Riprendiamo il racconto e a coloro che non avessero letto la prima parte consigliamo di farlo cliccando qui: https://mediterraneoantico.it/articoli/news/il-museo-egizio-e-il-tempio-di-ellesija-parte-1/

L’Egitto, dunque, ha bisogno di una nuova diga che consenta di aumentare la superficie dei

terreni coltivabili, regolarizzi le piene del Nilo per ottimizzare la coltivazione dei terreni già disponibili e fornisca una gran quantità di energia elettrica al Paese.

Oltre le complicazioni tecnico finanziarie relative alla costruzione dell’imponente nuova diga, il governo egiziano sa di dover affrontare anche il “problema archeologico” con migliaia di aree, in molti casi mai indagate prima, che andranno perdute per sempre.

Le due immagini mostrano il medesimo affresco  della Natività di Gesù. Proviene dalla cattedrale di Faras, nel Sudan del Nord, oggi interamente sommersa dal lago Nasser. Nella foto a sinistra (© Paolo Bondielli) l’affresco nella sua attuale collocazione presso il Sudan National Museum di Khartum; nella foto a destra (autore: Tadeusz Biniewski; © National Museum in Warsaw) l’affresco nella sua collocazione originale in una foto del 1960, dove fu realizzato tra il X e l’XI secolo.
In quell’area operò la missione polacca diretta dal professor Kazimierz Michałowski, che al termine dei lavori riportò in patria una settantina di affreschi allestendo presso il MNW la Faras Gallery, con il patrocinio dell’UNESCO (https://www.mnw.art.pl/en/collections/permanent-galleries/faras-gallery/).

Il 6 marzo 1959 la Repubblica Araba d’Egitto e il Sudan lanciano ufficialmente la loro richiesta d’aiuto alla comunità internazionale attraverso l’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’8 marzo 1960 Vittorino Veronese, direttore generale dell’UNESCO, pronuncia il suo vibrante ed appassionato discorso.

È un punto di svolta della vicenda che cambierà il destino di questo territorio. Veronese evidenzia l’urgenza della situazione, rimarcata dall’inaugurazione dei lavori alla Diga Alta avvenuta nel gennaio di quello stesso anno, ma fa appello anche ai valori della solidarietà e della fratellanza internazionale, definendo la civiltà egizia come “culla del pensiero occidentale”. Il suo è un forte invito a superare le divergenze politiche amplificate e rese ruvide dalle trame fosche della Guerra Fredda, invitando gli uomini a cogliere l’importanza della missione da compiere.

Ne riporto alcuni stralci:

Infatti tali ricchezze, delle quali è già penoso dover dire il rischio di perderle può essere imminente, non appartengono solo alle nazioni che oggi ne sono depositarie. Il mondo intero ha diritto alla loro perennità perché sono parte del patrimonio comune che comprende tanto il messaggio di Socrate che gli affreschi di Ajanta, le mura di Uxmal che le sinfonie di Beethoven. Ai monumenti di valore universale si deve una tutela universale” […] “Una causa così nobile merita uno sforzo adeguato. Per questo invito con fiducia i governi, le istituzioni e le fondazioni pubbliche e private, e tutte le persone di buona volontà, a contribuire al successo di un’opera senza precedenti nella storia: servizi, apparecchiature, denaro, tutto sarà necessario. E tutti possono collaborare in mille modi. È bene che, da una terra che nel corso dei secoli fu tante volte teatro o oggetto di contese nate dall’avidità, venga una prova convincente di fratellanza internazionale” […] L’Egitto è un dono del Nilo: è questa la prima frase greca che innumerevoli studenti hanno tradotto. Che i popoli si uniscano per impedire al Nilo, fonte accresciuta di fecondità e di energia, di diventare la tomba liquida di parte delle meraviglie che gli uomini di oggi hanno ricevuto da quelli di un tempo”.

