Hasna, la bellissima. Una stele funeraria fatimide al Museo Egizio di Torino.

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 Hasna, la bellissima. Una stele funeraria fatimide al Museo Egizio di Torino.

Nella redazione di questo piccolo contributo ho avuto un dubbio. Nulla di scientifico, ma di taglio editoriale. Personalizzo o non personalizzo il testo? Lo scrivo raccontando di prima persona e rendo partecipi i lettori alla stregua di un’inquadratura soggettiva di un film o descrivo in maniera asettica una serie di dati che l’oggetto fornisce? Trovarsi davanti alla possibilità di essere il primo a studiare un oggetto contenuto in un museo e a realizzare una pubblicazione su una rivista scientifica sarebbe il sogno di molti studiosi, ma non il mio, e ne ho avuto l’ennesima conferma in tale situazione. Ecco perché nell’arco di qualche minuto ho deciso di tralasciare l’analisi asettica e di raccontare una storia, anche perché lo studio da parte di chi sta scrivendo di questo manufatto non nasce come una ricerca ma come un’azione di art sharing tra musei!

Le stele oggetto dell’articolo, custodita presso il Museo Egizio di Torino. Ph/Generoso Urciuoli

Dal 1 aprile 2015, con il nuovo allestimento del Museo Egizio di Torino, al termine del percorso museale è presente una vetrina dedicata al periodo islamico. Una presenza insolita rispetto all’immaginario collettivo sulla storia dell’Antico Egitto, che porta però con sé un messaggio ben chiaro rivolto al grande pubblico: la storia e la cultura dell’Egitto non terminano con l’epoca faraonica.  Per tal motivo è iniziata una collaborazione tra il Museo Egizio e la Galleria d’Arte islamica del MAO Museo d’Arte Orientale di Torino; collaborazione che ha preso forma in alcuni progetti, come “Dal Nilo al Po e ritorno” che ha coinvolto anche la comunità egiziana presente sul territorio e nello specifico la scuola araba Il Nilo o azioni di art  sharing, scambio di oggetti, da esporre nelle rispettive sedi museali.  Proprio la stele, infatti, è stata esposta nel settembre 2016  al MAO nella galleria islamica all’interno di un progetto di approfondimento sull’arte e la cultura islamica dal titolo: “Mille e una Storia. Un’opera si racconta”.

“Mille e una storia. Un’ opera si racconta” è un progetto periodico di divulgazione finalizzato al presentare e a raccontare al pubblico dei manufatti di arte islamica appartenenti alle collezioni del MAO e ad altre istituzioni cittadine e non.  La galleria permanente di arte islamica si trasforma in un luogo di approfondimento mensile. Oltre ad esporre l’oggetto che viene selezionato in modo diverso rispetto alle opere presenti nella galleria, l’approccio al racconto del manufatto viene realizzato utilizzando un filtro archeologico, per ampliare il discorso tramite informazioni storico, antropologiche e religiose, il tutto finalizzato a riposizionare l’oggetto nel contesto culturale in cui è stato prodotto.

L’azione di art sharnig con il Museo Egizio ha visto l’arrivo al MAO, come anticipato, della stele funeraria e l’esposizione all’Egizio, all’interno della vetrina di arte islamica, di una bellissima coppa in metallo ageminato in oro e argento di epoca mamelucca.

Faccio un passo indietro. La formazione della piccola collezione islamica, all’interno della storia del Museo Egizio, sarebbe una storia a sé stante, una vera e propria ricerca connotata da notizie molto frammentate, in alcuni casi solo brevi accenni, il cui risultato, la composizione di un quadro omogeno o di informazioni esaustive, è tutt’altro che scontato.  Quando vidi la stele all’interno della vetrina, insieme ad altri manufatti islamici, tra cui due curiosi contenitori in terracotta che genericamente vengono definiti bombe (il discorso sarebbe troppo lungo sulla corretta identificazione d’uso di tali oggetti) e una coppa, decisi che sarebbe stato l’oggetto ideale da far rientrare in “Mille e una Storia. Un’opera si racconta”.

Inoltre, la stele essendo caratterizzata dalla presenza di un epigrafe, fu scelta come oggetto simbolo di un’altra iniziativa del MAO trasformandosi da manufatto archeologico a immagine di un festival di tre giorni  “Khatt, dalla sabbia al calamo” che ha avuto luogo da venerdì  18 a domenica 20 novembre 2016 interamente dedicati al tema della scrittura nella cultura islamica. (L’edizione di quest’anno, 2017 appena conclusasi aveva invece come tema centrale il viaggio).

Dettaglio della Stele. Ph/Generoso Urciuoli

Khatt, letteralmente linea o riga, oppure percorso, nella lingua araba va ad indicare la calligrafia associandola all’idea di traccia.

Un manufatto archeologico che diventa “narratore di storie” e che si trasforma ulteriormente diventando segno tangibile della cultura quale elemento imprescindibile di mediazione.

Partirono, così, le pratiche amministrative per i prestiti e nel frattempo iniziai una ricerca sull’oggetto. Il primo passo fu capire come era arrivata al Museo Egizio.

