Busto di Lucio Vero (Immagine tratta da it.Wikipedia.org)

La Peste antonina, conosciuta pure come Peste di Galeno[1], da colui che ne parlò con dovizia di particolari, fu una epidemia ad estesissima e rapida diffusione di vaiolo[2][3][4][5][6] o morbillo[7][8], o meno verosimilmente tifo[9], propagata entro i confini dell’impero romano dalle legioni[10] che tornavano nei loro alloggiamenti dopo aver partecipato ad una serie di operazioni militari[11] contro i Parti. La pandemia avrebbe, forse, pure provocato il decesso dell’imperatore Lucio Vero[12] (Roma, 15 dicembre 130 d.C.-Altino, 169 d.C.), il cui nome Antoninus, derivato da quello del padre, offrì la denominazione alla malattia contagiosa. L’epidemia si diffuse nuovamente nove anni più tardi, stando all’autore romano di trattati storici Cassio Dione (Nicea, 155 d.C.-235 d.C.), e produsse sino a 2.000 decessi giornalieri a Roma, un quarto dei contagiati[13]. Si è stabilito che la totalità dei deceduti sia stata di 5.000.000 di individui. La pandemia fu presente in ogni angolo dell’impero per circa 30 anni, causando in base ad una valutazione approssimativa fra i 5 ed i 30 milioni di persone defunte. La malattia contagiosa ammazzò più o meno un terzo degli abitanti in diverse regioni e falcidiò le truppe romane[14]. I documenti di epoca remota sono d’accordo sulla circostanza che l’epidemia fece la propria comparsa dapprima nel corso del blocco militare dei Romani organizzato intorno alla località fortificata di Seleucia[15], nella stagione invernale del 165-166 d.C.[16]. Lo storico Ammiano Marcellino (Antiochia di Siria, 330/332 d.C. circa-Roma, intorno al 397 d.C.) sostiene che la pandemia raggiunse anche la Gallia ed i contingenti militari acquartierati lungo il fiume Reno[17]. Eutropio[18] (Bordeaux, III secolo d.C.-successivamente al 387 d.C.) afferma che un gran numero di esseri umani cessarono di vivere in ogni parte dell’impero[19].

CAUSE DELLA MALATTIA EPIDEMICA

Galeno in una litografia di Pierre Roche Vigneron (Immagine tratta da it.Wikipedia.org)

Nel periodo che andò dal 21 dicembre al 21 marzo del 168-169 d.C., nella repentina e violenta manifestazione della peste, Galeno era con i soldati presenti ad Aquileia (l’attuale Aquileia in Friuli). Lo stesso, nell’opera scientifico-letteraria Methodus Medendi ed in altri testi, racconta che l’epidemia perdurò per un tempo di lunghezza considerevole, manifestandosi mediante forte aumento della temperatura del corpo, evacuazione frequente di feci liquide o semiliquide, flogosi della faringe e formazione di pustole[20] sulla epidermide, che comparivano intorno alla nona giornata del morbo. Quanto narrato da Galeno, però, non permette di comprendere le caratteristiche della malattia contagiosa. L’autore statunitense di trattati storici, William Hardy McNeill (professore emerito dell’Università di Chicago), dichiara che la peste antonina e la seguente peste di Cipriano (251- 270 d.C. circa) furono due morbi differenti, il primo di vaiolo[21] ed il secondo di morbillo, sebbene non per forza in tale ordine. La cifra elevata di morti che il popolo europeo patì da queste due pandemie farebbe ritenere che lo stesso non fosse stato colpito neanche una volta dalle due epidemie, che diversamente avrebbero fatto diventare non contagiabili i superstiti. Dionysios Ch. Stathakopoulos (King’s College, London) ipotizza che si possa parlare in tutti e due gli eventi tragici di vaiolo[22]. Questa ultima supposizione pare la più ragionevole visto che molteplici virologi sono sicuri che la diffusione del morbillo sia avvenuta successivamente al 500 d.C.[23].

