Per gli antichi Egizi, il cielo non era mai soltanto uno spazio da osservare: era un luogo abitato e vissuto dagli dèi, attraversato ogni giorno dalla barca solare di Ra. E quando il Sole improvvisamente si oscurava, il fenomeno poteva assumere un significato inquietante. La lotta tra l’ordine e il caos, combattuta ogni notte, sembrava sconfinare nel mondo visibile, preannunciando la vittoria del caos, Isfet, sulla Maat, l’ordine cosmico. L’artefice di questa vittoria poteva assumere un volto mostruoso: quello di Apopi, il gigantesco serpente che incarnava le forze delle tenebre e della disgregazione.

Nel pensiero egizio, Ra, il dio Sole, attraversava quotidianamente il cielo sulla sua barca divina, Mandet, per poi affrontare le insidie del mondo sotterraneo durante il viaggio notturno nell’aldilà, a bordo di Mesketet. Il suo percorso garantiva la continuità della vita e dell’ordine cosmico, il principio che teneva insieme uomini, dèi e universo. Apopi rappresentava invece la forza opposta: non semplicemente un “dio cattivo”, ma una presenza cosmica che minacciava costantemente di interrompere il ciclo della creazione.

In questo scenario, Seth assumeva il ruolo di difensore di Ra. Seth era una figura particolarmente interessante perché, nella religione egizia, non poteva essere ridotto alla semplice categoria del “dio malvagio”: era una divinità ambivalente, associata alla tempesta, alla forza e al disordine, ma proprio per questo poteva diventare un potente combattente contro le minacce cosmiche. Anche la dea Bastet, rappresentata spesso con sembianze feline, apparteneva a quell’universo simbolico in cui gli animali diventavano manifestazioni della potenza divina.

La vittoria su Apopi, dunque, non significava soltanto salvare il Sole. Significava impedire al caos di sostituirsi all’ordine.

Seth, a bordo della barca trafigge Apopi proteggendo Ra e salvaguardando l’ordine cosmico (papiro conservato al Museo del Cairo. ph. Wikipedia)

È proprio questa concezione a rendere particolarmente suggestiva l’associazione moderna tra Apopi e le eclissi. Non possediamo, infatti, fonti egizie che spieghino questo fenomeno, né miti che paragonino l’eclissi a una manifestazione di Apopi nell’atto di inghiottire il Sole. Il rapporto è più complesso: si tratta di un’associazione che possiamo ricostruire sulla base di idee e credenze presenti nella cultura egizia. I testi egizi descrivono ripetutamente il serpente come nemico di Ra e raccontano la necessità di contrastarne l’assalto ogni notte. In questa eterna battaglia vediamo, da una parte, Ra – e con esso la luce, la ciclicità e l’ordine cosmico, la Maat – e, dall’altra, Apopi, il serpente signore delle tenebre, pronto a divorare il Sole. E nel mezzo, uomini e sacerdoti che cercavano, attraverso parole, gesti e rituali, di fare la propria parte affinché l’ordine potesse essere ristabilito.

L’immagine del papiro di Bremner-Rhind è tratta da Le leggende degli dei egizi, testi geroglifici e traduzioni di Sir Wallis E. A. Budge. (Ph. amigosdelantiguoegipto.com)

Rituali ben precisi erano dunque stati concepiti proprio per ostacolare le forze che cercavano di impedire alla luce solare di manifestarsi. Un’importante testimonianza viene fornita dal Papiro Bremner-Rhind, conservato al British Museum: il manoscritto contiene il Libro dell’abbattimento di Apopi, una raccolta di formule e rituali destinati a contrastare il grande nemico di Ra.

È qui che l’eclissi diventa qualcosa di più di un semplice episodio astronomico e il cielo si trasforma in un importante archivio del passato. Infatti, grazie alle moderne tecnologie, la volta celeste può diventare una sorta di archivio invisibile, capace di dialogare con monumenti, testi e cronologie. Ed è qui che entra in gioco l’archeoastronomia, la disciplina che studia il rapporto fra fenomeni celesti, architettura e culture del passato.

