Forse è uno dei monumenti che più colpiscono chi visita Madrid per la prima volta: il tempio di Debod al tramonto, nel Parque del Oeste, è un’esperienza che molti madrileni e turisti amano ripetere ogni volta che possono. Un piccolo rito urbano, forse inconsapevolmente vicino alla natura originaria di un edificio sacro legato al culto di Amon e all’universo religioso dell’Egitto antico. Il luogo è magnifico, e chi conosce Madrid sa quanto sia difficile spiegare il fascino di quel profilo egizio stagliato contro il cielo della capitale spagnola.

Ma il tempio di Debod non è una semplice decorazione urbana.

È un tempio egizio di circa 2200 anni, sorto in pieno centro città, a due passi dal Palazzo Reale, in un luogo carico anche di memoria politica spagnola. Eppure oggi, dopo oltre mezzo secolo di esposizione agli agenti atmosferici e dopo essere stato sradicato dal territorio e dal contesto per cui era stato pensato, Debod continua a essere al centro delle notizie e del dibattito pubblico: non sempre per la sua indubbia bellezza o per il suo valore archeologico, ma per le controversie politiche e conservative nelle quali è finito suo malgrado.

Procediamo con ordine.

Nel 1960, quando iniziarono i lavori della grande diga di Assuan, si costituì in Spagna il Comité Español para el Salvamento de los Monumentos de Nubia. Tra i promotori dell’iniziativa vi fu Martín Almagro Basch, archeologo molto vicino al regime di Francisco Franco. L’allarme era chiaro: la costruzione della nuova diga, voluta da Gamal Abdel Nasser per garantire all’Egitto una grande disponibilità di energia elettrica e sostenere lo sviluppo del Paese, avrebbe creato un enorme bacino artificiale in uno dei tratti più ricchi di monumenti dell’intero corso del Nilo.

L’UNESCO mise allora a disposizione la propria piattaforma diplomatica per coordinare il salvataggio del maggior numero possibile di monumenti antichi. File, Abu Simbel e molti altri siti nubiani furono smontati, trasferiti e ricostruiti a una quota tale da garantirne la sopravvivenza al di sopra delle acque del nuovo lago Nasser.

Per ringraziare alcuni dei Paesi che avevano contribuito in modo particolarmente significativo alla campagna internazionale, l’Egitto donò quattro templi antichi: il tempio di Dendur agli Stati Uniti, oggi cuore spettacolare della sezione egizia del Metropolitan Museum di New York; il tempio rupestre di Ellesija, risalente all’epoca di Thutmose III, all’Italia, dove oggi è conservato all’interno del Museo Egizio di Torino; il tempio di Taffa ai Paesi Bassi, oggi al Rijksmuseum van Oudheden di Leida; e infine il tempio di Debod alla Spagna.

Un esempio di tempio coperto: Tempio di Dendur, Metropolitan Museum (NY) – foto di Suzuki, via Wikimedia Commons.
Tempio di Ellesiya Museo Egizio – Wikimedia Commons
Tempio di Taffeh a Leida, Rijksmuseum van Oudheden, Leiden – Foto di Marcello Garbagnati

Debod, per molti aspetti vicino per atmosfera e funzione al tempio di Dendur, è però più antico del monumento oggi esposto al Met. Fu costruito circa 2200 anni fa, probabilmente per iniziativa del re meroitico Adikhalamani, e successivamente ampliato in epoca tolemaica e romana. Il tempio nasce in un contesto storico complesso, legato alle tensioni che attraversarono l’Egitto tolemaico e la Nubia. Durante la cosiddetta “secessione tebana”, tra il 205 e il 185 a.C., l’Alto Egitto si sottrasse per circa vent’anni al controllo dei Lagidi di Alessandria. Quelle fratture interne permisero ai sovrani kushiti di avanzare fino a File e di occupare l’area del Dodecascheno, spiegando così la loro presenza a File, Kalabsha, Dakkah e Debod.

