Wadi el-Jarf: il porto, i papiri e la costruzione della Grande Piramide

14
10381
Alcuni dei papiri trovati tra i blocchi di chiusura della galleria G1 a Wadi el-Jarf (Ph. P. Tallet)

Qualche anno fa, sulla foce del Wadi Araba, una zona situata a

In alto: (Map G. Marouard, satellite pictures © Google Earth). In basso: L’area di Wadi el-Jarf (Plan by D. Laisney).

24 km a sud di Zaafarana e a 119 km dalla città di Suez lungo la costa orientale dell’Egitto, sono stati trovati degli antichissimi frammenti di papiro che riportano informazioni relative alle attività di un team di lavoratori. Il restauro e lo studio filologico di questi frammenti hanno consentito agli studiosi di mettere in relazione questi antichi operai con la costruzione della Grande Piramide, il monumento funerario voluto da Khufu, più noto come re Cheope, edificato sull’altopiano di Giza circa 4500 anni fa. Tuttavia la particolarità e l’importanza di questi papiri non risiedono esclusivamente nel loro legame con la costruzione della più grande delle piramidi d’Egitto; è sorprendente infatti notare come questi frammenti riescano a collegare tra loro tanti argomenti, luoghi e situazioni, apparentemente indipendenti tra loro, gettando luce su una rete organizzativa ed una realtà a noi conosciuta solo per sommi capi, informandoci su dettagli inediti che in gran parte confermano quanto già acquisito dall’archeologia. Conoscere il contesto in cui i frammenti di papiro sono stati trovati è fondamentale per riuscire a cogliere e collegare tra loro i vari aspetti ed avere un quadro generale storicamente e filologicamente attendibile, con la prudenza dovuta quando si ha a che fare con un tempo così remoto.

Sezione dell’area di Wadi el-Jarf con in evidenza le costruzioni principali (ph. P. Tallet)

Nell’area, indagata dal 2011 dal team del professor Pierre Tallet della Sorbonne Université di Parigi, sono presenti un porto già operativo durante la IV dinastia, un sistema di 31 grotte scavate in una piccola collina di roccia calcarea legate alle attività lavorative del porto e una sorgente d’acqua dolce che si trova oggi in corrispondenza del monastero di Saint Paul e già conosciuta al tempo del regno di Khufu. La fonte produce tutt’ora 4 metri cubi d’acqua al giorno e quasi certamente rappresenta il motivo per cui il porto fu costruito proprio in questa zona. Inoltre la costa sinaitica dista appena 50 km, consentendo agli equipaggi di raggiungere nel minor tempo possibile le regioni di Serabit el Khadim e Wadi Maghara per l’approvvigionamento di rame e turchese.

Più di duecento anni fa Sir John Gardner Wilkinson nel suo Journal of Royal Geographical Society descrive per primo la zona selvaggia di Wadi el-Jarf e narra di alcune delle grotte presenti sulla collina identificandole però come catacombe, in quanto al loro interno trovò ceramiche e gioielli risalenti probabilmente al periodo greco-romano.

Dopo i resoconti del Wilkinson non si seppe più nulla di questa area, fin quando il porto fu trovato per la seconda volta negli anni Cinquanta del secolo scorso da due ufficiali della Marina francese, Françoise Bissey e René Chabot-Morisseau, i quali seguendo le indicazioni dell’esploratore inglese trovarono ceramiche risalenti all’Antico Regno. Improvvisandosi archeologi i francesi scavarono in modo amatoriale dal 1952 al 1956, senza rendersi conto che l’area nascondeva i resti di un antico porto faraonico. Successivamente i due militari francesi chiesero al Governo Egiziano l’autorizzazione per intraprendere scavi regolari e sistematici, ma a causa dell’acuirsi della Crisi di Suez che proprio nel 1956 vide l’occupazione del Canale da parte di Francia, Regno Unito e Israele, questa non fu concessa.

Il porto fu così dimenticato per la seconda volta, fin quando Tallet, seguendo gli indizi lasciati dai suoi predecessori e grazie ad un lavoro di telerilevamento condotto nell’area di Zaafarana con le immagini satellitari di Google Earth, non vi giunse nel 2008 e, individuata l’area portuale, nel 2011 iniziò i lavori di scavo concentrandosi inizialmente sulla parte più visibile del sito: le gallerie descritte da Wilkinson.

