Sono passati circa due millenni dall’eruzione del Vesuvio che ha cancellato le antiche città di Pompei, Ercolano, Oplontis e Stabia, ma gli uomini del Duemila non hanno dimenticato quella tragedia, rendendola protagonista di film, documentari e libri in cui, alla ricostruzione storica, si aggiunge un’aura di romanticismo e profonda compassione nei confronti di quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto attimo per attimo una fine tragica e cruenta.

Fonte: Petrone dalla rivista scientifica Plos One.

Il fascino esercitato da questo episodio storico è dovuto anche alle numerose e preziosissime tracce storiche e archeologiche pervenute fino a noi come, per esempio, gli splendidi scavi di Pompei, celebri in tutto il mondo.
Pompei è una miniera d’oro di informazioni e reperti per tutti gli studiosi e gli appassionati che vogliono saperne di più sull’eruzione del 79 d.C. Anzi, è una miniera che pare inesauribile, viste le continue scoperte di edifici (l’ultima in ordine di tempo è avvenuta solo pochi giorni fa e si tratta del ritrovamento di un’edicola dedicata al culto dei Lari, decorata con gli straordinari dipinti di due serpenti e di un pavone benauguranti).

In questo articolo, però, non vi parlerò della memoria incisa sulle pietre, bensì di quella che è ancora scritta su ciò che rimane delle vittime di quei due giorni fatali.
Qual è stato l’effetto del fuoco e del calore sui loro corpi? Cosa è accaduto da un punto di vista puramente fisiologico?
A questa domanda ha risposto un team di ricerca dell’Università Federico II di Napoli, condotto dall’antropologo forense Pier Paolo Petrone e dal professore di Medicina Legale Claudio Buccelli, entrambi del Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate.

Crani di tre maschi adulti. Fonte: Petrone dalla rivista scientifica Plos One.

Sono stati analizzati i resti di 300 scheletri rinvenuti nell’area del lungomare di Ercolano e i risultati dell’indagine pubblicati nello studio dal titolo “A hypothesis of sudden body fluidvaporization in the 79 AD victims of Vesuvius”.
Gli scheletri erano in dodici stanze divenute, purtroppo, la loro ultima dimora durante i tentativi di fuga.
Il team è riuscito a ricavare tracce di minerali di colore nero e rosso, poi rivelatisi ossidi di ferro, dalle ossa e dalla cenere: una prova evidente della vaporizzazione dei fluidi come il sangue e dei tessuti corporei subito dopo la morte, avvenuta in meno di dieci minuti, a causa delle altissime temperature raggiunte, circa 500° C. Neppure la presenza di edifici ha protetto le persone dall’impatto devastante di cenere, lapilli e gas.

Gli studiosi hanno notato, analizzando gli scheletri,  perfino tracce di esplosioni del cranio dovute non solo al calore estremo, ma proprio al fenomeno della vaporizzazione dei fluidi i quali, in ebollizione e senza una via d’uscita, avrebbero esercitato pressione sulla calotta cranica fino a distruggerla.
Questa scoperta è fondamentale per capire gli ultimi istanti di vita delle vittime dell’eruzione, ma anche per comprendere qualcosa in più su di loro da una prospettiva biologica e non solo storica e archeologica.
Possiamo dire che la morte di queste persone sia stata quasi immediata, ma non per questo meno sconcertante e tremenda anche a distanza di così tanti secoli.

 

Source: PLOS One