Il Codex Aesinas Latinus 8 (così chiamato per ricordare il luogo del suo ritrovamento, Jesi, in latino Aesis, ma oggi noto come Codice Vittorio Emanuele 1631) è un prezioso manoscritto del IX secolo, la cui storia affascinante si intreccia anche con quella del Palazzo Baldeschi Balleani di Jesi. La sua riscoperta avvenne nel 1902, grazie allo studioso Cesare Annibaldi (professore di latino e greco al Liceo Classico jesino) che lo individuò sepolto tra i volumi nella biblioteca del conte Aurelio Guglielmi Balleani. Si tratta di un codice pergamenaceo di straordinaria importanza, poiché conserva frammenti di opere minori, ma importantissime, di Tacito[1]. Per la precisione consiste in un quaternio in scrittura carolina del IX secolo che tramanda una parte dell’Agricola[2] (dal capitolo 13,1 al 40,2) e la Germania[3] di Tacito, quest’ultima trascritta in stile umanistico. La somiglianza della grafia con quella dell’abate franco Loup de Ferrières, ed altri indizi, fanno ipotizzare che il Codex  venne realizzato nello scriptorium di Fulda, in Germania, dove l’abate fu attivo tra l’829 e l’836. Altri studiosi, invece, ritengono più plausibile un’origine francese.

L’inizio della Germania di Tacito in scrittura umanistica (Foto scattata dal prof. Rivio Lippi durante l’esposizione eccezionale avvenuta presso il Liceo classico “Vittorio Emanuele II” di Jesi per le classi di Latino e Greco del triennio, concessa dal conte Baldeschi Balleani alla prof.ssa Giacomina Bini e ai proff. Pastori e Lippi nell’anno scolastico 1987/1988. Immagine tratta da https://ippogrifo.liceoclassicojesi.edu.it/ )

Il Codex è un manoscritto di grande valore storico e filologico, le cui vicende attraversano ben undici secoli e contesti molto diversi. Esso deriva da un antico codice miscellaneo scoperto nell’ottobre del 1425 da un monaco dell’Abbazia di Hersfeld, un’importante centro umanistico medievale. Il monaco, identificato con Heinrich di Grebenstein, intratteneva rapporti epistolari con il celebre umanista Poggio Bracciolini, a cui scrisse una lettera informandolo di aver reperito un codice contenente “aliqua opera Cornelii Taciti nobis ignota” (“alcune opere di Cornelio Tacito a me ignote”). Il manoscritto suscitò immediatamente grande interesse da parte degli umanisti, così venne portato in Italia nel 1455 da Enoch d’Ascoli, incaricato da Papa Niccolò V di ricercare codici antichi sia in Oriente che nelle biblioteche ecclesiastiche e conventuali dell’Europa settentrionale allo scopo di incrementare il patrimonio librario della futura Biblioteca Apostolica Vaticana. Enoch soggiornò per molto tempo in Germania e si avventurò fino alla Scandinavia, motivato dalla diffusione di voci che indicavano la presenza di una versione più completa delle Storie di Tito Livio. Il suo viaggio fu particolarmente proficuo, infatti riuscì a recuperare parecchi manoscritti antichi, sia originali che copie: tra questi, testi di Virgilio, Apicio, Svetonio e alcune opere minori di Tacito, nonché il nostro Codex. Nel frattempo, però, il Pontefice morì e la curia romana non si dimostrò più interessata all’acquisto del manoscritto di Hersfeld, anche perché il nuovo Santo Padre, Callisto III, era palesemente ostile all’umanesimo. Ciò spinse Enoch d’Ascoli a smembrare quell’originale in tre sezioni – una soluzione economicamente più vantaggiosa per lui – per poi farne delle copie. Tornato ad Ascoli Piceno con tutti i suoi libri, qui visse i suoi ultimi giorni (1457 ca.). Dopo la sua morte si accese un grande interesse verso quei manoscritti recuperati da Enoch, soprattutto per i codici hersfeldesi. Molti personaggi di spicco dell’epoca fecero del tutto per entrarne in possesso, ma ogni tentativo fu vano. Tra questi ricordiamo Enea Silvio Piccolomini (che un anno dopo sarà eletto Papa col nome di Pio II), Stefano Nardini (allora governatore delle Marche, successivamente nominato arcivescovo di Milano nel 1461 e cardinale nel 1473) e perfino Carlo de’ Medici, allora protonotario apostolico, che fu proprio uno dei maggiori sostenitori ad opporsi l’acquisto del codex da parte della Biblioteca Pontificia, asserendo che non valeva la pena “gettare via tanti danari per cose, che la lingua latina può molto bene fare senza esse”, in quanto, eccetto limitatissime eccezioni, “tutto il resto non vale una frulla”. Da quel momento del Codex non si seppe più nulla e se ne perse ogni traccia, fin quando, nel 1902, venne identificata a Jesi una parte contenente 27 capitoli dell’Agricola di Tacito.