A sinistra il Ministro della Cultura francese André Malraux; a destra Vittorino Veronese. UNESCO, salvage of Nubia monuments, Internationa campaign. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Andr%C3%A9_Malraux_(left)_and_Vittorino_Veronese_at_UNESCO,_salvage_of_Nubia_monuments,_International_campaign.jpg

A queste accorate parole risponde immediatamente André Malraux, ministro della Cultura francese. Plaude all’intervento del nostro connazionale e sottolinea come “…per la prima volta tutte le nazioni – mentre molte sono segretamente in guerra fra loro – sono state chiamate a salvare insieme le opere di una civiltà che non appartiene a nessuna di esse”. Nel suo lungo e articolato discorso il politico francese sottolinea che “…nel momento in cui la nostra cultura intuisce nell’arte una misteriosa trascendenza e uno dei mezzi ancora enigmatici che la guidano all’unità, nel momento in cui essa raccoglie le opere, divenute segno di fratellanza per tante civiltà che si odiarono o si ignorarono, Ella propone un’azione che fa appello a tutti gli uomini contro tutti i grandi naufragi. Il Suo appello (del direttore generale Veronese, nda) appartiene alla storia dello spirito non perché vuole salvare i templi della Nubia ma perché, con esso, la prima civiltà del mondo rivendica pubblicamente l’arte mondiale come proprio invisibile retaggio”.

In conclusione il presidente Nasser, cogliendo appieno la portata di ciò che sta accadendo, non può che affermare: “Tutti coloro che avranno contribuito alla realizzazione di questo progetto – governi, istituzioni pubbliche e private, singoli individui – avranno dimostrato la loro fiducia nella cooperazione universale, nella cooperazione di tutte le nazioni dell’universo, nella cooperazione di una collettività umana che conosce i propri scopi e le vie da seguire per realizzarli”.

Tre lustri dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il mondo intero trova inaspettatamente un progetto da condividere, un sentire comune che fa incontrare tra le calde sabbie del deserto egiziano e sudanese studiosi, studenti, tecnici e operai specializzati. Una terra difficile da raggiungere per la distanza, per le leggi non scritte del turismo e per le difficoltà oggettive che anche i viaggiatori più audaci incontrano, riceve ora un’attenzione inattesa, raccontandosi al mondo con il pudore e l’orgoglio di ciò che è inviolato.

L’intera regione viene suddivisa in aree che vengono affidate a quelle Nazioni che accettano di condividere questa febbrile corsa contro il tempo, con il duplice scopo di raccogliere più dati possibili sui monumenti che andranno irrimediabilmente perduti ed individuare quelli che invece è possibile salvare.

L’Italia mette in campo le sue forze migliori: dall’Università di Milano alla Sapienza di Roma con il professor Donadoni, dall’Università di Firenze con Sergio Bosticco a quella di Pisa con Edda Bresciani. E poi ovviamente il Museo Egizio di Torino con Silvio Curto e due studiosi torinesi, Celeste Rinaldi e Vito Maragioglio.

Credo sia doveroso fermare per un attimo il racconto per dare giusto merito a questi due collaboratori del Museo Egizio, non egittologi di professione, ma che hanno dato allo studio dell’antico Egitto un contributo considerevole.

Maragioglio, avviato alla carriera militare, si congeda anzitempo con il grado di colonnello per “farsi interamente egittologo”, come egli stesso racconta, mentre Rinaldi fu ingegnere progettista. La loro proficua collaborazione iniziata tra le stanze della biblioteca del Museo durerà per circa 30 anni, durante i quali percorreranno l’Egitto in lungo e in largo misurando ed esaminando, pietra dopo pietra, i monumenti relativi alla tipologia di costruzione che più di ogni altra rappresenta l’Egitto antico: la piramide. I loro studi sono raccolti in una serie di volumi che ancora oggi costituiscono una risorsa irrinunciabile nel percorso di formazione dello studente di egittologia e le loro rispettive biblioteche personali andarono ad arricchire quella del Museo Egizio, che oggi porta il nome del loro grande amico Silvio Curto.

