come scrittore.

Insistendo un po’ di più scopriamo che Andrea Francesco Alberto de Chirico fu scrittore, pittore, drammaturgo e compositore italiano.

E partiamo proprio dal suo nome e dalla nascita dello pseudonimo per raccontare qualcosa di lui, perché l’artista è un grande protagonista dell’ambiente culturale europeo della prima metà del Novecento, ma rientra tra quei geni la cui popolarità non li precede.

“De Chirico” ci riporta infatti a Giorgio, con la sua pittura metafisica e le sue piazze “surreali”, di cui Alberto è fratello. Nati in Grecia, Giorgio a Volo nel 1888 e Alberto ad Atene nel 1891, vi rimangono fino alla morte del padre nel 1905, spostandosi poi tra varie città italiane, Monaco di Baviera e Parigi.

Andrea Francesco Alberto de Chirico ovvero: Alberto Savinio (Foto dal web)

Alberto si diploma al conservatorio di Atene nel 1903 con il massimo dei voti e a Monaco di Baviera continua la sua formazione musicale con il celebre musicista Max Reger, avviandosi anche agli studi di filosofia ed avvicinandosi al pensiero, tra gli altri, di Schopenhauer e Nietzsche. Non riuscendo a trovare una propria posizione nel mondo della musica tedesca, nel 1911 decide di trasferirsi a Parigi dove poco dopo lo raggiunge Giorgio. I due fratelli frequentano gli ambienti culturali della Ville Lumière dove incontrano gli artisti più audaci e innovativi di quel tempo come Léger, Brancusi, Chagall, Picabia, Picasso, Jean Cocteau e soprattutto Guillaume Apollinaire, con il quale si instaura un rapporto di sincera amicizia.

In questo contesto fluido e ricco di spunti intellettuali Alberto vuole distinguersi da Giorgio, che proprio negli anni parigini comincia ad acquisire una certa fama personale e lo fa cambiando il proprio cognome, per altro pronunciato “sciricò” dai francesi, fatto poco gradito ad entrambi i de Chirico. Nel 1914 Andrea Francesco Alberto de Chirico pubblica un articolo sulla rivista Les Soirées de Paris dal titolo “Le drame e la musique”, firmandosi per la prima volta con il suo nuovo nome: Alberto Savinio.

La rivista in cui Andrea de Chirico utilizza lo pseudonimo Alberto Savinio.

Ma perché la scelta cade proprio su questo cognome?

La risposta vale qualche attimo di pazienza per la lettura delle prossime righe.

Per molto tempo nelle biografie di Alberto Savinio si è fatto il nome di Albert Savine come ispiratore dello pseudonimo, ma appare quanto meno strano che ad attirare l’attenzione di Alberto sia stato un conosciuto quanto insignificante letterato del tempo, mediocre nelle opere quanto nel pensiero, titolare di una casa editrice ben presto destinata al fallimento.

Per altro dall’italianizzazione di Savine ci si aspetterebbe come risultato naturale “Savino” piuttosto che “Savinio”.

Indagini più recenti a cura di Nicol Maria Mocchi, storica dell’arte specializzata in arte moderna e contemporanea, autrice di “La cultura dei fratelli de Chirico agli albori dell’arte metafisica” (Ed. Scalpendi, Milano, 2017), suggeriscono una spiegazione che pare essere più vicina al vero.

Lo studio di alcune carte d’archivio mostra quale fosse l’interesse letterario di Alberto grazie alle schede dei prestiti di alcune biblioteche, tra le quali la Biblioteca Nazionale Braidense. Tra i volumi presi in prestito dall’artista figura un’opera la cui trasposizione teatrale parigina del 1897 aveva riscosso un grande successo di pubblico, ispirata alla figura storica del celebre spadaccino guascone, Hercule Savinien Cyrano de Bergerac, tra i più estrosi scrittori del Seicento francese e precursore della letteratura fantascientifica. Autore dell’opera è il poeta e drammaturgo francese Edmond Rostand di cui Alberto incontra il figlio Maurizio, anch’esso poeta, in un modo un po’ buffo: salendo le scale che portano allo studio parigino di Apollinaire il giovane inciampa e ruzzola fino ai suoi piedi!

È più che una suggestione pensare che Alberto, assieme al fratello e allo stesso Apollinaire, abbia trovato nella figura di Cyrano tratti comuni con i propri ideali, le stesse tensioni emotive e lo stesso anelito di essere altro rispetto al consueto…e l’italianizzazione di “Savinien” con Savinio appare più coerente.

