Una collezione che si connette con il territorio, uscendo dalle mura che la custodiscono per raggiungere ospedali e carceri, centri culturali e scuole per stranieri. Mura che diventano trasparenti per comunità nordafricane, migranti e richiedenti asilo. Perché il Museo Egizio non fa solo il museo ed è per questo che è senza dubbio un grande museo!

Il portone del Museo Egizio nel tratto essenziale di Tiziana Giuliani

In genere il portone di un museo viene considerato come il confine che ne segna le attività.

Oltrepassandolo si accede alle collezioni che custodisce e alle iniziative che mette in campo per valorizzarle: dalle conferenze alle mostre temporanee, dalle attività per bambini alle varie produzioni multimediali.

Addentrarsi tra le sale di un museo è sempre una grande emozione. I reperti ci raccontano la loro storia di oggetti creati per semplificare la vita all’uomo, per poi essere abbandonati e ritrovati dall’uomo moderno che li usa di nuovo, ma con l’intento di raccogliere informazioni sulla civiltà che li ha prodotti. È un viaggio affascinante e pieno di sorprese che i musei si impegnano a rendere sempre più attraente, inclusivo e declinato nei vari linguaggi della comunicazione, prevedendo sempre più spesso anche un percorso dedicato ai bambini.

La maggior parte dei visitatori si ferma a quanto gli viene offerto dal percorso scientifico senza porsi ulteriori domande, qualcuno invece si rende conto che ogni aspetto di un museo necessita di un’attenta gestione e intuisce che oltre le pareti che perimetrano le sale espositive, ci sono uffici dedicati alle necessità di un museo: dalla tutela alla valorizzazione, dalla comunicazione alla ricerca, dagli aspetti più tecnici all’organizzazione di eventi e ancora molto altro.

Ma probabilmente in pochi sospettano che un museo possa “uscire al giorno” varcando a ritroso il portone di ingresso per connettersi al tessuto sociale che gli sta intorno, portando con sé quei valori universali che sono il fondamento della crescita umana. “Uscire al giorno” è un pensiero squisitamente egizio ed è il vero titolo di una raccolta di formule più nota come “Libro dei Morti”, necessarie al defunto per penetrare nella luce immortale.

Il Libro dei Morti di Iuefankh nel nuovo allestimento delle Sale Storiche. Credits: Paolo Bondielli

Anche un museo ha bisogno di formule con cui “uscire al giorno” per non rimanere nel buio della propria autoreferenzialità, ancorato al concetto di mero custode di oggetti e allontanandosi sempre di più da quel Museion, il Tempio delle Muse, da cui mutua il nome. Mi piace ricordare come nella mitologia degli antichi Greci, [le muse] erano figlie di Zeus e di Mnemosine. Narrava Esiodo (Teogonia, 52 segg.) che Mnemosine aveva partorito a Zeus, nella Pieria, in Tessaglia, nove figlie, le nove Muse, sempre allietantisi della danza e del canto, che fanno dimenticare angustie e dolori; e questo era avvenuto dopo che il padre degli dèi aveva, con la sua vittoria sui Titani, portato un nuovo ordine nel mondo. La nascita delle Muse eternò dunque la gioia di quel trionfo; e le nove gioconde fanciulle ne rinnovavano fra gli dèi la letizia, ogni volta che facevano risuonare dei loro canti le sedi dell’Olimpo” (Goffredo Bendinelli, in Enciclopedia Italiana, 1934).

Euterpe, una delle muse nate da Zeus e Mnemosine. Museo di Tarragona. Credits: http://scommons.wikimedia.orgwikiFileTarragona_-_Euterpe.JPG

Il culto delle Muse e la ricerca del vero erano i princìpi che animavano il Liceo di Aristotele e l’Accademia di Platone, che Demetrio Falereo e Stratone di Lampsaco trasferirono nel Museion voluto dalla dinastia dei Tolomei ad Alessandria d’Egitto e ben descritto nelle Geografie di Strabone.