LE GALLERIE

Il sisitema di gallerie della zona 1 (@Pierre Tallet)

Le gallerie furono scavate in due aree distinte su un’altura vicina al porto, a circa 7 km dalla battigia e 5,8 m sul livello del mare. Erano state pensate per essere utilizzate come deposito per custodire le navi, parti di barche smontate, attrezzature, cibo, forniture d’acqua e altri materiali in attesa di essere spediti. A causa dell’uso non continuativo del porto di cui diremo più avanti, gli ingressi delle gallerie venivano chiusi con blocchi di calcare dal peso di diverse tonnellate così da impedirne l’accesso durante l’assenza del personale. Talvolta i blocchi erano così ben posizionati che risultava impossibile rimuoverli per accedere di nuovo a quegli spazi di servizio, costringendo gli operai ad aprire a suon di mazza e scalpello un vero e proprio varco nella parte ostruita appositamente per proteggere le cavità e il loro contenuto. Per ovviare a questo problema gli antichi Egizi avevano escogitato un particolare sistema che, tramite binari di legno le cui tracce sono tutt’ora ben visibili, consentiva lo scorrere dei blocchi. Per proteggere i contenuti dall’umidità le chiusure venivano sigillate ermeticamente con una malta di argilla e alla fine del lavoro i blocchi venivano segnati con delle contromarche in inchiostro rosso del tutto simili a quelle ritrovate nella Piana di Giza.

Il sistema di chiusura e le marcature sui blocchi all’ingresso delle gallerie G5–G6 (Photograph by G. Marouard, drawings by P. Tallet)

Di grande interesse è un’iscrizione trovata su uno dei blocchi di calcare situato nei pressi dell’apertura di una delle gallerie (la G6) il cui significato era inspiegabile per il team di Tallet che, pur avendo intuito fin da subito il legame con Khufu, non riusciva a capirne il senso: “The followers of ‘Khufu brings its Two Ladies’” (trad. I seguaci di “Khufu porta le sue Due Signore”). E’ chiaro dunque il riferimento al costruttore della Grande Piramide e alla titolatura reale, in quanto le “Due Signore” è proprio uno dei cinque nomi che la compongono, ma non era altrettanto chiaro a cosa o a chi si riferisse questa iscrizione. Soltanto in seguito la squadra di Tallet intuì che il nome era probabilmente legato e riferito ad una delle navi che attraccavano al porto; quindi il nome del team di operai che avevano lasciato quella contromarca era legato alla nave che aveva sulla prua lo stesso emblema riferito al re. La maggior parte dei nomi delle squadre che sono venuti alla luce in questi anni di ricerca hanno confermato questo sistema che doveva essere utile per identificare le squadre di lavoratori e collegarle alle rispettive imbarcazioni.

Un altro dei team individuati, ad esempio, era chiamato “The followers of ‘Great is the Lion/its Lion’” (trad. I seguaci di “Grande è il Leone/o/ il suo Leone”; due le versioni per la stessa iscrizione), probabilmente questa squadra di operai aveva un leone sulla prua della nave e quel leone identificava Khufu.

Galleria n.G23 prima dello scavo con evidenti depositi di giare (Photograph by G. Marouard)

Le gallerie scavate nella roccia sono state utilizzate come magazzino e al loro interno gli archeologi hanno rinvenuto giare di grandi dimensioni utilizzate per contenere acqua, pane o grano da conservare durante le spedizioni. Anche sulle giare, come sui blocchi di calcare, erano stati apposti i marchi che riconducevano alle varie squadre, prova di un’organizzazione molto efficiente e strutturata che assegnava a ciascun gruppo di operai il materiale necessario per compiere il loro lavoro, contrassegnandolo con il nome del team di appartenenza. Ad esempio, sulle giare hanno trovato per la seconda volta il nome “Great is the Lion/or/ Great is its Lion”; un’altra iscrizione sempre su una giara invece riporta: “The ones who are known of ‘The Two Falcons of Gold’” (trad. coloro che sono conosciuti come “I Due Falci d’Oro”), dove “I Due Falchi d’Oro” è proprio uno dei 5 nomi della titolatura reale di Khufu, indicando così, ancora una volta, un legame tra il team che operava nel porto e il secondo re della IV dinastia.

Forni usati per la produzione di ceramiche (Photograph by G. Marouard)

Alcune delle giare erano state addirittura prodotte in loco, come dimostrano le iscrizioni con i nomi dei teams apposte prima di essere sottoposte a cottura nei forni trovati nei pressi della galleria G6. I vasi venivano prodotti in grandi quantità; ne è stata persino attestata la presenza nel porto di Ayn Sukhna e parecchi frammenti sono stati individuati anche presso la fortezza di Tell Ras Budran, il punto di approdo delle spedizioni per il Sinai. Sulle giare veniva anche indicata con inchiostro rosso la loro destinazione.

