In copertina: Papiro Leiden I 346, colonna II, righe 6–13. Facsimile da F.-J. Chabas, C. Leemans (ed.), Papyrus égyptiens hiératiques I, tav. CXXXIX (particolare). Universitätsbibliothek Heidelberg, Public Domain.
Per dodici mesi l’anno egizio procedeva secondo una struttura regolare: trenta giorni per mese, quattro mesi per ciascuna delle tre stagioni di Akhet, Peret e Shemu. Alla fine dei 360 giorni, però, l’anno non era ancora terminato. Restavano cinque giornate supplementari, collocate dopo l’ultimo mese e prima dell’inizio del nuovo ciclo.

Gli Egizi chiamavano questi giorni ḥryw-rnpt, «quelli che stanno sopra l’anno», quelli che noi definiamo epagomeni, ovvero cinque giorni che portavano l’anno civile a 365 e che, proprio per la loro posizione, costituivano un periodo distinto dai dodici mesi ordinari. Il sistema non teneva conto della frazione di circa un quarto di giorno dell’anno solare. In assenza, per gran parte della storia egizia, di un meccanismo bisestile, il calendario civile si spostava quindi progressivamente rispetto alle stagioni. Solo molto più tardi, con la sistemazione alessandrina in età augustea, il calendario egizio fu coordinato stabilmente a quello giuliano. È da questa sistemazione che deriva la corrispondenza convenzionale che colloca i cinque epagomeni fra il 24 e il 28 agosto: date utili per raccontarne oggi la successione, ma che non devono essere applicate indistintamente a tutta la storia faraonica. Anche il concetto di inizio dell’anno conserva una storia complessa. Anthony Spalinger ha mostrato come l’espressione wp rnpt (Wep Renpet), «apertura dell’anno», possa conservare tracce di una più antica organizzazione del calendario. A Esna, accanto al normale capodanno civile di I Akhet 1, compare infatti un’altra ricorrenza chiamata wp rnpt, associata a Ra e ricordata come appartenente alla tradizione degli antenati; Spalinger la interpreta nel quadro di un precedente sistema lunare.
Ma i cinque giorni che precedevano il nuovo anno non erano soltanto un espediente per completare il calendario: erano stati trasformati nelle giornate in cui si sarebbero avute cinque nascite divine.
Quando Thot creò cinque giorni in più
La storia più celebre è raccontata da Plutarco nel capitolo 12 del De Iside et Osiride. Nut, dea del cielo, aveva concepito dei figli con Geb, dio della terra. Ra, però, aveva decretato che non potesse partorire in alcun giorno dell’anno. A intervenire fu Thot: ottenuta dalla Luna una quantità di luce sufficiente, riuscì a formare cinque nuovi giorni e ad aggiungerli ai 360 già esistenti. Poiché quelle giornate non appartenevano all’anno sul quale gravava il divieto, Nut poté finalmente dare alla luce i suoi figli. Plutarco precisa che gli Egizi consideravano quei giorni «intercalari» e li celebravano come genetliaci degli dèi. La successione era precisa: Osiride nel primo giorno, Horus l’Anziano nel secondo, Seth nel terzo, Iside nel quarto e Nephthys nel quinto. Il testo greco utilizza naturalmente nomi ed equivalenze proprie della cultura ellenica, Ermes per Thot, Tifone per Seth, Arueris per Horus l’Anziano, ma la sequenza delle cinque nascite è inequivocabile. Sebbene Plutarco scriva molti secoli dopo l’età faraonica, questa successione non è una costruzione tarda. Un documento egizio del Nuovo Regno, il papiro Leiden I 346, conserva già i cinque giorni associati alle nascite delle stesse divinità. Il manoscritto è datato fra i regni di Thutmosi III e Amenhotep II e appartiene alla letteratura magico-protettiva e ci mostra gli epagomeni da una prospettiva diversa rispetto al racconto mitologico di Plutarco. Qui i cinque giorni sono qualcosa da conoscere e attraversare correttamente per essere protetti dagli eventi nefasti. Vengono poi passate in rassegna le cinque giornate, ciascuna legata alla nascita di una divinità e accompagnata da formule e invocazioni specifiche.