Due nomi che è impossibile dividere e che tutti noi abbiamo imparato a conoscere associati in questo modo: “V. Maragioglio – C. Rinaldi”. Foto: www.meretsegerbooks.com)

Torniamo al nostro racconto.

La squadra di studiosi italiani parte per l’Egitto a cavallo tra il 1961 e il 1962 cominciando ad esplorare l’area di Dehmit e Kalabasha e negli anni successivi Korosko e Kasr Ibrim. L’UNESCO intanto, già nel 1962, informa proprio l’istituzione torinese della possibilità di recuperare un tempio ad Ellesija già descritto sommariamente nel 1960 e ritenuto di grande interesse. Al salvamento potrebbe seguire il dono del tempio stesso al nostro Paese come ringraziamento per il lavoro svolto durante le complesse operazioni di salvamento dei monumenti della Nubia.

La Soprintendenza torinese alle Antichità Egizie accetta la sfida lanciata dall’UNESCO, supportata fin da subito da tantissime donazioni di enti e privati cittadini del capoluogo piemontese.

Già il 7 ottobre dello stesso anno i tecnici torinesi sono in grado di relazionare ai funzionari del Governo egiziano e alla delegazione UNESCO sullo stato di conservazione del Tempio, oltre ad elencare una serie di indicazioni utili alle operazioni di salvamento e suggerire una ricognizione in zona alla ricerca di ulteriori insediamenti antichi. La Missione torinese redige anche un preventivo di spesa basato sui tempi stimati per il completamento dell’operazione e sui costi della manodopera locale e le donazioni promesse dalla città piemontese sembrano essere sufficienti a coprire l’intero costo. Tuttavia i carteggi tra la Soprintendenza torinese e il Governo egiziano, necessari per affinare l’organizzazione delle operazioni in loco, viaggiano a ritmi troppo lenti, soprattutto quando dal Cairo devono raggiungere Torino: la lentezza burocratica non riesce a tenere il passo con lo svolgersi degli eventi.

Sopraggiunge nel frattempo una grave crisi economica che colpisce il nostro Paese e tarpa le ali alla generosità dei benefattori. Quando finalmente nel 1964 viene messa in moto la fase operativa i fondi, erogati dal solo Comune di Torino, da alcuni enti e da qualche privato, non sono più sufficienti.

L’egittologo francese Auguste Mariette.
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Auguste_Mariette_photography.jpg

L’aspetto economico non è meno importante di quello tecnico e tutto si ferma, fin quando l’istituzione fondata nel 1858 dall’egittologo francese Auguste Mariette, il Service de Antiquités de l’Egypte, decide di mettere a disposizione del progetto il proprio servizio tecnico, chiedendo un semplice rimborso delle spese vive da sostenere. Ora il budget a disposizione del progetto sembra essere sufficiente.

In Egitto è tutto pronto e sono in attesa che arrivino le risorse economiche necessarie per dare il via alle fasi preliminari dell’operazione di salvataggio del Tempio di Ellesija. Ma adesso sono le pastoie della burocrazia italiana a complicare le cose e i finanziamenti degli enti pubblici e degli istituti bancari tardano ad arrivare, innescando qualcosa di impensabile: il professor Giuseppe Grosso, sindaco di Torino tra il 1965 e il 1968 e il dottor Angelo Colombo, in quegli stessi anni direttore generale della Cassa di Risparmio di Torino, mettono a garanzia le proprie risorse personali per anticipare le somme richieste dal Governo egiziano!

E siamo arrivati al maggio del 1965, con tutti i permessi firmati, il denaro sufficiente per coprire le spese e la squadra di tecnici pronta a partire. Ma…il Nilo non è d’accordo!

Alle regolari piene del 1962 e del 1963 con un normale deflusso delle acque nell’alveo naturale, segue una piena di eccezionale portata che lascia l’acqua alta per lungo tempo, al punto che nel settembre del 1964 i membri della missione italiana non possono ancora accedere al Tempio, di cui restano visibili solo i fori sopra la porta d’ingresso. E l’Istituto Idrografico del Nilo annuncia, per l’estate del 1965, una situazione simile.

