Facciamo un salto nella Mesopotamia di 4.500 anni fa. Siamo nel terzo millennio avanti Cristo, e il sud del paese (il moderno Iraq) è punteggiato di città-stato indipendenti e in continua lotta tra loro. Ciascuna città tenta di sottomettere i propri vicini, creando si un regno in cui essere capitale di altre città-satellite, in maniera simile a quanto sarebbe accaduto molto più tardi alle poleis greche (ve le ricordate, le mitiche città-stato che si studiano alle elementari e a inizio liceo?).

Operaie del Girsu Project al lavoro sul sito. Credits to British Museum

In questo panorama variegato, uno dei protagonisti principali fu quello che gli archeologi chiamano “Regno di Lagash”, dal nome -naturalmente- della sua città capitale. Eppure, il dio più importante di questo regno (il “santo patrono” potremmo dire) si chiama “NinGirsu”, un nome molto simile a quello di una delle città-satelliti sotto il controllo di Lagash: Girsu, appunto. La cosa non ci deve stupire: accadeva spesso che, in regni le cui città obbedivano da tempo allo stesso sovrano, gli equilibri interni o le convenienze politico-militari spingessero i sovrani a spostare la sede da un’antica capitale a un’altra città.

Un settore degli scavi compiuti a Girsu negli ultimi mesi. Credits to British Museum

Caso famoso quello degli Assiri, la cui antica capitale e città santa fu sempre Assur, il cui dio principale era Assur, ma che nel I millennio avanti Cristo spostarono la loro capitale prima a Nimrud, poi a Khorsabad e infine nella celebre Ninive. Facile dunque immaginare che, in un’antichissima lotta tra Lagash e Girsu, fossero stati i sovrani di quest’ultima a prevalere, imponendo il loro dio e il loro potere nella città sottomessa, salvo poi spostare la capitale proprio lì. La “città santa” del regno tuttavia rimase sempre Girsu, dove sorgeva il grande complesso templare Eninnu (il cui nome significa “Uccello del tuono bianco”).

Ricostruzione plastica di parte del complesso templare. Credits to Scienze Notizie

Per decenni gli archeologi sono stati alla ricerca di questa importantissima area sacra. Tanti problemi ha creato il fatto che lungo i resti dell’antica Girsu (oggi Telloh) siano stati scambiati per quelli di Lagash (tra le risate, dall’altro mondo, dei Sumeri, che devono divertirsi parecchio a vedere come le loro antiche e complicatissime vicende confondano gli archeologi). Ma finalmente, a cavallo tra la fine del 2022 e l’inizio dell’anno nuovo, l’Eninnu è stato ritrovato. Non solo, anche il Palazzo Reale della città è venuto alla luce, portando in dote ai suoi scopritori un archivio con 200 tavolette cuneiformi, che saranno certamente un preziosissimo aiuto per la conoscenza dell’antica civiltà sumera.

Una veduta aerea degli scavi di Girsu. Credits to Ancient Origins

La scoperta è avvenuta nel contesto del “Girsu Project”, un progetto in collaborazione tra British Museum di Londra (che dirige), Getty Museum di Los Angeles (che finanzia) e autorità locali (che forniscono forza lavoro agli archeologi anglosassoni). Tanti di questi progetti sono sorti negli ultimi anni in risposta alle distruzioni sistematiche perpetrate dai miliziani dell’ISIS; il sito di Girsu inoltre, come molti altri, ha alle spalle una lunga e triste storia di scavi clandestini e saccheggi. Queste scoperte invece rilanciano il sito, come testimoniano anche le parole di H. Fischer, direttore del British Museum: “Il lavoro a Girsu e la scoperta del palazzo e del tempio perduti hanno un enorme potenziale per la nostra conoscenza di questa importante civiltà, facendo luce sul passato e parlando al futuro”.

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Giulio Vignati

Nato nel 1997, grande appassionato di storia antica e storia in generale, frequenta il Liceo Classico a Milano diplomandosi nel giugno del 2016. Si iscrive poi al corso di laurea in Lettere con indirizzo Antichista presso l’Università degli Studi di Milano, laureandosi nell’ottobre del 2019 con una tesi in Epigrafia Latina dal titolo “Gli equites nella documentazione epigrafica di Brixia”. Passa poi al corso di laurea magistrale in Archeologia presso la medesima università, specializzandosi in storia e archeologia del Vicino Oriente Antico e conseguendo la laurea con una tesi di ambito vicino-orientale dal titolo “Produzione e circolazione di manufatti d’argento tra Anatolia e Mesopotamia Settentrionale durante il Bronzo Medio”. Dal 2020 è membro della missione italiana in Turchia PAIK, che scava presso l’antico sito anatolico di Kaniš/Kültepe, e della missione italiana nel Kurdistan Iracheno MAIPE, che scava presso gli antichi siti di Tell Aliawa e Tell Helawa, partecipando alle operazioni di scavo, documentazione e post-scavo di entrambi i progetti.
 

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