Il dono alla Spagna va letto anche nel quadro dei rapporti diplomatici tra l’Egitto di Nasser e la Spagna franchista. Il tempio arrivò in Spagna nel 1970; i lavori di anastilosi, con il riassemblaggio di circa 2.300 blocchi, si protrassero fino al 1972. Il luogo scelto per esporlo — diversamente da quanto avvenne in Italia, negli Stati Uniti o nei Paesi Bassi — fu all’aperto, su una collina dove un tempo sorgeva il Cuartel de la Montaña, la caserma nella quale prese avvio la sollevazione militare del 1936 a Madrid e che venne poi distrutta durante la Guerra Civile.

Perché parlarne oggi?

Perché una delle condizioni legate al trasferimento del tempio era che Debod fosse conservato in un luogo chiuso, in un ambiente museale o comunque protetto, in modo da garantirne la conservazione. La Spagna, però, scelse un’altra strada: quella dell’inserimento del tempio nel paesaggio urbano.

Temple of Debod in Madrid (Spain) dopo una nevicata – Wikimedia Common

Fino a oggi, la giustificazione più ricorrente per l’assenza di una copertura adeguata è stata la valorizzazione del suo carattere paesaggistico: Debod, si sostiene, “si legge meglio” in uno spazio aperto, perché era stato concepito per sorgere all’aperto. È un argomento suggestivo, ma anche discutibile. Un conto è il contesto originario di un edificio sacro antico, un altro è la sua esposizione permanente all’inquinamento, all’escursione termica, al vandalismo e alla pressione turistica di una grande capitale europea del XXI secolo. La conservazione di un bene archeologico fragile non può dipendere soltanto dalla forza scenografica del suo profilo al tramonto.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli allarmi per lo stato di conservazione del tempio, per gli atti vandalici e per le scritte lasciate da frequentatori notturni del parco. Nel 2020 anche Zahi Hawass arrivò a sostenere che, se la Spagna non fosse stata in grado di proteggerlo adeguatamente, il tempio avrebbe dovuto essere restituito all’Egitto. Al di là della praticabilità politica e giuridica di una restituzione, il merito della questione è un altro: il tempio di Debod è oggi un monumento antico esposto giorno e notte a un uso urbano spesso inconsapevole del suo valore storico.

Tempio di Debod: vandalismo – Revista Nuve

Tra le voci critiche più ascoltate in Spagna vi è quella di Tito Vivas, egittologo e divulgatore, da anni impegnato nella difesa del tempio e nella sensibilizzazione del pubblico sulla necessità di una tutela più seria.

Madrid Ciudadania y Patrimonio Debod – 2015

Intervistato sul tema, Vivas colloca Debod anche all’interno di una riflessione più ampia sul patrimonio egizio conservato fuori dall’Egitto:

«È molto triste che un egiziano non possa andare a vedere il proprio patrimonio, che non possa vedere la Stele di Rosetta, o che non possa venire in Spagna a vedere Debod, a causa della realtà politica del suo Paese e del rapporto del suo Paese con i nostri. Forse, se vivessimo con un altro tipo di libertà e di democrazie, sarebbe meno doloroso che il patrimonio fuori dai Paesi d’origine — patrimonio che, alla lunga, funziona anche come un autentico ambasciatore turistico, perché convoglia moltissimo turismo verso l’Egitto — fosse distribuito nel mondo. Forse allora farebbe meno male».

Quando gli chiediamo quale sia la sua posizione specifica su Debod, la risposta è netta:

«Tutti gli altri templi trasferiti rispettarono ciò che era stato richiesto: essere protetti sotto una copertura. La Spagna non lo fece.

Il problema di Debod, per me, si riassume molto rapidamente: in Spagna commettiamo un errore enorme nel considerare Debod un ornamento urbano. È un edificio storico, è un bene patrimoniale, ma noi lo trattiamo come una decorazione urbana. E non lo è.

