Una mostra non sull’Egitto e sui suoi grandiosi monumenti ma sulle straordinarie imprese del più importante esploratore e viaggiatore del XIX secolo.

“L’Egitto di Belzoni – Un gigante nella terra delle piramidi” è il titolo della mostra che è aperta da ottobre a Padova nella rinnovata sede espositiva del centro culturale San Gaetano e che ne riassume il significato. La terra dei faraoni è rivisitata attraverso il racconto di Giovanni Belzoni, padovano di nascita e cittadino britannico di adozione che tra il 1817 e il 1818 aprì o scoprì tre dei suoi più importanti monumenti: il tempio di Ramesse II ad Abu Simbel, la tomba di Sethi I nella Valle dei Re e la piramide di Chefren a Giza. Monumenti che ogni anno sono visitati da centinaia di migliaia di persone senza che nessuno ricordi o conosca il nome di colui che ne ha permesso la loro visita. Perfino nella sua città natale fino a poco tempo fa Giovanni Belzoni era pressoché sconosciuto, associato solamente al nome di una via del centro e a quello di un noto istituto tecnico. Ora, duecento anni dopo il suo rientro in Europa e la sua visita a Padova, con questa mostra la città rende il dovuto omaggio a Giovanni Belzoni facendolo uscire dall’ingiusto e inspiegabile oblio in cui era stato relegato.

L’ingresso della mostra (ph. Alberto Siliotti)

Dopo aver abbandonato l’Egitto nel settembre del 1819, Belzoni giunse a Venezia per un soggiorno obbligato all’isola di Poveglia, dove si trovava il Lazzaretto in cui dovevano sostare per motivi di precauzione sanitaria tutti i viaggiatori che provenivano dall’Oriente, e poi arrivò a Padova la città che aveva abbandonato all’età di sedici anni, nel 1794. Il suo arrivo era stato preceduto da quello di due grandi statue della dea leonessa Sekhmet da lui scoperte e che volle donare alla sua città natale chiedendo che fossero collocate nel Gran Salone del Palazzo della Ragione, uno dei monumenti più noti della città dove rimasero fino agli anni ’70 quando furono traslocate al Museo Archeologico degli Eremitani e che oggi accolgono i visitatori della mostra. Al suo rientro a Padova Belzoni fu ricevuto con tutti gli onori sia dalle autorità, sia dagli esponenti della nobiltà e delle più note famiglie patavine che facevano a gara per averlo nei loro salotti: era l’ospite del giorno che raccontava con semplicità e autorevolezza le sue straordinarie imprese, il tutto condito da particolari inediti e da aneddoti che avevano gran presa sul pubblico ispirando la creazione della cosiddetta « sala egizia » del più celebre caffè della città, il Pedrocchi, a lui dedicata.

Belzoni si fermò poco a Padova, meno di un mese, perché aveva fretta di rientrare a Londra, la città dalla quale era partito nel 1815 alla volta dell’Egitto: una fretta motivata dalla volontà di scrivere e pubblicare il più rapidamente possibile le sue memorie con il resoconto delle sue scoperte per farle conoscere al mondo. Al tempo stesso Belzoni lavorò alacremente per allestire a tempo di record a Piccadilly, nel cuore di Londra, una grande mostra, la prima mostra egittologica del mondo nella quale il padovano ricostruì a grandezza naturale due stanze della tomba del faraone Sethi I, la sua scoperta più importante.

Il salone centrale della mostra e il modellino della piramide di Chefren (ph. Alberto Siliotti)

L’Egitto di Belzoni è una mostra il cui percorso si snoda su due livelli intorno a una riproduzione della piramide di Chefren in scala 1:15 della quale il padovano era riuscito a trovare l’entrata il 2 marzo 1818 e affascina non tanto per i reperti esposti ma piuttosto per la sua capacità di immergere il visitatore in una atmosfera particolare nella quale la saga belzoniana prende vita anche grazie a trovate tecnologiche estremamente suggestive ma realizzate con rigore scientifico come la ricostruzione animata del teatro londinese Saddler’s Wells in cui Belzoni si esibiva nel suo numero più celebre, la cosiddetta « piramide umana » nel quale il futuro esploratore, grazie alla sua statura gigantesca (era alto più di due metri) e alla sua forza erculea, sollevava nove o undici spettatori portandoli a spasso sul palcoscenico e della scena del trasporto del busto colossale di Ramesse II dal Ramesseo (il tempio memoriale del faraone a Tebe) al Nilo. Il reperto, pesante oltre sette tonnellate, ora è uno dei pezzi più celebri del British Museum ma nella mostra ne manca, purtroppo, non solo una replica ma perfino la sua fotografia.

