
Rimuovendo gli strati superficiali, gli esperti hanno scoperto che le pareti conservavano non uno, ma due cicli decorativi sovrapposti. Sotto tre strati di intonaco di diverse epoche e una decorazione ottocentesca realizzata addirittura su una carta monocroma applicata su fogli di giornale, sono emersi affreschi databili tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento.

Il ciclo più antico presenta una decorazione che imita preziosi tessuti damascati, mentre quello successivo è molto più elaborato: una scenografia illusionistica fatta di finte architetture, nicchie, cariatidi e pannelli figurati. Tra le scene più suggestive spicca la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre (peccato che l’immagine di Eva non sia sopravvissuta), affiancata da episodi di vita contadina, battute di caccia, paesaggi collinari e vedute che richiamano l’entroterra appenninico. In alto compare anche una nave accompagnata dal motto biblico “In te confido”, sovrastata da un’Allegoria della Fortuna.



Gli studi condotti durante il restauro hanno permesso di stabilire che furono coperti nel 1841, nell’ambito di un intervento di rinnovamento degli ambienti voluto da Monaldo Leopardi che in una nota scrisse “si è restaurata una piccola sala del mio appartamento annesso alla Biblioteca”. La scelta non derivò da motivi conservativi ma dal gusto dell’epoca, che privilegiava decorazioni più moderne rispetto ai cicli pittorici tardo-rinascimentali ormai considerati superati. Questo dettaglio apre uno scenario particolarmente suggestivo: Giacomo Leopardi, morto nel 1837, vide quasi certamente quegli affreschi, poiché la loro copertura avvenne quattro anni dopo la sua scomparsa. Le immagini che oggi riemergono dalle pareti facevano dunque parte del paesaggio quotidiano osservato dal poeta durante gli anni trascorsi nella biblioteca paterna.

Il recupero non è stato semplice. Nei secoli passati, per applicare nuovi intonaci sopra decorazioni esistenti, si praticavano spesso profonde picconature sulle superfici, in modo da favorire l’adesione del nuovo rivestimento. Una tecnica efficace dal punto di vista edilizio, ma che provocava danni ai dipinti sottostanti. I restauratori hanno quindi dovuto lavorare centimetro dopo centimetro per liberare e consolidare le parti superstiti.

La “Sala dei Manoscritti” – così chiamata dal 1898, da quando l’omonimo nipote del poeta l’ha ampliata per celebrare la grandezza dello zio esponendo manoscritti leopardiani e prime edizioni – dopo il restauro è stata ribattezzata “Sala degli Antichi”, un nome che valorizza il carattere rinascimentale e seicentesco delle decorazioni emerse e che sostituisce la funzione più recente assunta dalla stanza all’interno della biblioteca. Oggi la sala è entrata ufficialmente nel percorso di visita di Casa Leopardi e rappresenta una delle novità culturali più rilevanti degli ultimi anni per il palazzo recanatese. Prima ancora era conosciuta come “Sala del Conte Monaldo”, perché ospitava parte della biblioteca e dell’eredità culturale del padre di Giacomo. Ricordiamo infatti che il conte iniziò a collezionare libri fin da giovane, sfruttando le occasioni offerte dal periodo napoleonico, durante il quale acquistò numerosi volumi dai conventi e dagli istituti religiosi soppressi. La biblioteca, che oggi conta circa 20.000 volumi, divenne il luogo di formazione di Giacomo e dei fratelli. Nel 1812 Monaldo aprì la sua collezione anche ad amici e studiosi.

La scoperta aggiunge un tassello inedito alla storia della dimora leopardiana. Per oltre un secolo, dietro pareti apparentemente anonime, è rimasto nascosto un racconto per immagini fatto di simboli religiosi, allegorie morali, paesaggi e scene di vita quotidiana. Un patrimonio che il tempo aveva cancellato dalla memoria visiva del palazzo ma che, grazie al restauro, è tornato a raccontare una pagina sconosciuta della storia di Casa Leopardi.


