Le gallerie hanno restituito altri materiali, come dei frammenti di legno del libano e parti di sartiame appartenuti probabilmente ad una barca che era stata depositata all’interno della galleria appoggiata su dei blocchi ritrovati in loco per consentirle di restare all’asciutto in caso di allagamento. Dentro la galleria è stato trovato inoltre un sigillo con inciso il nome di Khufu e tra il materiale emerso ci sono anche iscrizioni e disegni. In uno di questi, trovato nella galleria G3, vi è raffigurato con un bastone in mano un uomo stante di nome Idu, scriba del Fayum, capo degli scriba e preposto al controllo degli scambi, il che rappresenta una chiara indicazione di come il porto fosse frequentato da persone provenienti da diverse zone dell’antica Kemet. Le gallerie erano di dimensioni variabili, potevano raggiungere i 70 m di lunghezza, arrivare a 2,5 m in altezza e una larghezza di 3 m.

Il ritrovamento più significativo che gli archeologi hanno effettuato a ridosso dell’ingresso delle gallerie riguarda i frammenti di papiro di cui abbiamo già fatto cenno e di cui parleremo diffusamente più avanti, per lasciare spazio adesso alla descrizione dell’antico porto, di cui le gallerie erano parte integrante.

IL PORTO                                                                                       

Il molo (Photograph by G. Marouard)

Quello di Wadi el-Jarf non era un porto occupato costantemente, attivo tutti i giorni dell’anno, ma lavorava con una discontinuità dettata dalle esigenze dell’imponente macchina organizzativa egizia. Da lì salpavano le navi dirette verso le cave del Sinai meridionale per prelevare rame e turchese e tornavano indietro con il loro prezioso carico attraccando alle banchine i cui i resti, ad oggi quasi del tutto ben preservati, sono ancora visibili.

Pianta generale del porto (Plan by D. Laisney and G. Marouard)

Dalla battigia parte infatti un molo a forma di L dove il primo tratto di 160 m circa ha direzione da ovest ad est e il secondo tratto continua per altri 120 m scendendo da nord verso sud. Dalla spiaggia il molo è difficilmente identificabile e in tutti gli anni di lavoro svolto al porto dall’equipe di Tallet solo una volta, grazie alle maree favorevoli, la banchina è riaffiorata sopra il livello del mare ed è apparsa ai loro occhi; dall’alto, invece, è tutt’ora visibile la sua traiettoria: si distinguono perfettamente sia la curva verso sud che le numerose ancore disseminate a ridosso del molo, risalenti al regno di Khufu. L’esplorazione subacquea nei pressi del pontile ha permesso agli archeologi di recuperare 25 ancore, che sono state collegate alle giare trovate un po’ ovunque nell’area indagata, ma anche ceramiche simili a quelle scoperte all’interno delle gallerie. E’ possibile che queste ancore siano state collocate permanentemente nell’acqua per attraccare le barche in transito.

La parte del molo costruita sulla battigia (ph. P. Tallet)

La parte della banchina che insiste sul terreno era completamente ricoperta dalla sabbia portata dal forte vento del nord ed è stata recentemente ripulita dall’equipe di Tallet. La struttura è ancora molto compatta e resistente grazie all’ottima tecnica costruttiva che le ha permesso di resistere all’azione erosiva dell’acqua e delle correnti fino ai nostri giorni.

La datazione dell’area archeologica di Wadi el-Jarf fa del suo porto la più antica e completa struttura portuale marittima a noi conosciuta. Si pensa infatti che sia stato progettato e messo in funzione durante il regno di Snefru (2620-2580 a.C. circa) ma che fu particolarmente utilizzato per le spedizioni organizzate dall’amministrazione reale che operava sotto il regno di Khufu. Probabilmente l’area portuale fu quasi del tutto abbandonata proprio alla fine del suo dominio, a favore del nuovo porto di Ayn Sukhna costruito 90 km più a nord per volere di Khafra. Ayn Sukhna, proprio per la sua vicinanza con Memphis, la capitale amministrativa dell’antica Kemet, resterà in funzione fino alla XII dinastia.

Nell’area portuale, ad una distanza di 500 m dalle cave, sono stati identificati tre gruppi di campi e istallazioni di sorveglianza. Sulla cima di un’altura troviamo un complesso di costruzioni rettangolari diviso in stanze simili a celle che fungeva da abitazione. Esattamente tra l’altopiano e il mare è stato individuato il più grande edificio faraonico scoperto fino ad oggi lungo la costa del Mar Rosso: si tratta di una costruzione di metri 60 x 30 divisa in 13 stanze allungate denominata “Big stone building”, nota anche come “intermediate building”, la cui funzione non è stata ancora accertata ma è stata datata con certezza al regno di Khufu.