In questa sede non possiamo approfondire oltre i numerosi altri punti di contatto tra Andrea Francesco Alberto de Chirico ed Hercule Savinien Cyrano de Bergerac perché adesso, tra le splendide e accoglienti sale di Palazzo Altemps, comunque sia andata, ci aspetta Alberto Savinio in tutte le sue forme espressive.

Alberto ci accoglie con serietà e sobrietà nello spazio che apre l’esposizione al Piano Nobile di Palazzo Altemps, la Sala Mattei, che dal 1996 ospita una serie di ritratti, un capitello composito figurato e il sarcofago con il ratto delle Sabine, parte della Collezione Mattei che un tempo ornava la villa sulla collina del Celio.

In questo grande spazio, sovrastato dalle tentacolari braccia di bellissimi lampadari in vetro, risuona la registrazione d’epoca di un’opera teatrale che Savinio compose nel 1914, Le Chants de la Mi-Mort, della quale scrisse anche il testo e disegnò i costumi. Nelle vetrine alcune delle sue opere letterarie più significative tra le quali mi ha emozionato molto trovare “Dialoghi e Saggi”, edito da Bompiani nel 1944. In realtà non si tratta di un lavoro originale di Savinio, ma di un’intuizione che ha lo stesso Valentino Bompiani. In una lettera inviata ad Alberto il 16 aprile del 1942 scrive:

“Caro Savinio,
ho finito in questo momento di leggere la “VERIDICA STORIA” che mi ha spassato moltissimo. Ora ti faccio queste proposte:
I – prendere la traduzione di Settembrini, schiarirla qua e là quanto occorra per togliere le pesantezze antiquate (spezzare i periodi, mettere degli a capo, togliere i “pensomi”, isolare le battute di dialogo, ecc.);
II – preparare per “VERIDICA STORIA” e per qualche altro dialogo che aggiungeremmo al volume sino al raggiungere le 200 pagine circa (riceverai fra qualche tempo i primi volumi della nuova “Biblioteca Universale” in cui rientrerà il “LUCIANO”) una serie di disegni tuoi riproducibili al tratto da intercalare al testo;
III – una prefazione da 10/20 pagine. Il tutto per un compenso adeguato.
Adesso tu rispondimi dicendomi quanto tempo ti ci vorrebbe”.

Si tratta quindi di un restyling di una celebre traduzione pubblicata nel 1861 a cura di Luigi Settembrini, ergastolano in quel di Santo Stefano per le sue posizioni antiborboniche, delle Opere di Luciano di Samosata, uno scrittore del I secolo d.C. che visse tra Atene e Roma. (Lo stesso carcere in cui il 13 novembre 1943 scoppiò la rivolta dei detenuti guidata da Sante Pollastro, il “bandito” che ispirò De Gregori nel suo celebre brano. Quanti straordinari link ci offre la lettura della storia!)

A sinistra una copia di “Dialoghi e Saggi”, edito da Bompiani nel 1944 a cura di Alberto Savinio.

Luciano e Alberto sono due persone dall’animo artistico perfettamente sovrapponibile, due greci itineranti in un altrove di luoghi nuovi e di ritorni consueti, ma intimamente legati alla propria origine ed accomunati dal medesimo senso di profonda deferenza per l’arte. Scrive lo stesso Settembrini: “a voler vivere in questo mondo bisogna pur credere in qualche cosa: e Luciano, come greco, credeva nell’arte, della quale non rise mai: solamente si scagliò contro coloro che la guastavano e l’avvilivano: e se fu acerbo contro di questi, non è a maravigliarsene, perché gli guastavano la cosa che egli più amava ed aveva unicamente cara”. Non potremmo dirlo anche di Alberto Savinio?

La Sala Mattei. Da questo grande spazio inizia il percorso espositivo della mostra. Foto: Paolo Bondielli.

Cambiando sala, pur rimanendo in quelli che furono gli appartamenti del cardinale Melchior de Polignac, ambasciatore di Luigi XV, le note del pianoforte si attenuano restando comunque ben udibili e si incontrano le prime due opere di Savinio, Fin de Tempête e Le Temple Foudroyé, entrambi dipinti nel 1931. Osservandole mentre si ascolta la sua musica si avverte un legame singolare e molto intenso tra le pennellate e le note, tra la tela e il pentagramma. Ovunque Savinio metta le mani (s)compone fino ai minimi termini, disgrega le certezze dei sensi che non trovano riferimenti nel consueto, smarrendosi tra colori mutevoli che si fanno soggetto, tra isole e ibridazioni che impongono allo sguardo l’attenzione di un nuovo percorso.