Maxim V. Panov, che ha esaminato P. Leiden I 346 insieme ad altri documenti, sottolinea il carattere particolare degli epagomeni, considerati nel loro insieme giorni «difficili». Ciò non significa, però, che fossero tutti identici. Nel papiro il primo, il terzo e il quinto sono marcati da una qualificazione specifica, mentre il secondo e il quarto non presentano la stessa formula.
È in questa successione di cinque giornate, sospese fra la conclusione dell’anno e l’inizio del nuovo ciclo, che prendono posto le nascite di Osiride, Horus l’Anziano, Seth, Iside e Nephthys.
24 agosto: nasce Osiride

Plutarco apre la serie con una scena solenne. Al momento della nascita del dio una voce annuncia: «Ecco, il signore di tutte le cose viene alla luce» (De Is. et Os. 355E).
Subito dopo compare un’altra tradizione. A Tebe un uomo chiamato Pamyles, mentre attingeva acqua, avrebbe udito provenire dal tempio una voce che gli ordinava di proclamare la nascita del «grande re benefattore» Osiride. Plutarco collega a questa vicenda anche la festa delle Pamilia.
L’immagine del sovrano divino appena venuto al mondo si inserisce bene nel ruolo che Osiride occupa nella religione egizia. La sua vicenda unisce regalità, morte e rinascita: ucciso da Seth e ricomposto grazie all’intervento di Iside, diventerà il sovrano dell’aldilà e il modello attraverso il quale viene pensata la possibilità di una nuova esistenza dopo la morte.
Il testo di Leiden (col. II, rr. 7-8) aggiunge alla nascita un quadro rituale più complesso. Il primo epagomeno è «la nascita di Osiride» e contemporaneamente la festa di Unnefer, “l’eternamente perfetto”, un degli epiteti del dio. Subito dopo, però, il tono cambia: «Il pianto è grande in tutto il paese, poiché hanno inizio il clamore e la discordia». Nella stessa giornata sono dunque riuniti il genetliaco del dio, la festa di Unnefer e un clima segnato dal pianto e dal disordine. È un elemento importante per comprendere gli epagomeni: celebrare una nascita divina non significava necessariamente vivere una giornata priva di rischi o di precauzioni. Il primo giorno appartiene infatti a quel gruppo di epagomeni ai quali P. Leiden I 346 attribuisce una marcatura particolare e che Panov considera maggiormente problematici.
La formula prosegue rivolgendosi direttamente a Osiride come «toro dell’Occidente», inserendo il genetliaco nella pratica protettiva che accompagna l’intero periodo.
25 agosto: nasce Horus l’Anziano
L’Horus che nasce in questo giorno non è semplicemente l’Horus figlio di Iside e Osiride al quale si pensa più facilmente parlando del ciclo osiriaco. Plutarco lo chiama Arueris e precisa che: «alcuni lo chiamano Apollo e altri invece Horos il vecchio» (De Is. et Os. 355F). Il nome corrisponde all’egiziano Ḥr-wr, Horus il Grande o Horus l’Anziano.

La genealogia, a questo punto, sembrerebbe complicarsi. Se Iside deve ancora nascere nel quarto giorno e Osiride è venuto al mondo soltanto il giorno precedente, come può Horus comparire già fra i figli di Nut? La difficoltà nasce dal fatto che Horus non ebbe una sola identità nella religione egizia. Horus l’Anziano appartiene a una tradizione molto antica e di carattere solare, legata alla regalità e alla figura del sovrano vivente già nell’Antico Regno, prima che il ciclo di Osiride assumesse la forma con cui lo conosciamo nelle epoche successive.