Le due costruzioni con al centro il deposito di ancore (P. Tallet)

Sempre risalente Antico Regno è riemersa a 200 m ad ovest della banchina una struttura rettangolare divisa in diverse celle che scopriremo essere in connessione con i gruppi di lavoratori che operavano nell’area. E’ formata da due costruzioni che presentano l’entrata a sud, un espediente messo in atto per proteggersi dal forte vento che soffia da nord, alle quali – grazie ai ritrovamenti effettuati durante gli scavi – si potuto assegnare precise funzioni. L’edificio a nord era riservato all’amministrazione e ne sono prova i numerosi sigilli recanti il nome di Khufu, mentre quello a sud aveva funzione di alloggio, come provano le ceramiche che sono state rinvenute databili anch’esse al medesimo periodo. Tra le due costruzioni sono state trovate un centinaio di ancore messe al riparo proprio tra questi due edifici dalle ultime persone che avevano frequentato quell’area. Le ancore sono in calcare, misurano circa 60/80 cm di altezza per 48/62 cm di larghezza, sono di forme diverse (triangolari, rettangolari e cilindriche) con una delle sommità arrotondata e presentano un foro nella parte superiore dove sono ben evidenti i segni lasciati delle corde che vi erano state annodate per consentirne l’utilizzo. Quel che sorprende è che presentano ancora iscrizioni in inchiostro rosso che riportano il nome della barca o dell’equipaggio, nella composizione sempre associata ad epiteti reali, come ad esempio: “The one who exalts the White Crown” [Colei (per la barca) o Colui (per l’equipaggio) che esalta la Corona Bianca (Qa-Hedjet)]”.

Il deposito di ancore tra i due edifici (Ph. G. Marouard)

I PAPIRI

Tra tutto il materiale emerso, quello che ha sorpreso maggiormente gli archeologi è stato il ritrovamento nel 2013 di frammenti di papiro in due luoghi diversi nell’area di fronte agli antichi depositi. La maggior parte di questo prezioso materiale epigrafico era situata tra i blocchi di chiusura della galleria G1 e risalivano all’ultimo periodo di vita del porto.

Localizzazione dei principali depositi di papiri all’entrata delle gallerie G1 e G2 (Photographs by G. Marouard).

Si tratta di frammenti di documenti contabili e amministrativi, nonché di diari, disintegrati in centinaia di piccoli pezzi anche di appena pochi cm. Alla fine della missione del 2013 l’équipe di Tallet aveva ricomposto i frammenti in circa 70 lastre di vetro che furono inviate dal Ministero delle Antichità ai depositi del Museo di Suez. Ad ogni stagione di scavo si aggiungevano nuovi frammenti che andavano ad incrementare la collezione originaria. Infatti nel 2015, nell’area delle cave 8-11, che presentano sempre il solito sistema di chiusura, rimuovendo attentamente i detriti tra i blocchi sono stati trovati 2 piccoli frammenti di papiro con un’informazione tanto preziosa quanto particolare: quei minuscoli pezzi rappresentavano la prima carta d’identità mai rinvenuta al mondo. Apparteneva ad un ufficiale: il grande trasportato sulla sedia, il direttore dei nani preposti alle vesti di lino, il direttore delle collane/degli ornamenti del re, l’amministratore reale Neferiru. Quest’uomo era probabilmente l’immediato predecessore del nano Seneb, ben noto grazie alla statua esposta al Museo Egizio del Cairo che lo rappresenta insieme ai familiari, in quanto porta esattamente gli stessi titoli. La sua presenza a Wadi el-Jarf era probabilmente legata alla sua funzione di “direttore dei gioielli” e potrebbe aver ricoperto un incarico di prestigio all’interno della struttura amministrativa portuale che, ricordiamolo, tra i suoi compiti aveva quello di procurare il turchese dalle cave del Sinai.

I papiri ritrovati conservano informazioni preziose e di genere differente. Alcuni sono afferenti alla parte contabile e descrivono ad esempio come l’amministrazione centrale abbia inviato cibo – principalmente pane e birra – registrando anche le consegne effettuate ai singoli lavoratori, altri invece sono un vero e proprio diario, un logbook lasciatoci da Merer, un funzionario di medio rango proveniente da Memphis che era a capo di un team di marinai composto da circa 200 uomini e che aveva ricevuto l’incarico di redigere il giornale di bordo annotando le attività dei suoi sottoposti. Da quattro diversi fogli e dalla composizione di molti frammenti, i ricercatori sono stati in grado di seguire la sua attività quotidiana per un arco di tempo superiore a tre mesi.

