Improvvisamente nella mia vita arriva Bibracte. Interessante penso, ma cosa è Bibracte?

Bibracte è un sito archeologico sperduto “in the middle of nowhere” in Borgogna, al confine tra i due dipartimenti di Nièvre e Saône-et-Loire. Siamo sul Mont Beuvray, catena montuosa del Morvan. Il centro abitato più vicino a Bibracte, che possa definirsi città, è a circa trenta chilometri di distanza ed è Autun.

 

 

Quando si parla con qualcuno della zona, la prima cosa che viene raccontata è che questa è la parte della regione della Borgogna economicamente più povera. Il terreno non è buono. Niente vino. Eppure c’è qualcosa di magico in questo posto. Basta stare qualche ora a farsi accarezzare dal vento, fare qualche passeggiata tra i campi, riempirsi gli occhi di un paesaggio pieno di “nulla” ma che rappacifica l’anima, per rendersi conto che il genius loci in questa zona ha una connessione in 5G!

Per arrivare al sito archeologico, dopo aver transitato in macchina su stradine caratterizzate da un panorama di spazi sconfinati, appezzamenti di terra recintati e mucche, bisogna percorrere un sentiero che parte dal Museo di Bibracte. Sono circa 200 metri di dislivello. D’estate si può salire in cima solo a piedi. Si passa nel bosco. La presenza di alberi dalla forma strana, manipolati in antichità in modo che formassero delle barriere naturali, fa intuire che stai camminando su percorsi antichi, vissuti. Al tempo stesso sembra di camminare in un bosco incantato, da saga. Gli alberi potrebbero prendere vita da un momento all’altro. Mentre si passeggia si gioca con loro a riconoscerne le forme: quello è un cinghiale, quello è un uomo inginocchiato che sta facendo un’offerta…

 

 

Bibracte era una volta una “piccola” città fortificata, un oppidum. Dalla fine dell’età del ferro (I secolo a.C.), fu la capitale di un potente popolo celtico, gli Edui, il cui territorio si estendeva per tutta la Borgogna meridionale.

Ci sono tracce di presenza umana già a partire dal Neolitico, ma l’insediamento che passò alla storia fu quello che si sviluppò sulle pendici del Mont Beuvray. Dall’estensione del sito e dalle abitazioni rinvenute o identificate, anche se non ancora scavate, si ipotizza che nel momento del suo massimo splendore (25 a.C. circa) la cittadella fortificata potesse essere abitata da circa 8000 persone.

Bibracte non era un oppidum qualunque: non solo poteva vantare dei rapporti addirittura con Roma ben prima della conquista della Gallia da parte di Cesare ma era città grande e ricca, come lo stesso condottiero romano dichiarò nel suo De Bello Gallico; infatti, “La città degli Edui è la più grande e la più ricca in assoluto.” Sarà anche per questo motivo che proprio Cesare “Dal canto suo, decide di svernare a Bibracte. Quando a Roma si ha notizia dell’accaduto da una lettera di Cesare, gli vengono tributati venti giorni di feste solenni di ringraziamento”.  Tutto ciò accadeva in un momento in cui Cesare aveva già conquistato buona parte della Gallia e si apprestava a contrastare gli Elvezi. Cosa che avvenne proprio in prossimità di Bibracte, a circa 25 km dalla capitale degli Edui.

 

 

Come andò a finire è risaputo ma ciò che interessa far emergere in questa sede è come i rapporti tra Cesare e Bibracte fossero ottimi: “Su richiesta degli Edui [Cesare] concesse loro di accogliere nelle loro terre i Boi, valenti guerrieri. Gli Edui diedero loro campi da coltivare e più tardi riconobbero loro le stesse condizioni di diritto e libertà pari alle proprie.»

Dopo Cesare venne Augusto e la città fu abbandonata per dar vita a un nuovo centro, più “romano” come intenzione urbana ma soprattutto più gallo romano come intenzione sociale: così nacque Augustodunum, l’attuale Autun.

Ciò nonostante Mont Beuvray fu frequentato per tutto il periodo tardo antico e medievale e diverse sono le tracce che ne attestano la continuità di utilizzo: come la presenza di un convento risalente al XIV secolo. Sono presenti anche delle strutture “particolari”; ad esempio, una vasca dalla insolita forma ellittica, realizzata con una tecnica idraulica sopraffina, il cui orientamento è oggetto di forte dibattuto tra gli studiosi e la cui funzione è ancora controversa. Difficile credere che possa essere un abbeveratoio per cavalli.

 

 

Poi Bibracte sparisce nel nulla. La foresta inghiottisce questo insediamento; Bibracte viene avvolta nelle nebbie del tempo. Un ricordo tramandato solo dall’opera di Giulio Cesare.

Ed ecco che entra in campo l’archeologia. Nel XIX secolo, Jacques-Gabriel Bulliot iniziò a scavare nell’oppidum attratto da un’assonanza linguistica. In quel periodo si ipotizzava che l’antico centro degli Edui corrispondesse ad Augustodunum e dunque le ricerche venivano svolte in quell’area. Grazie agli scavi a Mont Beuvray è venuto alla luce proprio quell’insediamento in cui Cesare svernò e con ogni probabilità lo fece in una magnifica casa dall’impianto tipicamente romano, di grandi dimensioni, che è stata recentemente ritrovata nel sito.  Un ulteriore elemento che evidenzia il fenomeno di “romanizzazione” di un sito gallico.