EFFETTI

Busto dell’imperatore Marco Aurelio (Immagine tratta da it.Wikipedia.org)

Turbati dalla grande sciagura, tanti individui fecero ricorso ad incantesimi per salvarsi. Interessante è quanto Luciano di Samosata[24] (Samosata, 120 d.C. più o meno-Atene, fra il 180 ed il 192 d.C.) riferisce a tale riguardo[25]. La malattia contagiosa provocò spiacevoli effetti sociali e politici in ogni provincia dell’impero romano. Il Niebuhr[26] (Copenaghen, 27 agosto 1776-Bonn, 2 gennaio 1831) disse che: «nel momento in cui il regno di Marco Aurelio ha un punto di svolta in molte cose, soprattutto letteratura ed arte, non ho dubbi che questa crisi fosse dovuta a questa peste… Il mondo antico non si riebbe mai dal colpo inflitto dalla piaga che lo visitò durante il regno di Marco Aurelio»[27]. Il Gibbon[28] (Putney, 8 maggio 1737-Londra, 16 gennaio 1794) ed il Rostovtzeff[29] (Zytomyr, 10 novembre 1870- New Haven, 20 ottobre 1952) attribuiscono alla peste antonina una incidenza meno significativa in confronto alla situazione economica e politica davvero difficile. Tuttavia diversi effetti della pandemia furono innegabili. Mentre l’esercito romano si dirigeva in oriente, capeggiato dall’imperatore Vero, in seguito all’offensiva delle forze armate di Vologase IV[30] in Armenia, i reparti militari romani posti a difesa dei confini orientali vennero decimati a causa del contagio. Stando a Paolo Orosio[31] (Braga, 375 d.C. circa-420 d.C. circa) numerosi centri abitati, grandi e piccoli, italiani e dei territori conquistati su cui aveva giurisdizione un proconsole o un propretore romano, si spopolarono. Nel momento in cui l’epidemia raggiunse l’Europa centro-settentrione, arrivando anche al Reno, contagiò pure le popolazioni germaniche e galliche stanziate oltre le frontiere dello Stato romano. Per tantissimi anni queste genti avevano tentato di entrare nell’impero con il desiderio di trovare nuove regioni in cui stabilirsi, essendo aumentata la loro popolazione. Con i loro guerrieri falcidiati dal morbo, le legioni romane poterono alla fine ricacciarli indietro. Dal 167 d.C. sino alla sua scomparsa, l’imperatore Marco Aurelio guidò direttamente[32] e con pieni poteri le truppe presenti vicino al Danubio[33], provando, con una affermazione non definitiva[34], a porre un freno all’offensiva dei Germani al di là del corso d’acqua perenne sopramenzionato. La campagna militare contro i Marcomanni[35] venne posticipata sino al 169 d.C. a motivo della penuria di militi romani.

La Peste Antonina (Immagine tratta da pt.wikipedia.org)

BIBLIOGRAFIA

  1. BADEL – H. INGLEBERT, L’Impero Romano in 200 mappe, Leg, Gorizia 2015;
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  3. CLEMENTE, Guida alla storia romana, Arnoldo Mondadori, Milano 1985;
  4. FREDIANI, I grandi generali di Roma antica, Newton & Compton, Roma 2003;
  5. F. GILLIAM, The Plague under Marcus Aurelius, in The American Journal of Philology 82.3 (1961), 225-251;
  6. HAESER, Geschichte der epidemischen Krankheiten, G. Fischer, Jena 1865;
  7. HARDY McNEILL, La peste nella storia, Res Gestae, Milano 2012.
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  15. RUZEK – S. K. SINGH, Neuroviral Infections, CRC Press, Boca Raton 2013;
  16. SICKER, The Pre-Islamic Middle East, Greenwood, Westport 2000;
  17. SPINOSA, La grande storia di Roma, Arnoldo Mondadori, Milano 1998;
  18. STATHAKOPOULOS, Famine and Pestilence in the Late Roman and Early Byzantine Empire, Routledge, London 2004;
  19. ZIOLKOWSKI, Storia di Roma, Bruno Mondadori, Milano 2006.

Note:

[1] Cerusico dell’antica Grecia (Pergamo, 129 d.C.-Roma, 201 d.C. circa).

[2] Haeser, H. Geschichte der epidemischen Krankheiten. Jena: G. Fischer, 1865, pp. 24-33.

[3] Grave malattia epidemica virale che si manifesta con stato tossico notevole ed esantema pustoloso.

[4] Lovelli, G. Rerum antiquarum et byzantiarum fragmenta. Tricase: Libellula, 2016, p. 187.

[5] Bergdolt, K. La Peste nera e la fine del Medioevo. Casale Monferrato: Piemme, 2002, pp. 13-14.