Naturalmente le differenze tra ciò che accadeva a partire dalla fine del IV sec. a.C. ad Alessandria d’Egitto e ciò che accade oggi in termini di istituzioni museali non sfugge a nessuno, ma quella straordinaria energia esplosiva e incontenibile che nasce, come in una reazione chimica, tra elementi che entrano in contatto, dovrebbe scandire il tempo dei musei e, a dire il vero, di ciascuno di noi. Perché il contatto presuppone un’apertura che è una condizione indispensabile per vedere cose nuove.

Era il dicembre del 2014, in prossimità del Natale, quando di ritorno da una campagna di scavo in Egitto ebbi solo il tempo di posare le valige per poi ripartire alla volta di Torino. Mi aspettava Christian Greco, direttore del Museo Egizio da meno di un anno, per un’intervista da pubblicare qui su MediterraneoAntico.

Il nuovo museo sarebbe stato inaugurato di lì a pochi mesi, il primo aprile del 2015, come da programma, e la sede provvisoria degli uffici insisteva sugli spazi di quella che sarebbe stata, per qualche tempo, la caffetteria.

Se dovessi oggi riassumere quell’intervista in una sola parola sceglierei “connessione”, intesa come diretta e concreta azione dell’apertura.

E difatti l’unico accenno che facemmo alla collezione fu quello relativo alla tipologia di museo che i visitatori avrebbero trovato all’indomani dell’inaugurazione: un museo archeologico. E non poteva essere diversamente.

Nel raccontarsi e nel raccontare il futuro del museo il direttore mi parlò di collaborazioni estere, di progetti tra università e museo, di collaborazioni tra museo e altri musei e dell’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino. Un luogo, quest’ultimo, decisamente distante dal portone del museo e dall’orizzonte culturale che solitamente si riconosce a una istituzione museale.

Il direttore Christian Greco, l’egittologa Federica Facchetti e Caterina Ciccopiedi durante un incontro all’Ospedale Regina Margherita di Torino. Credits: Fondazione Forma.

Che cosa stava accadendo dunque all’interno del palazzo in via Accademia delle Scienze, tra gru altissime e un continuo andirivieni di operai, tecnici, architetti ed egittologi?

Mentre prendeva forma il progetto scientifico, che poi si sarebbe concretizzato in un preciso percorso espositivo, stava prendendo forma anche la consapevolezza che il museo doveva essere fruibile a tutti i cittadini, e se tra questi ve ne fossero stati alcuni non in grado di varcare il portone in ingresso, sarebbe stato un preciso compito del museo varcare il portone in uscita per raggiungerli.

Già il professor Sergio Donadoni (1914-2015) considerava i reperti “in colloquio con il visitatore secondo programmi, spesso impliciti, che il Museo suggerisce […] Il significato di una struttura di questo tipo è di continuo rinnovabile anche se materialmente essa resta la stessa: il suo accrescersi non dipende solo da ragioni in modi quantitativi, ma anche da nuovi valori che essa va acquistando”.

In una società in cui le dinamiche si vanno via via modificando, un museo non può rimanere uguale a sé stesso, ma deve raccogliere quei “nuovi valori” che sono il portato di nuovi bisogni, di nuove realtà e di una diversa consapevolezza dell’altro.

E così ai numerosi progetti di tutela e valorizzazione della collezione che custodisce, il Museo Egizio ha voluto interpretare questi “nuovi valori” uscendo da quel portone per arrivare in luoghi distanti, abitati da persone che per motivi diversi non avrebbero mai raggiunto le sue sale. Un’azione che ha subito creato rete, trasformando l’istituzione torinese guidata da Christian Greco in un vero e proprio collettore di attività che si sono naturalmente integrate tra loro.

A dare ancora oggi sostanza e concretezza a questi progetti sono due curatrici del museo, le egittologhe Federica Facchetti e Alessia Fassone, coadiuvate laddove necessario dall’intero staff del Museo Egizio e in totale condivisione con la direzione. Vie d’accesso indispensabili per un inserimento efficace in questi luoghi distanti sono le associazione che già vi operano, il cui bagaglio di esperienze diventa strumento facilitatore a tutti i livelli, assieme alla disponibilità degli Enti coinvolti che sono custodi delle realtà in cui i progetti si vanno a concretizzare.