Framento in cui viene indicato precisamente l’anno in cui sono stati redatti questi registri (ph. Tiziana Giuliani)

Tra i papiri di genere contabile e amministrativo quello della consegna del cibo, compilato nell’anno successivo al 13° censimento del bestiame e che corrisponde agli anni 26/27 del regno di Khufu – ovvero l’ultima parte del regno che gli studiosi gli hanno finora attribuito – è uno dei più importanti tra quelli recuperati durante le campagne di scavo. Oltre al preciso riferimento temporale, tra le notizie che ci ha tramandato troviamo indicato il

Dettaglio del papiro in cui si fa riferimento all’anno successivo il 13° censimento del bestiame e al nome completo di uno dei teams (ph. Tiziana Giuliani)

nome del team “the followers of ‘Khufu’s uraeus is ˂its˃ prow’” (I seguaci de “l’ureo di Khufu che è sulla ˂sua˃ prua”), nome che è stato ritrovato in tutta l’area archeologica e che conferma l’intuizione avuta dagli studiosi riguardo l’organizzazione delle squadre di lavoro identificate da un preciso nome riportato sempre con esattezza e associato alle proprie imbarcazioni, ai propri strumenti di lavoro e ai contenitori per il loro sostentamento. In questo caso dunque, sulla prua della barca di questo team di marinai c’era un ureo, un serpente, che li identificava.

Da questo documento si evince che il cibo proveniva direttamente dai granai del re e vi sono elencati vari tipi di alimenti: diversi tipi di pane, pesce fresco, una specifica qualità di birra, pezzi di macelleria, ecc… tutto destinato ai lavoratori del porto. Ad esempio, dal papiro del registro del pane, individuabile anche dai segni geroglifici posti appositamente sul papiro una volta arrotolato, troviamo un elenco con informazioni relative al mese in cui è stato redatto documento, il luogo di provenienza del cibo, l’elenco dei viveri e le quantità di farina di grano, farina di orzo, grano e la data di consegna del pane che proveniva dal nomo dell’Arpione nel Delta Occidentale nei pressi dell’attuale città di Rosetta. Con l’inchiostro nero era stato elencato ciò che effettivamente era stato consegnato, in rosso ciò che i lavoratori dovevano ancora ricevere. Nel recto dello stesso papiro vengono annotate due mesi dopo le stesse tipologie di merci consegnate agli operai ma provenienti anche dal nomo del Delfino, nel Delta Orientale.

Recto del papiro della consegna del pane dove sono evidenziati i nomi da cui provenivano le merci (ph. Tiziana Giuliani)
Dettaglio dal papiro della consegna del pane (ph. Tiziana Giuliani)

Un altro papiro diviso in 4 sezioni elenca i componenti di un team che lavorava sempre a Wadi el-Jarf: qui sono indicati i nomi di coloro che beneficiavano degli alimenti, nonché il nome dell’accampamento dove questi uomini dormivano.

Questi documenti ci informano che il centro amministrativo che gestiva l’approvvigionamento del cibo interessava di volta in volta centri diversi per consentire una distribuzione equa del carico di lavoro legato all’invio di cibo verso questo importante nodo marittimo, ciò significa che l’organizzazione e il controllo dell’amministrazione centrale era estremamente strutturata ed operativa già all’inizio della IV dinastia.

Uno dei papiri contabili. Lo stesso della foto di copertina qui visibile dopo il restauro. (ph. Tiziana Giuliani)

IL DIARIO DI MERER. PAPIRO JARF A & B

Oltre ai papiri contabili, come dicevamo, è presente un’altra categoria di documenti: quella dei diari e del giornale di bordo redatti dall’ispettore Merer (sḥḏ Mrr), i quali rappresentano la cosa più originale scoperta nell’intera area. Per una metà, a dire il vero, ci troviamo di fronte ad un documento contabile, ma nell’altra metà troviamo un vero e proprio diario in cui Merer racconta il lavoro svolto dal suo team in un intero anno. E’ un documento ben organizzato e preciso, per ogni giorno Merer fa un resoconto del lavoro della sua squadra: scrive in alto la data del diario indicando prima il mese e sotto il giorno e, nella parte sottostante lo spazio dedicato ad ogni giorno, registra in due colonne il lavoro dei marinai al suo comando. La lettura è ripetitiva, ma ne esce un interessantissimo spaccato sulla vita lavorativa degli operai impiegati nell’amministrazione regale.