La gente lo paragona alla cattedrale di Burgos o ad altri monumenti spagnoli, ma no: sono cose diverse. Prima di tutto, la cattedrale di Burgos è stata progettata e costruita con materiali di Burgos per resistere al clima di Burgos. Debod no. Debod non è stato pensato per il clima, per l’inquinamento e per la realtà ambientale di Madrid.

Inoltre, nel momento in cui vi è stato consegnato quel patrimonio, quel bene, avrebbe dovuto essere considerato una pieza da museo e non un ornamento urbano. Per questo non condivido l’idea che debba restare lì solo perché genera un paesaggio urbano che non si può alterare.

Allo stesso modo, non accetterei che si togliessero Las Meninas dal Prado per metterle nella stazione di Atocha o all’aeroporto di Madrid-Barajas come decorazione; né che si prendesse la Dama di Elche per collocarla all’ingresso di un centro commerciale perché starebbe benissimo. No. Sono pezzi da museo, e come tali devono essere conservati.

Se qualcuno mi avesse fatto questo discorso quando il tempio arrivò in Spagna, forse avrei potuto capirlo. Ma oggi, in un’epoca in cui siamo in grado di realizzare con una stampante 3D una replica del tempio, potremmo benissimo lasciare nel paesaggio urbano una copia che non alteri l’immagine della città e conservare l’originale in un’esposizione collegata a quella replica. Lì potremmo proteggerlo come deve essere protetto: come un pezzo da museo, come un patrimonio che ci è stato donato e che ha 2200 anni.

Questo è già stato fatto altrove. C’è il caso della statua equestre di Marco Aurelio. C’è il caso dell’Ara Pacis, se parliamo di protezione e copertura. Ci sono esempi anche nei dolmen della Galizia. Non stiamo chiedendo nulla che non sia mai stato fatto.

Se parliamo di coprirlo, esistono precedenti. Se parliamo di trasferire l’originale e lasciare una replica, esistono precedenti anche per questo. Non stiamo chiedendo nulla che non sia già stato fatto in altri Paesi, dove il patrimonio viene preso molto più sul serio.

Che cosa aspetta Madrid a capire che Debod non è un ornamento da parco né un posto dove farsi fotografie al tramonto perché viene bene su Instagram? È un pezzo da museo, ha 2200 anni ed è unico».

La domanda, dunque, non è se Debod sia bello nel punto in cui si trova: lo è, senza dubbio. Il problema è se la bellezza scenografica di un monumento possa diventare un argomento sufficiente per comprometterne la conservazione. Un tempio egizio non dovrebbe essere sacrificato alla cartolina che esso stesso ha contribuito a creare.

Mentre scriviamo, un’iniziativa promossa da imprenditori madrileni ha rilanciato il dibattito sulla possibile copertura del tempio. È un segnale importante, perché riporta al centro il nodo essenziale: Debod non è soltanto uno dei luoghi più fotografati di Madrid, ma uno straordinario ambasciatore culturale dell’antico Egitto nel cuore dell’Europa. Proprio per questo, se vogliamo che anche le generazioni future possano continuare a conoscerlo, non basta ammirarlo al tramonto, ma dobbiamo prendercene cura e difenderlo.

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Thomas Villa

Thomas Emilio Villa è un giornalista scientifico e culturale attivo tra Italia, Spagna e Stati Uniti. Si occupa delle connessioni profonde tra le cosiddette ‘scienze esatte’, la storia dell’arte e il patrimonio culturale. Vive a Tenerife, sotto uno delle migliori stellate del mondo, convinto che la vera “grande unificazione” debba passare anche dal dialogo tra scienza, arte e memoria storica. Collabora con Astronomy Magazine negli Stati Uniti, Astronomia Magazine, Muy Interesante e Historia National Geographic in Spagna, Focus e Artribune in Italia

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