Grazie, infatti, alla Fondazione Forma Onlus il Museo Egizio ha potuto raggiungere i piccoli ospiti del Regina Margherita nei luoghi in cui erano obbligati, dalla camera di degenza agli spazi comuni di condivisione delle attività e – per coloro per cui era possibile una prudente uscita dall’ospedale – le visite in museo opportunamente organizzate. Un impegno che si è stabilizzato nel tempo e che ha trovato come unico ostacolo ciò che dall’inizio di quest’anno ha travolto le nostre vite, modificando profondamente qualsiasi tipo di relazione interpersonale, costringendola alla distanza innaturale di un monitor.

Federica Facchetti con i bambini del Regina Margherita. Credits: Fondazione Forma.

Nei cicli di incontri regolari i curatori hanno raccontato cosa si trova in Museo, mostrato immagini e disegni dei reperti, le usanze e le curiosità dell’antico Egitto riuscendo così ad ampliare gli spazi e riempiendo di cose nuove il tempo di questi “cittadini”, per i quali il Museo ha senso di esistere.

Altre persone si trovano nella condizione di essere obbligate nel luogo dove soggiornano, come coloro che devono scontare una pena all’interno di un carcere, e se gli impedimenti sono ovviamente di natura diversa, non dobbiamo dimenticare che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, come afferma l’articolo 27 della nostra Costituzione.

Il Museo Egizio ha raggiunto anche la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”, coordinandosi con il Liceo Artistico “Primo” e con l’Istituto Professionale “Plana”, dando vita al progetto “Liberi di Imparare”.

Il progetto Liberi di Imparare è culminato in una mostra allestita nelle sale del Museo Egizio, utilizzando le bellissime copie di reperti egizi realizzate dai detenuti.

Il Liceo ha una sua sezione all’interno del carcere dal 2013 con un modulo didattico che prevede 34 ore la settimana distribuite su 5 giorni settimanali. L’obiettivo che si pone è quello di “rieducare al rispetto dell’altro e ricostruire il valore della persona umana attraverso il recupero del senso della bellezza”.

L’Istituto Professionale ha una storia di collaborazione con il carcere che risale al 1953 e che dopo varie riforme delinea oggi la figura professionale dell’Operatore del mobile e dell’arredamento, che lo studente consegue dopo un percorso pluriennale.

Dunque, storia dell’arte e, in pratica, una falegnameria attrezzata per realizzare in modo professionale dei manufatti: potevano esserci due fattori più propizi per legare le attività del Museo Egizio ai detenuti della Casa Circondariale “Lorusso e Cotugno”?

Copie dei reperti del corredo della tomba di Kha e Merit realizzate dai detenuti, esposte nella mostra “Liberi di Imparare”, allestita nelle sale del Museo Egizio. Credits: Nicola Dell’Aquila/Museo Egizio

E difatti la collaborazione è stata ben più che proficua, grazie al coinvolgimento attivo di tutti gli attori, perché non sempre è facile operare in certi luoghi.

Gli interventi dei curatori del Museo Egizio, veicolati dai docenti del Liceo “Primo” e dell’Istituto “Plana”, si sono concretizzati in copie di manufatti egizi di eccezionale fattura realizzate dai detenuti durante le attività svolte nel corso dell’anno all’interno dei laboratori.

Sono stati riprodotti oggetti provenienti dalla tomba di Kha e Merit, alcune stele, papiri funerari, amuleti, ostraka, una sezione del sarcofago di Butehamon, una parte del ciclo pittorico della tomba di Iti e Neferu, la replica in scala 1:2 della Cappella di Maia.

Il coinvolgimento è stato tale che durante l’estate, periodo in cui le attività di questo tipo sono sospese, i detenuti hanno chiesto ed ottenuto di poter continuare a realizzare opere egizie durante il loro tempo libero, grazie alla disponibilità della direzione del carcere e degli agenti di Polizia Penitenziaria.

La riproduzione del Libro dei Morti di Kha realizzato dai detenuti e il direttore Christian Greco durante l’inaugurazione della mostra “Liberi di imparare”. Credits: Museo Egizio

Ma c’è di più. Lo “Scriba”, soprannome che si è guadagnato sul campo uno dei partecipanti grazie alla sua abilità nel vergare geroglifici, è stato il leader della squadra che ha realizzato copie dei papiri funerari presenti nella collezione torinese, che poi sono stati utilizzati all’interno di un’altra iniziativa in cui il Museo Egizio è andato “fuori di sé”.