[6] Naphy, W.; Spicer, A. La peste in Europa. Bologna: Il Mulino, 2006, p. 12.

[7] Gilliam, J. F. The Plague under Marcus Aurelius, in The American Journal of Philology 82.3, 1961, pp. 225-251.

[8] Malattia infettiva contagiosa virale, caratterizzata da febbre elevata, congiuntivite, bronchite, enantema ed esantema.

[9] Malattia infettiva e contagiosa, che colpisce specialmente l’intestino tenue, causando uno stato febbrile continuo, mal di testa, grande stanchezza e debolezza fisiche.

[10] Spinosa, A. La grande storia di Roma. Milano: Arnoldo Mondadori, 1998, p. 416.

[11] Pani, M.; Todisco, E. Storia romana. Roma: Carocci, 2008, p. 288.

[12] Diresse ed amministrò lo Stato romano insieme a Marco Aurelio, dal 161 d.C. fino alla sua dipartita.

[13] Cassio Dione, LVII, 14. 3-4.

[14] Michelet, J. Storia di Roma. Santarcangelo di Romagna: RL Gruppo Editoriale, 2009, p. 645.

[15] Frediani, A. I grandi generali di Roma antica. Roma: Newton & Compton, 2003, p. 465.

[16] Sicker, M. The Pre-Islamic Middle East. Westport: Greenwood, 2000, p. 169.

[17] È, con i suoi 1.326 Km, uno dei corsi d’acqua di maggiore lunghezza in Europa.

[18] Autore romano di opere letterarie, politico ed oratore.

[19] Eutropio, XXXI, 6. 24.

[20] Montanelli, I. Storia di Roma. Milano: RCS Libri, 1997, p. 363.

[21] Hardy Mcneill, W. La peste nella storia. Milano: Res Gestae, 2012, p. 105.

[22] Stathakopoulos, D. C. Famine and Pestilence in the Late Roman and Early Byzantine Empire. London: Routledge, 2004, p. 95.

[23] Ruzek, D.; Singh, S. K. Neuroviral Infections. Boca Raton: CRC Press, 2013, pp. 95-97.

[24] Autore di volumi satirici ed oratore dell’antica Grecia.

[25] Luciano, Alexander. 36.

[26] Politico tedesco ed autore di trattati storici.

[27] Gilliam, J. F. The Plague under Marcus Aurelius. op. cit., p. 225.

[28] Politico inglese ed autore di opere letterarie e storiche.

[29] Autore russo di testi storici.

[30] Monarca del regno partico a partire dal 147 fino al 191 d.C.

[31] Sacerdote, autore romano di trattati storici ed apologista.

[32] Clemente, G. Guida alla storia romana. Milano: Arnoldo Mondadori, 1985, p. 258.

[33] Con i suoi 2.860 km è il secondo fiume di maggiore estensione in Europa (il primo è il Volga).

[34] Badel, C.; Inglebert, H. L’Impero Romano in 200 mappe. Gorizia: Leg, 2015, p. 191.

[35] Popolo germanico di un passato lontano.

1 COMMENTO

  1. [1] Tantus autem timor belli Marcomannici fuit, ut undique sacerdotes Antoninus acciverit, peregrinos ritus impleverit, Romam omni genere lustraverit; [2] retardatusque bellica profectione sic celebravit et Romano ritu lectisternia per septem dies. [3] Tanta autem pestilentia fuit, ut vehiculis cadavera sint exportata serracisque. [4] Tunc autem Antonini leges sepeliendi sepulchrorumque asperrima sanxerunt, quando quidem caverunt, ne quis velle [ab]fricaretur sepulchrum. Quod hodieque servatur. [5] Et multa quidem milia pestilentia consumpsit multosque ex proceribus, quorum amplissimis Antoninus statuas conlocavit. [6] Tantaque clementia fuit, ut et sumptu publico vulgaria funera iuberet [et] ecferri et vano cuidam, qui diripiendae urbis occasionem cum quibusdam consciis requirens de caprifici arbore in campo Martio contionabundus ignem de caelo lapsurum finemque mundi affore diceret, si ipse lapsus ex arbore in ciconiam verteretur, cum statuto tempore decidisset atque ex sinu ciconiam emisset, perducto ad se atque confesso veniam daret.