Le Temple Foudroyé, 1931. Milano, Collezione di palazzo Vergrazia. Foto: Paolo Bondielli

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Le Temple Foudroyé 

 

Fin de Tempete, 1931. Collezione Privata, Galleria Tega. I due quadri esposti in questa sala (nota come Sala della Stufa), Fin de la Tempete e Le Temple Foudroyé, sono accomunati dalla figura tridimensionale di un fulmine caratterizzato da un rosso acceso. Savinio realizza diverse opere accomunate da questo particolare esposte presso la Società Promotrice di Belle Arti di Torino nel 1932. La storica dell’arte Pia Vivarelli, autrice del Catalogo Generale delle opere di Savinio del 1996 e, tra gli altri, del catalogo della mostra “Alberto Savinio. Gli anni di Parigi. Dipinti 1927-1932”, scrive riguardo Le Temple Faudroyé: “è il concretizzarsi di un’idea di minaccia e insieme di potenza e di forza interna al reale, è annuncio di un evento o anche traccia del suo essersi già verificato”. Foto: Paolo Bondielli
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Fin de la Tempête      

 

E basta un passo ancora per trovare Alberto tra i suoi giocattoli, che sono isole e abitanti di isole. Che sono Sodoma e Gomorra. Abbandonati su una spiaggia o in una foresta. Equipaggi di un vascello o spettatori melanconici di fronte ad una finestra che si affaccia in qualsiasi cielo su cui possa volare un aquilone.

Protagonisti assoluti dei dipinti i giocattoli aggettano dal fondo scuro della tela squillando con l’energia dei colori accesi, mostrando l’anima inquieta di uno sguardo adulto sul respiro semplice di un bambino remoto. C’è qualcosa di insoluto e teso, ancora incompreso, che forse trova un senso metafisico nel Monumento ai Giocattoli del 1930, tra rocce che diventano supporti regolari e tappeti raffinati su cui, in un improbabile gioco di equilibri, i giocattoli sono mostrati passivamente ad autorappresentarsi. La vita, in fondo, è seriamente un gioco.

Chevaucher Marine, 1929. Mazzoleni London-Torino. Monumento ai Giocattoli, 1930. Collezione privata, Milano. L’Ile au Tresor, 1929. Collezione privata, Firenze. Nella Foresta, 1928-1930. Collezione privata. Alberto Savinio inizia intorno agli anni Venti una serie di opere che per una decina di anni mostreranno cumuli di giocattoli che spiccano su paesaggi naturali, talvolta marini altre silvani, che sembra preludere al caos che precede il fare ordine. Il disordine necessario per rimettere in ordine. Foto: Paolo Bondielli
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Chevaucher Marine   Monumento ai Giocattoli   L’Ile au Tresor    Nella foresta

A sinistra della porta Nella foresta, 1928-1930. Collezione privata. A destra Sodoma, 1929. Collezione privata. Foto: Paolo Bondielli. 
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Nella foresta    Sodoma

Fin qui l’”incanto” delle opere di Savinio protagoniste di spazi sostanzialmente neutri, che adesso però incontrano il “mito” nel cuore di Palazzo Altemps, dove la collezione permanente di statuaria antica può alludere a qualsiasi linguaggio dell’arte.

Nella grande sala delle feste del palazzo si trova una delle opere più intense dell’intera collezione: il Galata Suicida. Non è necessario descriverne i tratti che saranno certamente noti a chi legge, quanto indicare quel grande spazio come l’apice del confronto che ci riporta al tema dell’esposizione, curata da Ester Coen con la collaborazione di Zelda De Lillo, che accosta l’incanto e il mito in una sintesi che qui dà vertigine.