Si tratta del PapiroTour, con cui si è inteso celebrare i 150 anni dell’istituzione del Servizio Biblioteche, realizzando una mostra itinerante che toccasse le sedi periferiche della Biblioteca Civica Torinese, arricchita da numerose conferenze tenute dai curatori del Museo Egizio. Il Museo che entra in contatto con il territorio che lo circonda, raggiungendo i cittadini residenti nelle aree più periferiche della città ed offrendo loro uno spaccato della civiltà egizia, con riferimenti alla scrittura, alla pittura, alla religiosità e ai riti funerari.

Ma c’è ancora di più. Abbiamo già detto dei piccoli degenti dell’Ospedale Regina Margherita e dell’impossibilità della maggior parte di essi di raggiungere il Museo.

Le opere dei detenuti della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” utilizzate per gli incontri con i piccoli degenti del Regina Margherita. Credits: Fondazione Forma.

Molti di questi bambini hanno espresso il desiderio di vedere di persona i reperti, ma la situazione non mostrava soluzioni. Ed ecco la rete, la buona pratica che dà frutti in origine neppure immaginati: i reperti abilmente ricostruiti dai ragazzi della Casa Circondariale finiscono tra le mani dei cuccioli del Regina Margherita che finalmente li posso toccare, ammirare e riprodurre nei loro disegni.

E il cerchio si chiude con una mostra che raccoglie tutti i manufatti realizzati e che porta il titolo del progetto, “Liberi di Imparare”, ospitata presso alcune sale del Museo e successivamente negli spazi della caffetteria del Tribunale di Torino.

La mostra con le copie dei reperti realizzate dai detenuti nelle sale del Museo Egizio. Credits: Nicola Dell’Aquila/Museo Egizio
Alcuni dei reperti riprodotti dai detenuti durante le attività didattiche svolte con i curatori del Museo Egizio, in collaborazione con gli Istituti “Primo” e “Piana”. Credits: Nicola Dell’Aquila/Museo Egizio.

Naturale conseguenza delle attività appena descritte è stata la richiesta da parte dell’Ufficio del Garante per i Detenuti di inserire anche il carcere minorile “Ferrante Aporti” tra i luoghi distanti che il Museo può raggiungere. Pur con un’intensità inferiore dovuta alle differenti condizioni di lavoro, i curatori del Museo sono riusciti ad organizzare anche in questa sede una serie di attività – sempre in coordinamento con i docenti della scuola che si occupa della formazione in carcere – che hanno permesso ai ragazzi di “visitare” il Museo Egizio di Torino e conoscere così la sua collezione.

La presenza di minori di nazionalità egiziana ha reso questi incontri ancora più efficaci, un ponte tra la loro terra di origine e il nuovo luogo di soggiorno, nella speranza che l’espressione materiale di una grande civiltà del passato, di cui certamente riconoscono i valori, possa indicargli la strada per un futuro luminoso.

Il Museo Egizio c’è anche per questo.

I ragazzi di “Tante voci al Museo”, che imparano l’italiano e raccontano la collezione del Museo Egizio alle loro famiglie, sia nella nostra lingua che nella loro. Foto Credits: Diskolè APS.

Prendendo ancora come punto di riferimento il portone in via Accademia delle Scienze, per altro restaurato poco tempo fa proprio perché potesse spalancarsi verso la città durante l’orario di apertura, si può dire ancora molto.

L’importanza che è stata data alla Giornata Mondiale del Rifugiato, trasformata in un evento che ha inondato le sale dell’Egizio di quella dirompente energia che può davvero cambiare le cose, schiera il Museo in modo netto verso progetti di inclusione sociale. E lo fa interrogandosi sul ruolo dei musei nell’ambito del complesso e composito mondo dei migranti, invitando al confronto autorità, studiosi e cittadini nella forma di un congresso che il Museo ha ospitato nelle proprie sale.

 

Di quali strumenti un museo deve dotarsi per favorire un dialogo multiculturale?