Sappiamo che nell’antico Egitto piramidi, templi e tombe erano costruiti tenendo conto dei riferimenti astronomici. Il Sole, gli astri e i loro cicli avevano un peso importante sul piano religioso, politico e simbolico.

Secondo una ricerca dell’archeoastronomo Giulio Magli, professore ordinario di Fisica Matematica al Politecnico di Milano e unico docente in Europa a tenere un corso universitario dedicato all’archeoastronomia, pubblicata dal Politecnico di Milano, il 1° aprile 2471 a.C. un’eclissi totale attraversò il Basso Egitto, interessando aree sacre come Giza, Menfi e Buto. La totalità dell’evento si protrasse per oltre sei minuti, oscurando completamente il Sole e rendendo visibili stelle e pianeti normalmente nascosti dalla luce del giorno, come le Pleiadi, Venere e Mercurio, corpi celesti particolarmente significativi per la religione egizia.

Simulazione al computer dell’eclissi del 1° aprile 2471 a.C. vista dal Delta del Nilo (ph. Polimi – Politecnico di Milano)

L’evento si colloca alla fine della IV dinastia, quando, con il faraone Shepseskaf, si verificò un significativo cambiamento nella tradizione funeraria: il sovrano non si fece costruire una piramide come i suoi predecessori, ma una struttura simile a una mastaba, più bassa, rettangolare e imponente. La Mastabat el-Faraʿ, questo il suo nome, fu costruita con i blocchi di calcare che si utilizzavano per l’erezione delle piramidi, e anche la struttura interna presentava caratteristiche tipiche delle piramidi; tuttavia, la costruzione non aveva lo stesso valore simbolico: non rappresentava l’ascesa verso il cielo e non seguiva il tradizionale culto solare di Eliopoli. Inoltre, per la sua sepoltura, Shepsekaf scelse Saqqara, un luogo non visibile da Iwnw, l’antico nome egizio della citta del sole. Per di più, il nome con cui salì al trono non conteneva il suffisso “Ra”, un omaggio alla divinità solare presente nei nomi dei suoi predecessori e richiamo alla loro discendenza divina.

La mastaba di Shepseska (ph. Giulio Magli, via Polimi – Politecnico di Milano)

La domanda sorge spontanea: cosa potrebbe aver indotto questo allontanamento dal culto solare, questo cambiamento di direzione così radicale e profondo? Non lo sappiamo, ma, secondo il prof. Magli, l’eclissi, potrebbe aver avuto un ruolo significativo nel decretare la fine della IV dinastia e, paradossalmente, favorire il ripristino del culto solare, che ebbe la sua esplosione durante la V dinastia con l’introduzione dei templi solari come nuovo edificio sacro all’interno dei complessi funerari. Proviamo a capire perché!

Per noi l’eclisse è un evento spettacolare, ma per chi la osservò più di quattromila anni fa doveva avere un significato completamente diverso. A quel tempo gli egizi non possedevano le conoscenze astronomiche necessarie per comprendere l’eclissi come un fenomeno meccanico, naturale e prevedibile, competenze acquisite soltanto durante il Periodo Tardo e Tolomaico. Al contrario, la interpretavano, come già detto, come un segno divino e un evento mitologico di portata catastrofica.

Un’eclissi raffigurata sul soffitto del pronao del tempio greco-romano di Dendera. L’immagine mostra una divinità che afferra le zampe di un maiale che ha inghiottito il sole e lo scuote per farglielo espellere, ponendo così fine all’eclissi. II maiale era un animale con connotazioni simboliche negative e associato a Seth.
L’iconografia evoca un’eclissi solare totale che deve essersi verificata nel marzo del 52 d.C. e che fu visibile in gran parte dell’Egitto. (ph. Susana Alegre)