Nello stesso anno il team compiva differenti missioni per conto dell’amministrazione centrale, tra queste ci sono ripetuti spostamenti fino alla piana di Giza, che allora doveva presentarsi come un enorme cantiere brulicante di attività di vario genere. Sono diversi i passaggi che lo dimostrano, in particolare nei papiri A e B, i quali sono chiaramente legati alla costruzione della piramide di Khufu. Qui leggiamo che i blocchi di calcare delle cave di Tura venivano trasportati per nave all’area di Giza anche se, purtroppo, non emergono informazioni specifiche su come la piramide sia stata costruita essendo dati puramente inerenti al lavoro dei marinai. Ma è la prima volta che ci troviamo di fronte alla descrizione di una delle varie fasi lavorative organizzate per poter edificare l’imponente costruzione voluta da Khufu. Nei papiri A e B sono registrati circa 10 mesi di attività, ma si ha un vero e proprio quadro generale della situazione grazie alle integrazioni di altri frammenti denominati C, D e E.

Nel primo mese della stagione Akhet, corrispondente a giugno, dal papiro A sappiamo che a Tura il team stava facendo dei lavori di preparazione alla missione che gli era stata assegnata, e per ogni mese di quell’anno siamo in grado di sapere in cosa consisteva il lavoro del team di Merer.

IL PAPIRO “A”

Il più grande frammento ritrovato, denominato papiro A, è stato redatto durante il primo mese di Akhet, dunque all’inizio dell’inondazione, ed illustra le varie mansioni svolte dal team in quell’arco di tempo. Da questo documento si evince che la squadra di Merer ogni 10 giorni cambiava missione e che fece diversi viaggi di andata e ritorno da Tura a Giza per consegnare i blocchi di calcare che servivano per il rivestimento della Grande Piramide; ciò significa che si era nella fase finale del progetto della costruzione dell’ultima delle Sette Meraviglie del Mondo ancora visibile. Il metodo e il mezzo per lo spostamento non sono noti, ma impiegavano un giorno e mezzo per ogni viaggio, quindi si muovevano molto velocemente.

In una parte del documento è ben visibile il nome delle cave di Tura, “Re-aw”, il nome è ripetuto molte volte ed è associato spesso al nome della piramide di Khufu, “Akhet Khufu”, che tradotto significa “l’orizzonte di Khufu”.

Tra i racconti che l’ispettore Merer ci ha lasciato molto importante è quello che si trova nella seconda parte di questo papiro, dove viene menzionato un nuovo toponimo. Nel riportare le preziose informazioni sulle mansioni svolte dal tuo team dice che per ben due giorni (i giorni 11 e 12, ma nomina il luogo anche nei giorni successivi) la sua squadra aveva portato avanti i lavori alla diga di Ro-shé Khufu (R ӡ- ŝ Ḫwfw), un’area mai fino ad ora menzionata situata a ridosso della Grande Piramide. Il luogo indicato è stato poi individuato nell’ingresso del lago artificiale creato appositamente per l’approvvigionamento del cantiere della piramide di Khufu, dove vi era un importante centro amministrativo e punto di arresto prima di accedere all’area di Giza.

Busto del Principe e Visir Ankhhaf al Museum of Fine Arts of Boston (ph. Wikipedia)

L’area era sotto l’autorità del principe Ankhhaf, fratellastro di Khufu e direttore di tutte le opere del re, il quale appare ripetutamente nei diari. Qui il team di Merer aveva lavorato anche alla manutenzione del complesso sistema di chiusura del bacino. Infatti, scendendo nella parte finale di questo documento, al giorno 17, si legge che con il lavoro di 600 uomini (600 uomini corrispondevano a 15 phyle, unità base composta da 40 uomini) sono stati distrutti i piloni della diga posta all’entrata del lago situato ai piedi della Grande Piramide, a Ro-shé Khufu.

Merer, relazionando sulle operazioni del suo team, ci descrive senza volerlo il modo in cui venivano utilizzate le risorse idriche legate alle piene stagionali. Esistevano canali utilizzati tradizionalmente per navigare ed altri che venivano appositamente creati con il manifestarsi della piena del Nilo. Prima che le acque cominciassero a ritirarsi i canali venivano chiusi per mezzo di barriere in modo da mantenere al loro interno l’acqua necessaria alla navigazione. Quando tornava l’inondazione le dighe venivano distrutte per consentire di nuovo il passaggio e il ricircolo dell’acqua.