È l’ultimo colpo di coda del Grande Fiume Nilo, l’ultimo atto di sfida di un dio che poi, benevolo, si arrende all’uomo e si fa imbrigliare affinché la sua azione benefica gli possa arrivare in altro modo: l’anno successivo la Saad el-Aali, la Diga Alta, chiuderà tassativamente le sue saracinesche e l’acqua della piena verrà trattenuta e gestita dall’uomo, lasciando per sempre sommerso il luogo dove sorge il Tempio di Ellesija.

Fiduciosi nella benevolenza del dio Hapy il progetto va avanti a dispetto delle previsioni e nel porto che serve la nuova diga vengono preparati i mezzi, i materiali e gli uomini per affrontare questa sfida, iniziata tre anni prima per interessamento dell’UNESCO e grazie alla disponibilità della città di Torino.

Siamo ormai al mese di giugno del 1965, in attesa che il Nilo ceda spazio agli operai e consenta di percorrere verso sud quei 230 km che separano Nag Ellesija da Aswan. Il fiume comincia a cedere, piano piano, prendendosi l’interno mese per rendere significativo l’abbassamento del livello delle acque e questa volta la macchina operativa si muove con una velocità sorprendente.

L’urgenza è giustificata dall’Istituto Idrografico del Nilo che continua a dare cattive notizie: il Nilo sta refluendo verso l’alveo naturale e presto il Tempio riemergerà dalle acque, ma entro un mese si riprenderà tutto ciò che ha concesso e il tormentato ipogeo di Thutmosi III sparirà di nuovo tra i flutti agitati di un fiume inquieto, stavolta per sempre.

Veduta area di Qasr Ibrim. Oggi questo sito archeologico appare come un’isola a causa del lago Nasser, ma un tempo sorgeva su un’altura che si trovava sulla riva orientale del Nilo, a breve distanza dal Tempio di Ellesija. Una carta topografica della metà dell’ottocento identifica un grosso villaggio chiamato Ibrim, delimitato a nord dalla fortezza di Kasr Ibrim (nota fin dal II millennio a.C.) e a sud da un borgo chiamato Nag Ellesija. Al tempo del salvamento le uniche evidenze ritrovate furono la fortezza già citata e un piccolo villaggio nei pressi del Tempio di Ellesija, chiamato el-Said, termine probabilmente residuo di Nag Ellesija. Questa foto mostra quanto sia cambiato il paesaggio di quell’area geografica e quanto la creazione del lago Nasser abbia imposto la nascita di una nuova geografia. Credits:https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Qasr_Ibrim_08.jpg

Nei primi giorni di luglio i membri della missione italiana arrivano ad Aswan e il 10 la flottiglia parte per raggiungere in soli tre giorni la sua destinazione, attraccando nella sponda opposta al Tempio di Ellesija, ancora sommerso. Questa scelta si rende necessaria perché la sponda in prossimità del Tempio è interessata da un flusso d’acqua impetuoso, dovuto ad una profondità minore che provoca un pericoloso acceleramento della corrente.

La squadra eterogenea composta da ingegneri, archeologi ed operai di provata esperienza, non può far altro che osservare la lenta discesa del livello delle acque, come un sipario che pian piano mostra la prima scena di una piece teatrale.

Ed eccolo, finalmente, l’oggetto di tante attenzioni! Come il fiore di loto emerge dal Grande Lago del Nun, il Tempio si libera dalle acque del Nilo per mostrarsi a coloro che gli ridaranno nuova vita. Un primo gruppo attraversa il fiume in barca e verifica, con gioia, che le ultime disastrose piene non hanno arrecato danni e che si può procedere come previsto. Ma…non è così semplice.