Non è semplice, lo si intuisce, ma c’è un punto da cui si può partire ed è quello dell’apertura verso l’altro che consente di conoscerci, di entrare in connessione. Ed è subito rete.

In Museo arrivano ragazzi stranieri minorenni per imparare la nostra lingua, coordinati dal Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) e dall’Associazione Diskolé, nella persona della preziosissima maestra Valentina Sacchetto, accolti dai curatori e da Hassan Khorzom, collaboratore del Museo Egizio originario della Siria, che vive nel nostro Paese con lo status di Rifugiato.

Momenti di lezione nelle sale del Museo Egizio durante il progetto realizzato con il CPIA di Torino. Credits: Diskolè APS.

La lingua in museo la si impara declinata nel suo linguaggio che inevitabilmente parla di reperti antichi e della loro storia, che i ragazzi sono stati invitati a raccontare come esercitazione interna e poi durante una visita dedicata agli amici e ai familiari, molti dei quali non erano mai entrati in un museo.

Qualcuno ha fatto varcare virtualmente il portone del Museo alla propria famiglia che abita in un altro continente, con una visita guidata eseguita in diretta social; qualcun altro si è collegato dall’autobus mentre era in viaggio per non perdere le lezioni a distanza organizzate durante il primo periodo di chiusura per pandemia. E qualcun altro ancora ha deciso di tornare sui banchi di scuola e di portare avanti quel percorso iniziato in Museo, con la certezza che ricevere un’istruzione adeguata aumenterà la consapevolezza di sé e lo aiuterà ad inserirsi nel tessuto sociale dove risiede ma a cui non sente ancora di appartenere.

Alessia Fassone durante le lezioni formative con le signore di lingua araba che hanno aderito al progetto Il mio Museo Egizio. Credits: Andrea Pellegrini.

In quest’ottica di tipo inclusivo si è articolata anche la collaborazione tra l’Associazione Mondi in Città e il Museo Egizio. Inserita nelle attività del progetto “Torino la mia città” come semplice visita alle collezioni da proporre alle donne migranti, si è poi trasformata in un’occasione di approfondimento per coloro che hanno mostrato grande interesse.

Nasce così “Il mio Museo Egizio”, grazie anche all’impegno dell’associazione Amici e Collaboratori del Museo Egizio (ACME), dove undici donne provenienti da Marocco, Egitto ed Algeria si sono formate con le lezioni di Paolo del Vesco e Alessia Fassone – egittologi e curatori del Museo Egizio – per poter condurre brevi visite guidate tematiche tra le sale museali.

Ma ancora una volta c’è di più! Perché il Museo ha voluto raggiungere la grande comunità torinese accomunata dalla lingua araba con una promozione a loro dedicata e quale occasione migliore per consentire a queste nuove guide di esercitarsi tra le sale dell’Egizio?

Da tutto quello che ho scritto fin qui emerge un dato: la parte più importante di un museo è il suo portone! Da più parti vi è la convinzione che sia la biglietteria e alla fine di ogni anno vengono urlati i numeri di accesso, si stilano classifiche, si quantificano gli implementi con schemi e grafici mostrando con malcelato orgoglio le nuove percentuali raggiunte.

Non vi è dubbio che questo sia un dato importante, a maggior ragione per il Museo Egizio che si sostiene interamente proprio grazie ai suoi visitatori, ma interpretarlo come un faro sul quale impostare la navigazione è quanto meno fuorviante.

Un museo deve farsi piazza, deve farsi strada. Deve avanzare nel tessuto sociale con le forme e le proprietà dell’acqua, che se trova deserto crea una valle fertile e se trova roccia la aggira portando oltre i suoi valori benefici.

È la storia del Grande Fiume Nilo, del suo percorso tra deserti e cateratte, tra confini di Stato e genti diverse, ma rimanendo sempre il Grande Fiume Nilo. Quasi settemila chilometri di meticoloso cammino fatto di inspiegabili deviazioni e di improbabili cambiamenti di direzione, ma con la determinazione di arrivare al Mediterraneo, connettendolo con il cuore dell’Africa.

È sempre una questione di connessione, non vi è alcun dubbio, e il Nilo lo fa da 31 milioni di anni. (source: qui )

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Paolo Bondielli

Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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