Nel papiro A Merer scrive in merito al trasporto dei blocchi di calcare da Tura alla piramide, lavoro che non poteva avvenire durante tutto l’anno ma soltanto durante il periodo dell’inondazione, ovvero da luglio a novembre. E’ proprio in questo frammento di papiro che Merer ci informa che sta trasportando i blocchi verso la piramide, attraversa l’entrata di Ro-shé Khufu segnando l’inizio dei lavori presso l’enorme cantiere.

IL PAPIRO “B”

Papiro B, il giornale di Merer. Qui Merer annotando il lavoro del suo team ci dice che per 40 gg ha fatto regolarmente viaggi da Tura Nord e Sud a Giza trasportando blocchi di calcare (ph. Tiziana Giuliani)

Nel papiro B sono stati registrati una serie di trasporti che sono avvenuti regolarmente da Tura, sulla riva orientale del Nilo, a Giza.

Da questo documento gli studiosi sono riusciti a ricostruire 40 giorni di lavoro del team. Ecco alcuni esempi.

Dettaglio del Papiro B. Qui Merer descrive il lavoro del suo team dal giorno 25 al giorno 30 (ph. Tiziana Giuliani)

Giorno 25: l’ispettore Merer ha trascorso il giorno con il suo phyle caricando blocchi a Tura Sud; trascorre la notte a Tura Sud.

Giorno 26: l’ispettore Merer salpa con il suo phyle da Tura Sud, carico, per Akhet Khufu; trascorre la notte a Shé Khufu.

Giorno 27: issa le vele da Shé Khufu, naviga verso Akhet Khufu, carico; trascorre la notte a Akhet Khufu.

Giorno 28: la mattina salpa da Akhet Khufu; naviga contro corrente verso Tura Sud.

Giorno 29: l’ispettore Merer trascorre il giorno con il suo phyle caricando pietre a Tura Sud; trascorre la notte a Tura Sud.

Giorno 30: l’ispettore Merer trascorre il giorno con il suo phyle caricando pietre in Tura Sud; trascorre la notte a Tura Sud.

Erano quindi necessari 2 giorni per arrivare a Giza e scaricare i blocchi e 1 giorno per tornare indietro senza carico.  Questa informazione conferma indirettamente i dati di navigazione che conosciamo attraverso altre fonti, secondo le quali, a quel tempo, con una barca normale era possibile coprire una distanza pari a circa 20 km al giorno.

Il papiro ci fornisce un’altra informazione interessante relativa a due toponimi differenti per identificare 2 diversi luoghi in Tura: Tura Sud (r-ӡw rsj) e Tura Nord (r-ӡw mḥtj), distanti tra loro 7 km circa, e dove sono ancora visibili le cave utilizzate per estrarre i blocchi al tempo di Khufu.

Papiro B. Il dettaglio dell’interruzione della routine del team per l’arrivo del direttore dei 6 Idjer(u). (ph. Tiziana Giuliani)

Merer descrive sempre la stessa routine, ma ad un certo punto accade qualcosa di molto importante nella quotidianità del team. Non è Merer a descrivere questo avvenimento, ma una figura molto importante, il direttore dei 6 Idjier(u). Idjier(u) era probabilmente a capo dell’imbarcazione che portava il cibo destinato ai lavoratori da Eliopoli. L’arrivo di questo funzionario doveva essere molto atteso perché legato all’arrivo di cibo fresco e probabilmente ad altri beni di consumo, come ci informa l’inchiostro rosso con cui la notizia è stata registrata.

Un’altra interruzione della routine si ha alla fine del papiro: Merer registra il suo tragitto di ritorno a Tura, carica i blocchi e ritorna a Giza sotto il controllo di Ankhhaf, il funzionario più alto in grado preposto al controllo della costruzione della piramide e dei lavoratori di cui abbiamo già parlato.

Una cosa curiosa è il fatto che Merer non riporta nulla sull’attività svolta dal suo team nell’area di Wadi el-Jarf, dove, ovviamente, ha operato. Merer potrebbe aver avuto l’incarico di chiudere definitivamente le gallerie di Wadi el-Jarf, operazione verificatasi probabilmente intorno l’anno 27 del regno di Khufu, periodo confermato dai dati emersi che riconducono all’ultima occupazione dell’area portuale. Ciò indicherebbe un’interruzione temporanea dell’estrazione del rame nel Sinai, materiale non più necessario per l’imminente stadio di completamento della Grande Piramide.

I papiri ritrovati a Wadi el-Jarf gettano una nuova luce su quanto è avvenuto in quel periodo remoto, sia per quanto riguarda le attività marittime e di approvvigionamento di beni preziosi come il turchese e il rame, sia per dare conferma che le piramidi della IV dinastia furono costruite dagli abitanti della Valle del Nilo, grazie ad un’organizzazione capillare in grado di movimentare un nutrito gruppo di specialisti, anche da sedi molto lontane.