In questo spazio si concentrano le opere della mostra che ci raccontano del Savinio commediografo e regista e in particolare il Galata Suicida è messo in relazione con il fondale di scena de I Racconti di Hoffmann di Jacques Hoffenbach, prestito degli Archivi della Scala di Milano, con la quale Savinio collaborò tra il 1948 e il 1951. La musa accoglie, benedice e introduce Hoffmann nella dimensione della poesia e lo fa con un gesto preciso, pregno del significato profondo di un’investitura. E a rapportarsi al marmo del Galata, oltre al drappeggio, alla misura maggiore del vero e alla postura vi è soprattutto il “motus”, che prelude all’incorruttibilità dei grandi valori universali delle anime pure, rese eterne dall’adesione al trascendente.

Il Galata Suicida dialoga con la Musa della Poesia e Hoffman, mentre Roma li guarda da fuori. Foto: Paolo Bondielli.
Un’altra prospettiva del Galata Suicida e del grande fondale realizzato da Savinio per “I Racconti di Hoffman”, messo in scena alla Scala di Milano. Sulla destra della foto vediamo un sarcofago della collezione Ludovisi conosciuto come il Grande Ludovisi, per distinguerlo da uno di dimensioni decisamente inferiori che si trova nelle sale successive. Fu realizzato per il figlio dell’imperatore Decio, Erennio Etrusco, che morì combattendo nel 251 d.C. Sopra il sarcofago una testa di Marte con elmo risalente al II sec. d.C. e integrata, nel XVI secolo, con un busto con testa di Medusa. Sullo sfondo i bozzetti per la realizzazione di Edipo Re, musica di Igor Stravinskij, messo in scena nel 1948 alla Scala di Milano. Foto: Paolo Bondielli.
Maquette remake, 1976. Firenze, Gabinetto G.P. Viessesux, ACGV, Fondo Alberto Savinio. Il gioco di riflessi di questa foto rappresenta l’essenza del dialogo: Il Galata Suicida è riflesso nella struttura della maquette del Teatro alla Scala che ospita come fondale Tebe, dipinto tra il 1947-1948 e qui riproposto nel 1976. E sullo sfondo un affaccio su Roma. E’ la magia di Palazzo Altemps. Foto: Paolo Bondielli.

Al coraggio e all’onore estremi del Galata si sovrappone senza indugi il di Hoffmann alla Musa della Poesia che gli appare in visione, scegliendo di abbandonare le pulsioni emozionali del quotidiano per abbracciare quelle più intense del cosmo.

E ancora un link che si apre su quest’opera di Offenbach e sulla più famosa delle sue arie, la Barcarola, che verrà ripresa da Elvis Presley in Tonight is so right to love nel film Cafè Europa del 1960, riarrangiata da Piovani in La Vita è Bella di Benigni e ancora nel celebre Titanic, per ritrovarla nel 2011 in Midnight Paris di Woody Allen.

Le opere che si incontrano nelle sale successive sono semplicemente affiancate ai capolavori antichi. Il rimando al dialogo tra antico e moderno non cerca una coerenza didascalica: non si guarda Savinio per ricercarne i tratti nell’opera antica e tanto meno si può fare il contrario.

Nella Sala degli Obelischi è esposto l’opera Colloquio, 1932. Collezione Amodio, Milano. Foto: Paolo Bondielli.
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Colloquio

Il fil rouge è altrove e non ci deve ingannare la presenza dei richiami alle civiltà passate, lo si nota nella Sala degli Obelischi, dove al gruppo scultoreo di Pan e Dafne è associato Il Colloquio, dipinto nel 1932 ed oggi parte della Collezione Amodio. I due personaggi dipinti da Savinio richiamano nella forma il gruppo scultoreo antico, ma ad associarli ancora una volta è il “motus”, in questo caso l’abbraccio, “annullatore” di distanze per eccellenza. Un aspetto, questo, ancor più evidente nella Sala del Trono Ludovisi.

Associato visivamente a Les Angle Bataillers, dipinto nel 1930, vi è proprio il celebre trono datato dagli studiosi alla metà del V secolo a.C., che pur non avendo un collegamento filologico con l’opera pittorica di Savinio ne coglie il movimento. Le figure sono avvolte da piume e panneggi che ne esaltano la centralità e la nascita di Afrodite dalla spuma del mare di Cipro accolta da due Horai ci suggerisce quanto meno un dubbio: tra i due angeli è battaglia d’odio o d’amore?

Les Anges Batailleurs, 1930. Courtesy Loretta Cammarella Falsitta. Foto: Paolo Bondielli.
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Les Anges Batailleur

Il percorso continua ancora e le foto allegate a questo articolo ne mostrano in gran parte l’allestimento, consentendo a chi legge, seguendo il link indicato, di vedere per intero le opere di Alberto Savinio comprese nelle immagini.