Inizialmente, dopo un confronto con la dott.ssa Alessia Fassone, conservatrice del Museo Egizio, si presupponeva che il lotto di cui facesse parte la stele fosse giunto a Torino tra il 1824, anno corrispondente all’arrivo della collezione Drovetti, e il 1888, data di edizione del primo catalogo di Fabretti – Rossi – Lanzone. La conferma l’ho trovata su un volume da Silvio Curto, Storia del Museo Egizio Di Torino, 1990, all’interno di una nota.  Risulta, infatti, l’esistenza di un appunto presente in un grosso quaderno manoscritto (conservato nell’Archivio  della Soprintendenza alla Antichità del Piemonte) intitolato “Acqiitions et distractions”:  la stele arriva nel 1858 come dono del sig. Luigi Zucchi; infatti, insieme a un gruppo nutrito di altre donazioni realizzate dal sig. Zucchi, tra un gatto in bronzo e una mano di mummia con anello aureo all’anulare con scarabeo, compare “1 stelina funeraria araba arcaica, 0, 35X0,25”.  A questo punto, non restava che osservare direttamente la stele e capire cosa poteva raccontare.

La stele è in arenaria e ha una forma rettangolare quasi regolare (il lato corto inferiore è leggermente più piccolo di quello superiore) che ricorda una tavola scrittoria, motivo per il quale il termine arabo con cui viene identificata è lawh (lavagna).

Il manufatto non è di grandi dimensioni e presenta una formula funeraria suddivisa su 10 righi.  La stele è in buono stato di conservazione anche se presenta tre fratture evidenti che, fortunatamente, non ne penalizzano la fruibilità del testo. È da evidenziare una piccola abrasione sul settimo rigo che rende di difficile traduzione alcune parole ma che non ne limitano la comprensione totale dell’iscrizione.  In molti casi, all’interno delle sepolture, le lastre potevano essere due, posizionate rispettivamente in prossimità del capo e dei piedi del defunto, definite sawahid (testimoni/testimonianza) in quanto attestano la professione di fede di colui o colei che dovrà attendere la risurrezione e il conseguente giorno del giudizio, secondo la credenza musulmana ortodossa.

Dettaglio della Stele. Ph/Generoso Urciuoli

Le informazioni più importanti che consentono di identificare il nome del defunto, in questo caso della defunta, la sua la sua genealogia e la data di morte sono dal quinto rigo in avanti: Hasna, la bellissima che morì il 2 dhu l-hijja 485 ovvero il 3 gennaio del 1093.

Altre notizie sulla defunta non si riescono ad apprendere perché  i righi precedenti rispettano uno standard tipico delle formule funerarie musulmane: dopo la consueta apertura con la Basmala  o  Bismillah ( Bi-smi ‘llāhi al-Rahmāni al-Rahīmi” بسم الله الرحمن الرحيم – In nome di Dio, Clemente, Misericordioso) con cui si aprono tutte le Sure del Corano, il testo riporta altri due versetti del Corano “Tutto quel che è sulla terra è destinato a perire, [solo] rimarrà il Volto del tuo Signore, pieno di Maestà e di Magnificenza”. (Sura LV 26-27). L’epigrafe continua con la formula di benedizione al Profeta e ai suoi famigliari.   Data di morte a parte, non ci sono informazioni sul luogo di nascita o collocazioni geografiche relative alla vita di Hasna, però, grazie ai confronti con altre stele, in particolare con alcuni manufatti del British Museum di Londra, e per lo stile calligrafico con cui è stato realizzato il testo, si può affermare che la stele funeraria, con buona probabilità, arrivi dalla zona di Assuan o più in generale dall’Alto Egitto.

Lo stile calligrafico usato per incidere la formula è il cufico che presenta una variante definita fatimide, tipico della scrittura monumentale in Egitto del X-XI secolo, caratterizzata da tratti non rigidi, arrotondati e corsivi.

Le regole nella realizzazione dello stile cufico non erano così rigide come si presuppone; infatti, il calligrafo si concedeva la libertà di sviluppare varianti ornamentali dello stile senza mai uscire però dai canoni prestabiliti.

Oltre alle varianti proposte dai singoli artisti, nelle regioni iraniche andò a imporsi uno stile di cufico che si differenziò da quello standard definito cufico persiano o orientale.

Dal cufico standard ebbe origine anche il cufico occidentale che si sviluppò soprattutto in una zona vasta del Nord Africa e della Spagna definito stile maghribi.

Partito dal centro cittadino di al-Qayrawan, odierna città della Tunisia, capitale del governatorato dell’Ifrīqiya, centro di potere, religioso e culturale sia sotto la dinastia degli Aghlabidi e poi dei Fatimidi, lo stile maghribi si sviluppò in diverse varianti e tra queste si potrebbe far rientrare la variante cufica fatimide.

Dettaglio delle Stele reso in negativo per consentire una migliore lettura del testo. Ph/Generoso Urciuoli

La dinastia dei Fatimidi, semplificando al massimo, è una delle dinastie islamiche che regnò sull’Egitto, fondò al Qahira (il Cairo), aderì alla setta sciita degli ismailiti e non riconosceva la legittimità dei califfi ommayadi e abbasidi perchè reputava che solo i discendenti di Muhammad potessero essere i successori del profeta stesso.