I dati contenuti all’interno di questi importantissimi documenti sono in linea con quanto già acquisito dall’archeologia sul campo e possiamo portare come esempio il lavoro svolto da Marc Lehner a Heit el-Ghurab, l’area adibita agli alloggi degli operai scoperta nei pressi delle piramidi, che conferma ad esempio il numero di 40 unità per ciascun phyle (in quanto ogni edificio poteva ospitare lo stesso numero di persone), come un altro esempio è il numero delle razioni di cibo (1200) che mensilmente arrivavano da Eliopoli destinate a ciascun phyle presente a Wadi el-Jarf. Gli scritti di Merer ci informano indirettamente anche su alcuni aspetti della planimetria dell’area di Giza. In un passaggio infatti annota di aver dormito con la sua squadra nei pressi della “Cappella di Akhet-Khufu”, facente parte probabilmente di un complesso templare a valle del cantiere della Grande Piramide, simile alle cappelle presenti nel cortile dell’Heb-Sed di Djoser a Saqqara.

Oltre a rappresentare i più antichi documenti “cartacei” vergati in scrittura egizia mai scoperti finora, i papiri illustrano un sistema amministrativo altamente efficiente, in grado di organizzare operazioni complesse anche a grandi distanze. Grazie a queste informazioni anche l’immagine del porto di Wadi el-Jarf subisce importanti modifiche: non solo quindi il porto più antico al mondo mai emerso, ma parte integrante e attiva di una gigantesca rete messa in piedi e strutturata proprio in funzione della costruzione della Grande Piramide. Il progetto immenso e per certi versi “visionario” voluto da Khufu prevedeva l’approvvigionamento delle materie prime da diversi luoghi: granito da Elefantina, pigmenti dal deserto occidentale, alabastro dal Medio Egitto, basalto dal Fayum, calcare da Tura e rame dal Sinai. Per gli antichi Egizi era assolutamente necessario poter disporre di grandi quantità di rame, senza il quale non sarebbe stato possibile cavare e tagliare le pietre, materiale base per ogni importante costruzione. Ed è proprio per questo che è stato creato e tenuto attivo il porto di Wadi el-Jarf con il suo enorme indotto, che vedeva discendere dal nord tutto il necessario per i fabbisogni del personale e in senso contrario le materie prime indispensabili all’edilizia regale.

Un progetto questo, non va dimenticato, che ha unito un popolo intorno al suo re consentendo di consolidare le basi di una struttura amministrativa straordinariamente efficiente, cuore pulsante di una civiltà che più di ogni altra ha saputo mantenere intatta la consapevolezza della propria essenza.

Ma una domanda sorge spontanea: questo impianto portuale quattro volte più grande e complesso degli altri porti conosciuti è stato utilizzato per le sole traversate per raggiungere le coste del Sinai o è stato utilizzato anche per raggiungere mete più ambiziose come ad esempio l’esotica terra di Punt?

 

GALLERY:

 

Crediti fotografici:

– “The harbor of Khufu on the Red Sea Coast at Wadi al-Jarf, Egypt” di Pierre Tallet e Gregory Marouard;

– “An early pharaonic harbor on the Red Sea coast” di Pierre Tallet e Gregory Marouard;

– Foto dei papiri di Tiziana Giuliani. Si ringrazia il Museo Egizio del Cairo per la disponibilità.

14 Commenti

  1. Bello ed esauriente l’articolo non mi trova pero’d’accordo sull’uso del rame per gli strumenti da intaccare la pietra

  2. Ti imvito a leggere ed s commentare se credi un mio contributo su academia edu sotto il nome di angela scandaliato mi interessa tanto il tuo parere

  3. non sono un egittologo, ma un ingegnere industriale e mi intendo un poco di utensili; non comprendo bene le obiezioni dei due precedenti commentatori : nel 2550 avanti Cristo siamo in piena eta’ del bronzo, questo significa che se un capomastro aveva bisogno di utensili o pezzi di macchine (leve, pulegge, argani etc.) aveva necessita’ del bronzo e percio’ del rame che ne costituisce la gran parte.

  4. L’articolo esauriente e documentatissimo fa onore agli studiosi che l’hanno redatto e suscita un interesse enorme.Sembra quasi di assistere all’arrivo dei materiali per la costruzione della grande piramide,al passaggio del cibo necessario si lavoratori !!! Straordinario è poi la descrizione delle soluzioni ideate per il trasporto acquatico stagionale. Bellissimo testo,da diffondere.Un encomio particolare a Tiziana Giuliani

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here