Accanto a questa figura si sviluppò poi l’Horus del mito osiriaco, figlio di Iside e Osiride e vendicatore del padre. Le diverse tradizioni finirono così per convivere e intrecciarsi. Plutarco fa un tentativo per conciliarle: racconta infatti che Iside e Osiride si sarebbero uniti quando erano ancora nel grembo di Nut e che da quell’unione sarebbe stato concepito Horus l’Anziano. In questo modo il dio poteva essere collocato fra le nascite epagomene senza coincidere semplicemente con l’Horus figlio di Iside e Osiride della tradizione osiriaca.
P. Leiden I 346 (col. II, rr. 9-10) chiama il dio Haroeris e lo associa anche a Horus signore di Letopolis. Qui l’accento è soprattutto sulla protezione. Una delle formule legate alla giornata contiene infatti una richiesta molto concreta: «Salvami dal massacro di quest’anno!». Il secondo giorno non presenta la stessa marcatura del primo, del terzo e del quinto. Questo non significa che diventi automaticamente un giorno fortunato, ma mostra che all’interno dei cinque epagomeni esistevano differenze di qualità e di trattamento rituale.
26 agosto: nascita di Seth
Plutarco descrive la nascita di Seth come una nascita che infrange fin dall’inizio l’ordine naturale: «Il terzo giorno nacque Tifone, non al tempo giusto né per la via naturale, ma squarciando il fianco della madre con un colpo e balzando fuori» (De Is. et Os. 355F). Il modo stesso in cui Seth viene al mondo anticipa bene il carattere di una divinità che nel ciclo osiriaco sarà avversario di Osiride e rivale di Horus. Ma identificare Seth semplicemente con il “male” sarebbe fuorviante: la sua forza poteva essere distruttiva, ma poteva anche essere chiamata a difendere l’ordine contro altre minacce. P. Leiden I 346 (col. II, rr. 11-12) consente di vederlo con particolare chiarezza. Il terzo giorno è associato alla nascita di Seth e all’inizio del tumulto. Poco dopo, però, lo stesso dio viene invocato con parole che ne mostrano un’altra funzione: «O Seth, signore della vita, che si trova a prua della barca di Ra!». La prua della Barca Solare è un luogo di difesa: la forza di Seth può dunque essere impiegata al servizio di Ra nella VII ora dell’Amduat, quando il dio Sole è debole, prima della rigenerazione, e viene attaccato dal suo nemico Apophis. La divinità che nel mito osiriaco porta conflitto non perde per questo le proprie funzioni protettive.

Per questo giorno, inoltre, Plutarco non parla soltanto della nascita. Aggiunge che il terzo degli intercalari era considerato nefasto e che i re non si occupavano degli affari pubblici né della cura della propria persona fino al calare della notte. È uno dei punti nei quali la distanza di secoli fra le fonti diventa particolarmente interessante: il testo egizio del Nuovo Regno e la testimonianza di Plutarco conservano entrambi una marcata cautela proprio nei confronti del giorno di Seth.
27 agosto: nascita di Iside
Per la nascita di Iside, Plutarco è molto più breve rispetto alle precedenti: «il quarto giorno nacque Iside, nei luoghi umidi» (De Is. et Os. 355F). La dea che nel racconto nasce quasi senza presentazione diventerà però una delle protagoniste assolute della vicenda osiriaca. Sarà Iside a cercare Osiride, a proteggerne le spoglie e a garantire attraverso Horus la continuità della regalità. La sua azione è inseparabile da heka, la potenza efficace della parola, della conoscenza e del rito.
P. Leiden I 346 (col. II, rr. 13-14; col. III, r. 1) conserva per il quarto giorno un’invocazione particolarmente evocativa: «O Iside, che è in Chemmis, la più anziana, figlia di Nut!» Il riferimento a Chemmis inserisce la dea in una tradizione cultuale precisa e richiama un luogo strettamente connesso all’infanzia di Horus e alla protezione che Iside fornisce al figlio infante.

Nel passo compare anche Iside come colei che esegue le leggi della Grande Enneade. È un’immagine molto diversa dal tumulto che aveva segnato il giorno precedente: la sequenza passa da Seth alla dea che agisce all’interno dell’ordine divino.
28 agosto: nascita di Nephthys