    [1] Mors autem talis fuit: cum aegrotare coepisset, filium advocavit atque ab eo primum petit, ut belli reliquias non contemneret, ne videretur rem p. prodere. [2] Et, cum filius et respondisse cupere se primum sanitatem, ut vellet, permisit, petens tamen, ut expectasset paucos dies, aut simul proficisceretur. [3] Deinde abstinuit vi potuque mori cupiens auxitque morbum. [4] Sexta die vocatis amicis et ridens res humanas, mortem autem contempnens ad amicos dixit: ‘quide me fletis et non magis de pestilentia et communi morte cogitatis?’ [5] Et cum illi vellent recedere, ingemescens ait: ‘si iam me dimittitis, vale vobis dico vos praecedens.’ [6] Et cum ab eo quaereretur, cui filium commendaret, ille respondit: ‘vobis, si dignus fuerit, et dis inmortalibus.’ [7] Exercitus cognita mala valetudine vehementissime dolebant, quia illum unice amarunt. [8] Septimo die gravatus est et solum filium admisit, quem statim dimisit, ne in eum morbus transiret. [9] Dimisso filio caput operuit quasi volens dormire, sed nocte animam efflavit. [10] Fertur filium mori voluisse, cum eum talem videret futurum, qu[it]alis exstitit post eius mortem, ne, ut ipse dicebat, similis Neroni, Caligulae et Domitiano esset.

    Tanto grande fu il timore per la Guerra Marcomannica, che Antonino convocò a sé dappertutto i sacerdoti, adempì ai riti stranieri, purificò con sacrifi di ogni genere Roma; ed attardatosi nella partenza per la guerra, allo stesso modo celebrò anche per sette giorni i banchetti sacrificali offerti agli dèi secondo il rito romano. D’altra parte scoppiò una pestilenza tanto grande, che i cadaveri vennero trasportati con bighe e carri. Dunque gli Antonini sancirono delle leggi rigidissime per la sepoltura e per i sepolcri, dal momento che ebbero cura a che nessuno edificasse un sepolcro dovunque volesse. Cosa che anche oggi viene rispettata. E di certo la pestilenza ne consumò molte migliaia e molti fra i nobili, di cui, dei più illustri, Antonino fece scolpire delle statue. E così grande fu la clemenza, da ordinare anche che venissero celebrati i funerali della gente del popolo a spese dello stato e da concedere il perdono anche ad uno sciocco, che gli era stato portato al cospetto e che aveva confessato, il quale ricercando l’occasione per saccheggiare la città assieme a dei complici, tenendo un discorso pubblico da un albero di fico nel campo Marzio, avrebbe detto che sarebbe caduto fuoco giù dal cielo e sarebbe giunta la fine del mondo, se lui stesso, caduto dall’albero, si fosse trasformato in una cicogna, poichè, ad un tempo stabilito, egli stesso si era buttato giù ed aveva gettato fuori da una piega della veste una cicogna.

    Tale fu la morte (di Antonino): avendo iniziato ad ammalarsi, chiamò il figlio e come prima cosa gli chiese che non trascurasse le ultime fasi della guerra, perché non apparisse come un traditore della repubblica. E, rispondendo anche il figlio che per prima cosa desiderava la sua guarigione, acconsentì a fare come egli desiderava, chiedendo tuttavia, che avesse aspettato pochi giorni, allo stesso tempo che non partisse. Quindi si astenne dal cibo e dalle bevande, desiderando morire e la malattia si aggravò. Al sesto giorno, convocati gli amici, ridendo delle vicende umane, inoltre disprezzando la morte, disse agli amici: “Perché piangete per me e non pensate maggiormente alla pestilenza ed alla morte che ci accomuna?”, e volendo quelli andarsene, gemendo disse. “se volete già lasciarmi, statemi bene dico a voi, precedendovi” e chiedendogli , a chi avrebbe affidato il figlio, egli rispose: “ a voi, se sarà degno, ed agli dèi immortali”. Gli eserciti, conosciuta la sua salute cagionevole, piangevano molto amaramente, perché amarono unicamente lui. Nel settimo giorno, essendosi aggravato, ammise alla sua presenza solo il figlio, che subito allontanò perché la malattia non lo contagiasse. Allontanato il figlio, si coprì il capo quasi che volesse dormire, ma spirò durante la notte. Si narra che avesse voluto che il figlio morisse, accorgendosi che sarebbe stato tale e quale fu dopo la sua morte, perché, come egli stesso diceva, non diventasse simile a Nerone, Caligola e Domiziano.

    Historia Augusta.

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