Ricostruzione animata del trasporto del busto colossale di Ramesse II (ph. Alberto Siliotti)
Belzoni si esibisce davanti al pubblico londinese nel suo celebre numero detto ‘la piramide umana’ (ph. Alberto Siliotti)

Poco dopo, lungo il percorso espositivo i visitatori si imbattono nello stesso Belzoni che compare su uno schermo a grandezza naturale abbigliato all’orientale conformemente alle immagini che ci sono pervenute e li invita ad addentrarsi in un vero e proprio cunicolo come quelli che lui percorreva quando esplorava le tombe della necropoli di Tebe alla ricerca di sarcofagi, papiri e amuleti.

Belzoni, impersonificato da un attore, invita i visitatori ad addentrarsi in una tomba tebana (ph. Alberto Siliotti)

Seguono molti interessanti documenti, lettere autografe, alcune delle grandi litografie che illustravano la prima edizione del Narrative, il giornale di viaggio di Belzoni e qualche esempio dei rilievi eseguiti nella tomba di Sethi I dalla quale il padovano riuscì a prelevare lo splendido e fragilissimo sarcofago del faraone decorato con i testi del Libro delle Porte, uno dei grandi testi funerari dell’antico Egitto, e che ora si trova al Soane’s Museum di Londra. Anche qui manca purtroppo non solo una replica ma perfino la foto di questo straordinario reperto. Continuando nel percorso i visitatori percorrono uno stretto corridoio decorato con una bellissima rappresentazione della fauna nilotica copiata da una delle tombe private della necropoli tebana e ricca di raffinati dettagli naturalistici prima di addentrarsi in una evocazione, per la verità assai povera e priva sia di dettagli che di spiegazioni, della camera sepolcrale della piramide di Chefren nella quale Belzoni riuscì a penetrare il 2 marzo 1818 trovandola, però, completamente vuota e spoglia ad eccezione del sarcofago reale in pietra che non presentava nessuna decorazione.

Il corridoio con scene di navigazione e la rappresentazione della fauna nilotica (ph. Alberto Siliotti)

Un breve e incompleto accenno alle esplorazioni geografiche nei deserti d’Egitto che Belzoni effettuò nel corso del suo terzo e ultimo viaggio scoprendo la città portuale di Berenice sul Mar Rosso e giungendo, primo europeo, all’oasi di Baharia e all’ultimo viaggio che il grande esploratore fece con l’intento di raggiungere la mitica città di Timbuctù nel corso del quale trovò la morte all’età di 45 anni, il 3 dicembre 1823.

Quando Belzoni penetrò nel grande tempio di ramesse Ii ad Abu Simbel lo trovò vuoto ad eccezione di due sfingi a testa di falco (ph. Alberto Siliotti)

Completano la mostra un bookshop dove è possibile acquistare le principali opere riguardanti Belzoni e numerosi gadgets relativi alla civiltà egizia: una postazione multimediale permette, infine, ai visitatori di stampare il loro nome trascritto in caratteri geroglifici.

La postazione multimediale che permette di trascrivere il proprio nome in caratteri geroglifici (ph. Alberto Siliotti)

Se da un lato questa mostra permette di far conoscere ai padovani e non, le imprese di questo grande esploratore, spesso ingiustamente accusato di essere un semplice avventuriero e un cercatore di tesori, purtroppo non mette in evidenza l’aspetto scientifico dell’opera di colui che fu definito da Silvio Curto, il compianto e storico direttore del Museo Egizio di Torino, «pioniere dell’archeologia della valle dl Nilo» .

 

L’Egitto di Belzoni – Un gigante nella terra delle piramidi

Centro culturale Altinate San Gaetano

25 ottobre 2019 – 28 giugno 2020

 

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