La divinazione nell’antica Roma: il caso dei Libri Sibillini

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Nel suo incipit al De divinatione, Cicerone scriveva: “È un’opinione antica, risalente ai tempi leggendari e corroborata dal senso del popolo romano e di tutte le genti, che vi siano uomini dotati di una sorta di divinazione – chiamata dai greci mantiké –, cioè capaci di presentire il futuro e di acquisirne la conoscenza” [1]. Ma cosa si intende per “divinazione” e in che forme fu essa declinata nel contesto della religiosità romana?

In primo luogo, è fondamentale inquadrare subito la divinazione nel contesto rituale. Come ogni altro tipo di rito (soprattutto di carattere autonomo, cioè non vincolato all’ambito cultuale), infatti, la divinazione si presenta come una soluzione antropologica al problema delle contingenze. Si tratta, quindi, di una delle soluzioni adottate per adempiere alla necessità antropologica di rinchiudere la natura caotica della vita entro limiti controllabili, ordinabili e umanamente comprensibili.

Antro della Sibilla Cumana. Autore: https://www.flickr.com/photos/shamballah/; Link della licenza utilizzata: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

Tra i vari tipi di divinazione conosciuti, spesso sovrapponibili e coesistenti tra loro, citiamo qui i più diffusi [2]:

1) Presagi:

L’arte di trarre presagi (in latino omina) nasce dalla convinzione che ogni evento casuale (uno starnuto, un fulmine a ciel sereno…) sia portatore di un messaggio divino o annunciatore di un evento futuro. Diffusissima in ambito popolare, l’arte di trarre presagi conosce anche una forma istituzionale, all’interno della quale è declinata nella forma della “cleromanzia”, ovvero dell’estrazione o del lancio per sorte di oggetti rituali contrassegnati, nella maggior parte dei casi, con simboli ben precisi.

2) Segni:

I segni si differenziano dai presagi poiché, a differenza di quest’ultimi, non sono casuali. Si tratta, infatti, di messaggi sacri attesi e ricercati (come, ad esempio, il volo degli uccelli in una determinata direzione). Il loro verificarsi o non-verificarsi fornisce la risposta ad una precisa domanda.

3) Sacrificio:

Il sacrificio divinatorio si caratterizza per la particolare aura di sacralità acquisita dalla vittima designata. Si ritiene, infatti, che, attraverso la consacrazione, essa acquisisca la facoltà di esporre i responsi della potenza divina alla quale viene offerta, interpretabili attraverso un accurato esame delle viscere.

4) Divinazione ispirata:

Accanto ai metodi deduttivi elencati precedentemente, esiste la cosiddetta divinazione “ispirata”, nella quale, attraverso uno stato di trance estatica o di possessione, alcuni operatori rituali (sciamani, indovini, veggenti…) entrano in diretto contatto con le potenze extra-umane (divinità, antenati, spiriti) e ne annunciano i responsi al resto della comunità.

A Roma, come in altri luoghi e tra altre genti, la divinazione godeva di forme istituzionalizzate [3]. Un collegium di fondamentale importanza, infatti, era quello degli augures, gli operatori rituali incaricati di interpretare i segni della volontà divina riguardanti le imprese di carattere pubblico. Accanto agli augures, inoltre, figuravano i decem (ma il numero cambia in base alle epoche), ai quali era riservato il compito di consultare i Libri Sibillini (testi oracolari che, secondo la tradizione, avevano origine cumana). La consultazione dei Libri avveniva solo in casi di estremo pericolo, derivati dalla caduta di un prodigium ritenuto particolarmente pericoloso per il mantenimento dell’ordine cosmico.

A differenza dei Greci, che tenevano in gran conto la divinazione ispirata (soprattutto quella delfica), i Romani diffidarono sempre di indovini e vati, motivo per il quale ritennero più opportuno ricorrere alla divinazione deduttiva basata sull’interpretazioni di segni e prodigi. Tale tipo di arte divinatoria, infatti, era più consona ad un pensiero religioso basato sull’idea della Pax Deorum, un concetto – questo – che difficilmente avrebbe potuto ammettere l’esistenza di una possessione divina in grado di trasformare il posseduto in un individuo sacro con la facoltà di parlare per gli dèi. In tal senso, i Romani, come scrive Raymond Bloch, si sono curati di “conservare la loro libertà d’azione” [4]. Da questo punto di vista, sottolinea lo studioso, la presenza dei Libri Sibillini sembra essere un’eccezione. Non a caso, come abbiamo già avuto modo di constatare, la loro consultazione era richiesta e consentita solo in caso di estremo pericolo.