Proviamo a immaginare quel momento. Durante un’eclissi totale, la temperatura scende di diversi gradi, gli animali si comportano stranamente (gli uccelli tornano ai nidi, i cani ululano…) e appaiono le stelle di prima magnitudine. Quel giorno del 2471 a.C., il Sole era sorto già parzialmente oscurato; più saliva nel cielo più veniva divorato dalle tenebre, fino a rimanere completamente coperto per sei lunghissimi minuti. In quel momento, l’immagine di Apopi che attacca il Sole dovrebbe essere stata particolarmente potente, evocativa, impressionante: per alcuni istanti, la luce che garantiva l’ordine del mondo sembrava davvero essere stata inghiottita dalle tenebre. In un momento storico così fortemente legato al culto del Sole, l’eclissi non poteva che essere interpretata come un nefasto presagio divino, contribuendo probabilmente al cambiamento della concezione religiosa e simbolica del potere faraonico che in quel momento si stava allontanando dal culto solare. E’ importante ribadirlo, non stiamo parlando di un fatto dimostrato, ma di un’ipotesi archeoastronomica, secondo la quale un fenomeno celeste potrebbe avere contribuito a modificare il modo in cui il potere faraonico rappresentava se stesso attraverso l’architettura. Inoltre, sempre secondo lo studioso, questo cambiamento potrebbe aver portato al cambio dei vertici del potere, anche se la maggior parte della comunità scientifica ritiene che la fine della IV dinastia possa essere stata determinata dal fatto che questo sovrano non fosse legittimato alla successione dinastica o fosse addirittura un usurpatore.

La tomba di Shepseska con sullo sfondo la piramide romboidale e quella rossa. (ph. Giulio Magli, 2025. Via Polimi – Politecnico di Milano)

Osservare il dialogo fra tre elementi — cielo, religione e monumenti — porta dunque a chiedersi se, in un momento di profonda trasformazione, il cielo possa aver contribuito a cambiare anche il linguaggio del potere. Per ora non abbiamo certezze storiche, tuttavia, questo approccio interdisciplinare mostra in modo suggestivo come astronomia, religione e archeologia possano intrecciarsi nella ricostruzione del passato. Il prof. Magli sta attualmente collaborando con la missione polacca attiva al complesso funerario di Shepseskaf, alla ricerca di prove tangibili che possano confermare la sua teoria.

Quel che è certo, invece, è che le eclissi non sono importanti soltanto per comprendere l’immaginario religioso egizio, ma possono diventare veri e propri punti di riferimento per la cronologia storica.

Stele di Merenptah (ph. Ancient Origins)

Un caso straordinario è l’eclissi anulare manifestatasi nel pomeriggio del 30 ottobre 1207 a.C., studiata da Colin Humphreys e Graeme Waddington in un articolo pubblicato nel 2017 su Astronomy & Geophysics. Si tratta dell’eclissi solare più antica mai registrata. I ricercatori hanno interpretato un enigmatico passo del libro biblico di Giosuè come il possibile resoconto di un’eclissi osservata in Canaan. Attraverso sofisticati calcoli astronomici, hanno individuato quell’evento come l’unica eclissi anulare compatibile con la descrizione e visibile dalla regione nel periodo considerato. Questo dato è diventato una sorta di ancora astronomica per la cronologia della storia egizia. Infatti, la Stele di Merenptah, che ricordiamo essere figlio e successore di Ramesse II, documenta una campagna militare in Canaan nel quinto anno del suo regno. Collegando le due testimonianze, gli studiosi hanno potuto collocare l’inizio del regno di Merenptah intorno al 1210/1209 a.C. e, sulla base della durata dei regni tramandata dalle fonti egizie, datare quello di Ramesse II al 1276–1210 a.C., con un margine di circa un anno.

Eclisse anulare, come quella avvenuta a Canaan nel 1207 a.C. (ph. International Business Times)
Il dio sola Ra, nelle sembianze di un grande felino, uccide il serpente Apopi (ph. Wikipedia)

È un esempio affascinante di come archeologia, testi antichi e astronomia possano incontrarsi: un’ombra proiettata sulla Terra più di tremila anni fa diventa oggi uno strumento per datare con straordinaria precisione eventi e regni.

E, ancora una volta, il cielo torna a essere parte integrante della storia dell’Egitto: per chi lo osservava allora, il Sole poteva essere minacciato da un serpente cosmico; per chi lo studia oggi, un’eclissi può invece diventare una delle chiavi più preziose per datare il passato.

 

 

Fonti: frontiere.polimi.it, polimi.it/ricerca/news-e-comunicati; academic.oup.com; forbes.com; wikipedia; egyptian-history.com

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