Le acque davanti al Tempio sono già troppo basse per consentire alle pesanti imbarcazioni di arrivare in prossimità dell’ingresso e la situazione peggiora di ora in ora, trasformando l’intera area in un acquitrino impraticabile per qualsiasi tipo di barca.

Ancora una volta l’esito positivo dell’intera missione pare compromesso e il tempo è scaduto: o si raggiunge l’altra riva adesso o si torna ad Aswan con un nulla di fatto.

C’è una genialità che nasce dall’esperienza e che l’intelligenza gestisce come un potente software. Da quel formidabile database di cose già fatte si possono trarre soluzioni nuove, mai “pensate” in precedenza, ma estremamente efficaci perché capaci di cambiare le sorti di una vicenda che pare non promettere bene.

Uno dei funzionari egiziani ingaggiati dalla missione italiana propone di far scivolare quasi a pelo d’acqua una grande chiatta di ferro, che per le sue caratteristiche costruttive può navigare anche in acque poco profonde. L’idea è geniale, appunto, ma la sua realizzazione un po’ meno semplice del previsto: la chiatta si incaglia spesso sul fondo fangoso e gli operai devono utilizzare delle lunghe pertiche come leve per liberarla. Lo sforzo pare sovrumano ma lo strano natante arriva infine davanti all’ingresso del Tempio e con l’aiuto di imbarcazioni leggere l’attrezzatura, il cibo e il personale viene trasferito sulla chiatta, ormai quasi del tutto appoggiata sul terreno.

Da questo momento e per i successivi venti giorni e per ventiquattro ore al giorno, gli operai lavorano senza sosta, appoggiati ad una parete invalicabile e circondati da un acquitrino impenetrabile che li isola dal resto del mondo.

Quando la squadra arrivò nei pressi del tempio e riuscì ad entrare trovarono le immagini senza traccia di pigmento. Ma ben sappiamo che il mondo antico era tutto a colori e l’Egitto non faceva eccezione. Nel disegno Tiziana Giuliani immagina alcune figure del Tempio di Ellesija ancora con i colori.

I tecnici segnano le linee di taglio tenendo conto delle iscrizioni e delle figure, mentre gli operai affrontano la roccia scavando un corridoio che abbraccia per intero il Tempio, avendo cura di lasciare tra i due vuoti un muro con spessore di circa un metro. Utilizzando delle apposite seghe da roccia si procede a ridurre il Tempio in blocchi che vengono via via trasportati sulla chiatta.

Il lavoro di questi uomini è encomiabile. Il peso medio di ciascun blocco è di circa una tonnellata, ma per rispettare le iscrizioni e le immagini alcuni blocchi hanno dimensioni e peso maggiori della media: possiamo solo immaginare la fatica e i rischi che un lavoro del genere ha comportato, per altro svolto in condizioni estreme. Guardando oggi il tempio rimontato nelle sale del Museo Egizio non possiamo che ringraziarli di tutto cuore, consapevoli che senza il loro sacrificio il Tempio di Ellesija sarebbe scomparso per sempre sotto la superficie del Lago Nasser.

Pochi giorni dopo aver completato l’estrazione dei blocchi il Nilo riprende a salire per la sua ultima piena percepibile, come previsto dell’Istituto Idrografico, e ben presto la chiatta torna a galleggiare. Dopo una sosta di alcuni mesi presso Wadi es-Sebua il prezioso carico raggiunge Aswan, dove le autorità egiziane ispezionano i blocchi, li restaurano parzialmente e poi li imballano accuratamente per consentirgli di affrontare il lungo viaggio alla volta di Torino. Ad aspettarli i due grandi sovrani, Thutmosi III che l’ha realizzato e Ramesse II che l’ha restaurato, oltre ad una collezione di reperti nubiani, tra i quali spiccano le “stele Vidua” provenienti da Faras e un ushabti a nome di Setau, il viceré di Nubia il cui nome compare anche nella “Stele del Restauro” e che probabilmente curò per conto di Ramesse II le operazioni di risistemazione del tempietto rupestre.

-segue-

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Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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