Con Nephthys arriva il quinto e ultimo giorno. Plutarco associa la dea a Teleutē, «Fine», oltre che ad Afrodite e, secondo alcune tradizioni, a Vittoria. La presenza di «Fine» accanto all’ultima delle cinque nascite assume un rilievo particolare proprio perché Nephthys occupa la giornata conclusiva dell’anno.
Anche P. Leiden I 346 (col. III, rr. 1-2) accompagna il suo giorno con immagini singolari. Alla nascita della dea segue la frase: «Riso e pianto sono nascosti». Nephthys viene poi invocata come figlia di Nut e come colei che «manovra il timone», essendo responsabile della Barca Solare Notturna e della discesa del defunto nell’aldilà.
Ma è nelle righe successive che la conclusione del ciclo diventa esplicita. Il testo saluta ciò che sta terminando e ciò che sta per cominciare: «Vita, vita, anno vecchio!» e poi «Benvenuto, anno nuovo!». Il quinto giorno non è dunque semplicemente l’ultimo di una serie di genetliaci. È la soglia concreta fra due anni: dietro c’è il ciclo appena concluso, davanti il nuovo Wep Renpet.
Anche questo giorno appartiene al gruppo più delicato della sequenza. Proprio alla fine dell’anno, quando il calendario sta per ripartire, il testo insiste sulla necessità di protezione.
Conoscere i giorni per attraversarli
Prima ancora di elencare le cinque nascite, il papiro Leiden I 346 afferma che conoscere i nomi dei giorni supplementari protegge dalla fame, dalla sete, da una calamità dell’anno e dall’azione di Sekhmet. Non si tratta quindi soltanto di sapere quale dio fosse nato in una determinata giornata. Conoscere il nome significava disporre di una forma di protezione. Nella concezione religiosa egizia il nome non era una semplice etichetta ma era parte dell’efficacia della parola e del rito. La conclusione del testo rende questa dimensione ancora più concreta. Vengono prescritte immagini divine realizzate con pigmento giallo su una benda di lino fine, con l’impiego della mirra. Seguono alcune restrizioni: durante quei giorni non si devono compiere determinati lavori con farro, orzo, lino o vesti, e compare anche l’ordine di non «aprire» nulla. Sono prescrizioni documentate da questo specifico rituale, non un regolamento che possiamo estendere automaticamente a ogni egizio di ogni epoca. Ma mostrano quanto la fine dell’anno potesse essere vissuta, in determinati contesti religiosi, come un periodo da affrontare attraverso conoscenza, formule e precauzioni.
La tradizione delle nascite epagomene non scomparve con il Nuovo Regno. Molti secoli più tardi la ritroviamo anche nei calendari templari di età tolemaica. A Kom Ombo, nel II secolo a.C., il calendario inciso sulla parete occidentale del tempio registra i cinque giorni epagomeni e menziona esplicitamente le nascite di Horus, Iside e Nephthys. Non riproduce dunque per intero la sequenza conservata nel papiro Leiden I 346, ma testimonia la permanenza delle nascite epagomene nel calendario cultuale del tempio.

I cinque ḥryw-rnpt erano, dunque, molto più di un’aggiunta aritmetica ai 360 giorni del calendario. Erano il tempo in cui nasceva una generazione di dèi, ma anche il breve passaggio nel quale l’anno vecchio si esauriva e quello nuovo non era ancora cominciato.
Osiride apriva la sequenza, seguito da Horus l’Anziano, Seth, Iside e infine Nephthys. Poi i cinque giorni «sopra l’anno» erano compiuti. E poteva aprirsi nuovamente Wep Renpet, l’anno nuovo.

Bibliografia
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Chabas Fr.-J. L Leemans C. (ed.): Papyrus égyptiens hiératiques I, 343-371 du Musée d’Antiquités des Pays-Bas à Leide, E.J. Brill, Leide, 1862, tavv. CXXXIX-CXL, https://doi.org/10.11588/diglit.57374
De Morgan J. Et al.: Kom Ombos, in Catalogue des monuments et inscriptions de l’Égypte antique, Adolphe Holzhausen, Wien, 1894-1909.
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Spalinger A.: “The Beginning of the Civil Calendar”, in Miroslav Bárta, Filip Coppens, Jaromír Krejčí (eds.), Abusir and Saqqara in the Year 2010, Czech Institute of Egyptology, Faculty of Arts, Charles University in Prague, Prague, 2011, pp. 723-735.
Stegbauer K.: “Spruch II”, Papyrus Leiden I 346, AMS 23a, in Thesaurus Linguae Aegyptiae, Corpus Edition 20, con contributi di P. Dils, S. D. Schweitzer, B. Böhm, A. Weber, L. Popko et al., Text ID QSA4LQIVM5BTFGUHFFGKQO77LU, edizione digitale, consultata il 21 agosto 2026. https://tla.digital/text/QSA4LQIVM5BTFGUHFFGKQO77LU/sentences?page=1