In Egitto, i Fatimidi non imposero mai la loro fede ismailita alla popolazione che era prevalentemente sunnita e in parte cristiana ed ebraica. L’interpretazione di tale tolleranza potrebbe avere una valenza politica, come elemento di lungimiranza finalizzata a creare un clima sia culturale sia sociale particolarmente disteso, sia religiosa per la peculiarità esoterica dell’ismailismo di essere una religione riservata agli iniziati. Poche furono le manifestazioni pubbliche o l’ostentazione della sfumatura di credo proposte dai Fatimidi; in ogni caso elementi come: l’introduzione di formule specificamente sciite nelle preghiere pubbliche, il metodo per stabilire la fine del ramaḍān sostituendo la consueta osservazione della natura con calcoli scientifici, l’introduzione di alcune feste tipicamente sciite come l’῾āšūrā’ e le processioni, rappresentarono delle caratteriste proprie degli ismailiti.

Che Hasna fosse ismaelita o no, il testo sulla stele non fornisce particolare prove e a riguardo.

Un elemento interessante che potrebbe destare curiosità è un nome presente nella genealogia di Hasna: ‘Îsâ, il padre del suo bisavolo.

Îsâ, è il nome maschile che si riferisce a un profeta, in particolare a uno degli imam visibili secondo la tradizione ismailita e conosciuto nel mondo occidentale con il nome di Gesù. Profeta e inviato divino (rasûl),  ‘Îsâ ovvero Giosuè (Yehoshùaˁ in ebraico) la cui traduzione dal greco è Gesù, in quanto profeta Gesù, figlio di Maria, nell’accezione musulmana è la Parola di Allah e uno “Spirito da Lui proveniente” (Corano IV, 17 ) e tornerà sulla terra prima della fine del mondo per annientare l’Anticristo (Dajjâl) e ristabilire la pace e la giustizia.

‘Îsâ è un nome che appartiene, come appurato, alla tradizione musulmana ma non risulta essere così diffuso come altri nomi un ambito musulmano.

Dettaglio delle Stele reso in negativo per consentire una migliore lettura del testo. Ph/Generoso Urciuoli

Un primo risconto di un’altra attestazione della presenza di questo nome proveniente sempre dalla stessa zona, Assuan, lo si trova nella stele del British Musem n.° 1889. 0420.6,  datata 1055 della nostra era. il defunto a cui è dedicata la stele è proprio un uomo di nome ‘Îsâ, morto nel 1055, circa trentotto anni prima di Hasna. Impossibile tentare un “ricongiungimento” familiare di queste due stele anche se potrebbe essere affascinante ricostruire i legami di parentela dei vari proprietari delle stele, ammettendo che tali manufatti siano tutti provenienti da Assuan (Syne) e in particolare dal famoso cimitero musulmano che conserva ben visibili ancora mausolei e monumenti funerari.

La vera storia di Hasna, la proprietaria della stele, rimarrà sempre avvolta nel mistero ma questo non inficia la possibilità che l’oggetto, in quanto tale, sia portatore di narrazioni.

 

Bibliografia generica

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John William Thackston Jr., Naser-e Khosraw’s Book of Travels (Safarnāma), Albany 1986.

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Yaacov Lev, The Fāṭimids and Egypt 301-358/914-969 in Arabica T. 35, Fasc. 2 (Jul., 1988), pp. 186-196, Brill

Elinoar Bareket, The Head of the Jews (ra’is al-yahud) in Fatimid Egypt: A Re-Evaluation Bulletin of the School of Oriental and African Studies, University of London Vol. 67, No. 2 (2004), pp. 185-197

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Delia Cortese, Simonetta Calderini, Women and the Fatimids in the World of Islam,2006 ,Edinburgh University

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Generoso Urciuoli

Laureato in Civiltà Bizantina presso l’Università degli Studi di Torino ha approfondito il suo percorso di for- mazione in ambito archeologico con un master in tec- niche di scavo archeologico.

In ambito formativo:
– corso di formazione in Archeologia subacquea presso l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera (IM);
– corso di alto perfezionamento in “instrumentum domesticum” presso l’Istituto Pontificio Archeologia Cristiana, Roma;
– corsi di formazione in Vicino Oriente Antico e Egittologia presso l’ Istituto Vicino Oriente, Milano;
– ha sostenuto diversi esami universitari extra curriculari presso l’Università degli Studi di Genova sempre in ambito archeologico e storico dell’arte. Ha lavorato come operatore archeologico o responsabile scavo archeologico per varie università ed enti di ricerca in ambito italiano;
– ho svolto l’archeologo anche per varie ditte certificate per l’esecuzione dello scavo archeologico occupandosi di ricerca, conservazione di beni culturali e documentazione di reperti e siti archeologici. Si è anche occupato, inoltre, di attività divulgativa e didattica. Attualmente lavora presso uno dei più prestigiosi musei d’arte orientale d’Italia.

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