Un piccolo aneddoto su questa casa romana di oltre 3500 mq: gli archeologi iniziarono a lavorare in un settore del sito presupponendo, dopo un piccolo saggio, che ciò che stavano indagando fosse una casa edua. Nella realtà si erano imbattuti in una piccola porzione (quella nella foto evidenziata dal blu e dal primo elemento viola) di quella che poi portarono completamente alla luce come una tipica e bella casa romana con tanto di impluvium, cucine, sala del triclinio. Una vera e propria sorpresa.

Ad ogni buon conto, ai primi scavatori Bibracte si presentò come una vera e propria cittadina con un sistema di bastioni che esemplificano in maniera perfetta il  murus galicus:

«Tutte le mura della Gallia hanno questa stessa forma. Delle travi distanti l’una dall’altra 2 piedi (60 cm), sono appoggiate al suolo ad angolo retto rispetto alla linea delle mura, e per tutta la lunghezza delle mura ad intervalli regolari. Queste travi sono legate internamente e coperte da terra. Gli intervalli, di cui si è detto sopra, vengono riempiti sulla parte frontale con grossi sassi. Sistemati e cementati insieme, si aggiunge sopra un nuovo ordine di travi, che siano disposte in modo da mantenere lo stesso intervallo e che le stesse non si tocchino tra loro, ma intervallate da spazi identici tra una e l’altra, e siano racchiuse tra i sassi posti accanto alle stesse. Così l’intero muro è composto fino a raggiungere la corretta altezza. Questo muro… offre grandissimi vantaggi per difendere l’oppidum, in quanto la pietra difende dagli incendi ed il legno dagli arieti nemici, poiché è formato da travi intere lunghe 40 piedi, legate dall’interno, che non possono essere spezzate o estratte dal muro.»

 

 

E poi ancora: laboratori, case, tracce di templi e di strutture pubbliche databili pre e post l’arrivo di Cesare.

Gli scavi nel sito furono interrotti poco prima della Prima Guerra Mondiale e vennero ripresi successivamente per il volere del presidente Mitterrand nel 1984.

Figura, quella del presidente francese, che aleggia in ogni dove: nel museo, nel sito e nel centro archeologico collegato al sito; infatti, fu lui a voler creare questo polo archeologico, un ente pubblico di cooperazione culturale i cui membri fondatori furono e sono lo Stato, la regione Borgogna Franche Comté, i dipartimenti di Saône-et-Loire e Nièvre.

In fondo Bibracte EPCC è un modello virtuoso che ha il compito di coordinare la ricerca, la manutenzione e la valorizzazione del sito archeologico, di gestire il museo e di trasmettere al pubblico le informazioni raccolte dagli archeologi. Le tre componenti essenziali e inscindibili del progetto sono: il sito archeologico, il centro di ricerca europeo e il museo archeologico.  Come dire: una visione olistica, un vero processo di integrazione tra archeologia, territorio e turismo. Un modello interessate a cui guardare.

 

Nei decenni sono molteplici i team europei che si avvicendano nelle attività di ricerca e che scavi dopo scavi, pubblicazioni dopo pubblicazioni stanno portando alla luce l’antica città di Bibracte e raccontano le diverse fasi di vita del sito archeologico nel suo insieme.

Come mai sono finito a Bibracte? Un ente del genere poteva non affrontare l’argomento cibo e alimentazione in modo scientifico e divulgativo al tempo stesso? Chiaro che si, ed ecco il perché mi sono ritrovato a collaborare con loro, ma questa è un’altra storia che varrà la pena di raccontare in un altro momento.

Spero che vi sia venuta voglia di andare a scoprire questo posto. Io ho già voglia di tornare.

Ah, in realtà Bibracte tanto sperduto non è: nel periodo primavera-autunno in museo entrano circa 45.000 visitatori, il sito (completamente gratuito e senza nessuna possibilità di contare gli accessi) si stima che ne faccia quasi il doppio.

Tutte le citazioni sono state reperite dal De Bello Gallico

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Generoso Urciuoli

Laureato in Civiltà Bizantina presso l’Università degli Studi di Torino ha approfondito il suo percorso di for- mazione in ambito archeologico con un master in tec- niche di scavo archeologico.

In ambito formativo:
– corso di formazione in Archeologia subacquea presso l’Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera (IM);
– corso di alto perfezionamento in “instrumentum domesticum” presso l’Istituto Pontificio Archeologia Cristiana, Roma;
– corsi di formazione in Vicino Oriente Antico e Egittologia presso l’ Istituto Vicino Oriente, Milano;
– ha sostenuto diversi esami universitari extra curriculari presso l’Università degli Studi di Genova sempre in ambito archeologico e storico dell’arte. Ha lavorato come operatore archeologico o responsabile scavo archeologico per varie università ed enti di ricerca in ambito italiano;
– ho svolto l’archeologo anche per varie ditte certificate per l’esecuzione dello scavo archeologico occupandosi di ricerca, conservazione di beni culturali e documentazione di reperti e siti archeologici. Si è anche occupato, inoltre, di attività divulgativa e didattica. Attualmente lavora presso uno dei più prestigiosi musei d’arte orientale d’Italia.

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