Palazzo Altemps si conferma come luogo privilegiato per un dialogo dinamico tra antico e moderno. Il Museo Nazionale Romano ha voluto delegare a questa sua prestigiosa sede il racconto di artisti del Novecento italiano dove l’antico è filtrato e declinato dal tratto distintivo di ciascun autore.

Medardo Rosso, Filippo de Pisis ed Alberto Savinio hanno varcato la soglia del palazzo di Piazza Sant’Apollinare con l’intenzione di raccontarci il loro viaggio tra le epoche e i miti, accompagnati ogni volta da Electa con allestimenti coraggiosi e cataloghi indispensabili.

Ma vorrei ricordare anche “Citazioni Pratiche” di Fornasetti, sempre a cura di Electa, che ha inondato con la sua sfrenata creatività Palazzo Altemps trasformandolo di volta in volta in una casa, un atelier, un entrepôt d’art o lasciandolo all’apparenza intatto, come se le opere in mostra avessero sempre fatto parte delle collezioni permanenti.

L’esperienza di visita a Palazzo Altemps è sempre un’immersione completa da open air museum, dove contenitore e contenuto entrano in dialogo anche con gli incantevoli scorci di Roma, in una continuità di spazio che non ha eguali e dove “…l’arte nel suo mistero le  diverse bellezze insiem confonde”.

Electa ci ha abituati a cataloghi di grande pregio, ma in questo caso il volume è un piccolo capolavoro! “Savinio. A-Z” ricorre all’ambiziosa e nobile forma enciclopedica per proporre, attraverso un racconto polifonico e un approccio multidisciplinare, un inusuale ritratto di uno dei protagonisti più eccentrici della cultura italiana del Novecento.

Il volume si sviluppa in una successione di 107 “lemmi” scritti da 31 autori che, “scompaginando e scomponendo un ordine tradizionale’” come spiega la curatrice Ester Coen, restituiscono la personalità versatile e poliedrica di Savinio, che è stato pittore, scrittore, musicista, costumista, scenografo, polemista, critico e molto altro ancora.

GALLERY:

Nella Sala del Galata Suicida sono presenti anche vari bozzetti di Alberto Savinio. Osserviamo, a destra nella foto, Ricevimento a casa di Ofelia, sia l’originale del 1949 che la maquette ramake del 1976. Gabinetto G.P. Vieusseux, ACGV, Fondo Alberto Savinio. E’ visibile nella foto anche l’Erinni Ludovisi, copia romana del II secolo d.C. da un’originale ellenistico, probabilmente parte di un rilievo con Amazzone ferita. Foto: Paolo Bondielli.
Sala del Trono Ludovisi, nota anche come Sala delle Storie di Mosè per il fregio che corre nella fascia in prossimità del soffitto. In queste pitture, rese nella forma dell’arazzo da Pasquale Cati (Jesi, 1550 – Roma, 1620) si raccontano le dieci piaghe d’Egitto e l’Esodo. Nella sala è presente la colossale testa di Hera, parte di una statua che potrebbe aver rappresentato Antonia minore o Livia, rispettivamente madre dell’imperatore Claudio e moglie di Augusto. Un’altra testa di dimensioni minori è presente ad arricchire questo spazio: è l’acrolito Ludovisi. Datato al V secolo a.C. era probabilmente parte di una statua seduta di Afrodite o Persefone. In questo ampio spazio si decostruisce e ricostruisce nell’ormai consueto “dialogo multiplo” tra l’ambiente, l’antico, il moderno e gli affacci romani. Foto: Paolo Bondielli.

 

Nella Sala del Trono Ludovisi la Testa di Hera sembra guardare lontano, alla ricerca del proprio passato in un affaccio che ha il sapore della libertà. Come i due splendidi rapaci rappresentati da Savinio nel Gardiens D’Etoile o Les Gardiens du Port, 1930. Mart, Museo d’Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, collezione VAF Stifung. Foto: Paolo Bondielli.
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Gardiens D’Étoile o Les Gardiens du Port