La tradizione relativa alle origini dei Libri raccontava che, sotto il regno di uno dei due Tarquini (T. Prisco secondo Lattanzio; T. il Superbo secondo Dionigi d’Alicarnasso), la Sibilla Cumana, nelle vesti di un’anziana donna, propose al re di vendergli nove libri di profezie. Il re, di fronte al prezzo eccessivo proposto dalla donna, rifiutò di acquistarli. La Sibilla, allora, bruciò tre libri e tornò dal re per vendergli i restanti sei. Constatando che il prezzo da lei richiesto rimaneva invariato, il re rifiutò nuovamente la proposta. La Sibilla, di conseguenza, bruciò altri tre libri. A questo punto, di fronte a tanta ostinazione, il re acconsentì ad acquistare gli ultimi tre per il prezzo richiesto dalla Sibilla.

I preziosi libri oracolari furono posti all’interno di un cofano di pietra collocato, a sua volta, in un sotterraneo posizionato sotto il tempio di Giove capitolino. La loro custodia e la loro interpretazione venne affidata a due operatori rituali, i duoviri sacris faciundis, che avevano il compito di consultarli ogni volta che il Senato lo avesse richiesto. Nel 367 a.C., essi divennero dieci, mentre, sotto Silla, crebbero fino a quindici.

In seguito all’incendio del Campidoglio, nell’85 a.C., i Libri andarono perduti. Sotto Augusto fu messa insieme una nuova raccolta di testi oracolari, custodita – questa volta – nel tempio di Apollo palatino. Secondo la tradizione, quindi, i Libri sarebbero giunti alla corte dei Tarquini dalla Magna Grecia.

Resta da chiarire per quale motivo la Sibilla cumana, secondo la tradizione, avrebbe venduto i testi oracolari a uno dei due Tarquini. Ebbene, si riteneva che il loro contenuto fosse in grado di salvare le sorti dell’Urbe. Essi, infatti, davano disposizione su ogni sorta di remedia (misure espiatorie) contro i taetra prodigia che rischiavano di sovvertire l’ordine cosmico.

La figura della Sibilla Cumana venne cristallizzata da Virgilio nel VI libro dell’Eneide. A differenza della Sibilla alla quale la tradizione attribuiva una raccolta oracolare indispensabile per la salvezza dell’Urbe, quella di Virgilio, in quanto traslazione diretta delle Sibille greche, offre i suoi responsi tramite possessione divina. Non più responsi scritti, quindi, ma furor divinus [5].

Bibliografia essenziale:

CICERONE, Della divinazione (traduzione e cura di Sebastiano Timparo), Garzanti, Milano 1999.

BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, Edizioni dell’ateneo, Roma 2006

BLOCH R., La divinazione nell’antichità, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995

MONACA M., Tra la Sicilia e Cuma: la Sibilla profetessa furente, in “LA CHIESA NEL TEMPO”, Rivista di Cultura Cattolica, Anno XXVI – 2010 – N. 2

SABBATUCCI D., Scrivere e leggere il mondo (divinazione e cosmologia), Bulzoni, Roma 2000

NOTE:

[1] CICERONE, Della divinazione (traduzione e cura di Sebastiano Timparo), Garzanti, Milano 1999, pag. 3

[2] Cfr. BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, Edizioni dell’ateneo, Roma 2006, pp. 52 – 54

[3] Cfr. BRELICH, Op. Cit., pag. 223

[4] BLOCH R., La divinazione nell’antichità, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995, pag. 73

[5] MONACA M., Tra la Sicilia e Cuma: la Sibilla profetessa furente, in “LA CHIESA NEL TEMPO”, Rivista di Cultura Cattolica, Anno XXVI – 2010 – N. 2

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