Nell’ingresso alla Sala della Duchessa è presente, tra le altre opere, una statua di Afrodite del II a.C., messa in relazione con Les Dioscures. Afrodite sembra guardare con intenzione Castore e Polluce, come se avessero appena rapito Ilaria e Febe, figlie di Leucippo re di Messenia. I corpi dei protagonisti sembrano danzare sulle note della stessa musica e del resto di questa leggenda, tra le più popolari a coinvolgere i Dioscuri, Afrodite è ispiratrice. Foto: Paolo Bondielli.
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Les Dioscures

Ancora la Venere, ma stavolta sembra impegnata in un’altra danza, con la quale forse spera di calmare L’ira di Achille, 1930. Collezione Barilla di Arte Moderna, Parma. Foto: Paolo Bondielli.
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L’ira di Achille

Nella Sala degli Obelischi è presente una statua di Urania, la musa dell’astronomia e della geometria, che in mano tiene il globo terrestre, datata al I sec. d.C. Ma ancora Savinio destruttura il pensiero e la sua opera, Le Revue du Poète (1927, Collezione privata) ci fa pensare ad altro. Urania infatti è anche la protagonista di un racconto fantascientifico dal titolo “Relazione del primo viaggio sulla Luna fatto da una donna nell’anno di grazia 2057”, scritto da Ernesto Capocci di Belmonte a cavallo del 1800. Può darsi che quest’opera sia stata suggerita a Savinio dalla nostalgia per la letteratura, accantonata in favore della pittura. Foto: Paolo Bondielli
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Le Rêve du Poète

L’ares Ludovisi, “il più bel Marte dell’antichità” (Winckelmann)., nella Sala della Piattaia. Realizzata nel II sec. a.C., fu ritrovata nel rione Campitelli e probabilmente faceva parte del tempio dedicato a Marte edificato in Circo Flaminio. L’opera di Savinio in dialogo con Ares è significativamente Le Retour, il ritorno. La statua è una copia di un’originale greco del IV sec. a.C., attribuibile a Lisippo o a Skopas ed è per questo motivo che lo conosciamo come Ares e non come Marte. Un ritorno quindi alle origini di Alberto Savinio che nasce ad Atene e vi trascorre parte della sua giovinezza. Foto: Paolo Bondielli.
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Le Retour

All’ingresso dell’appartamento del Cardinale è presente una testa di Ercole datata al I sec. d.C. su un busto recente, accanto a Le Départ de la Colombe, 1939. Collezione Barilla di Arte Moderna, Parma. Foto: Paolo Bondielli.
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Le départ de la Colombe

Ancora uno scorcio dell’ingresso dell’appartamento del Cardinale con un affaccio su Roma, allo stesso modo in cui sono affacciati Gli Ospiti Dimenticati (a sinistra nella foto), 1930. Collezione privata. A destra lo abbiamo appena citato: Le Départ de la Colombe. Foto: Paolo Bondielli.
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Gli Ospiti Dimenticati 

Un affaccio sulla Sala delle Prospettive Dipinte con un’opera che Savinio ha dipinto tra il 1929 e il 1930, La Fidèle Epouse. Palazzo Maffei, Fondazione Carlon. Mentre l’artista ci mostra la sua interpretazione dell’Annunciazione, nella sala attigua Ercole e Asclepio sembrano attendere una rivelazione rimanendo in passiva attesa nei pressi dell’affaccio su Roma. Foto: Paolo Bondielli.
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La Fidèle Épouse

Sala dell’Iseo e del Serapeo del Campo Marzio. Ancora un ritorno al passato, con un accostamento molto forte tra millenaria cultura egizia che ha influenzato la religione dell’intero bacino del Mediterraneo e le le sue origini greche, che hanno influenzato il suo pensiero. Le opere sono, da sinistra: Souvenir d’Enfance à Athènes, 1930-1931. Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma. Souvenir d’Enfance, 1930-1931. Collezione privata, Roma. Monumenti e Trofei, 1931. Collezione privata. Foto: Paolo Bondielli.
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Souvenir d’Enfance a Athènes     Souvenir d’Enfance     Monumenti e Trofei

Ancora Egitto antico. Ancora mitologia e religione. Ad unire antico e moderno è la forza, la potenza. Il toro Api appariva agli Egizi come dio della forza generatrice, un dio della fecondità. Anche Savinio nelle opere degli anni Cinquanta, come Il Giorno sul Borgo (1950. Collezione privata, Roma), ricerca forme di potenza espressiva che si liberano di quell’ironia giocosa e pungente degli anni Venti e Trenta. Foto: Paolo Bondielli.
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Il Giorno sul Borgo

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Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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