Codex Aesinas n.8: l’inizio dell’Agricola di Tacito (carta 52r)

Oggi sappiamo che nella seconda metà del Quattrocento parte del manoscritto, assieme a un’altra parte contenente il Bellum Troianum, giunse in possesso del notabile e abile copista di Osimo Stefano Guarnieri, un diplomatico e militare della Sede Pontificia che ebbe la premura di integrare il codice con un’altra opera di Tacito: la Germania. Il manoscritto restò dimenticato nella biblioteca di famiglia fino al 1793, quando Sperandia Guarnieri, ultima discendente della casata, si sposò con il conte Nicola Balleani e si trasferì a Jesi nella residenza del marito, portando con se tutti i suoi volumi.

Bellum Troianum, carta 40r: il disegno alla fine del quarto libro

Quando nel 29 settembre 1902 venne riscoperto nella biblioteca del conte Aurelio Guglielmi-Balleani dal prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, Marco Vattasso, l’interesse per il manoscritto si riaccese, soprattutto perché era stato riconosciuto come il più antico testimone dell’Agricola di Tacito nelle cc. 56-63. Soltanto otto fogli erano sopravvissuti all’oblio, ed erano confluiti proprio nel Codex Aesinas.

Ingresso principale di Palazzo Baldeschi Balleani, Jesi

Qualche anno dopo, nel 1907, Cesare Annibaldi, professore di latino e greco al Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Jesi, presente al ritrovamento, ne curò l’edizione diplomatica e critica, pubblicandola con il nome Codex Æsinas Latinus 8, proprio in riferimento a Jesi, luogo del suo ultimo ritrovamento. L’interesse per il codice aumentò talmente tanto che nel 1929 i Balleani tentarono di metterlo all’asta da Sotheby’s a Londra, ma probabilmente fu ritirarono prima della vendita. Anche la Soprintendenza Bibliografica di Bologna ne riconobbe l’importanza, tanto che il 18 marzo 1933 ne dispose una notifica per evitarne l’esportazione e impedire nuovi tentativi di vendita all’estero, anche perché negli anni Venti del Novecento il manoscritto rischiò anche di tornare in Germania. I suoi contenuti, infatti, attirarono anche le attenzioni dei tedeschi che cercarono di impossessarsene in tutti i modi.

Codex Aesinas n.8: l’inizio della Germania di Tacito preceduto dal titolo De origine et moribus Germanorum. (carta 66r)

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, il manoscritto divenne oggetto di forte interesse politico e ideologico, finendo nelle mire dei nazisti. Lo stesso Adolf Hitler, influenzato anche da Alfred Rosenberg e soprattutto da Heinrich Himmler, ne richiese con grande insistenza la consegna a Benito Mussolini. Himmler, in particolare, intendeva destinare il manoscritto alla sua Ahnenerbe Stiftung, la fondazione da lui costituita nel 1935 come centro di ricerche sulla storia della presunta razza ariana, ritenendolo utile per sostenere, promuovere ed esaltare tali teorie.

Codex Aesinas n.8. Pagina quattrocentesca del codice (c. 69r), contenente i capitoli 14-16 della Germania di Tacito (ph. Wikipedia)

Tacito considerava le tribù germaniche popolazioni forti, austere e indomite, al contrario dei viziosi romani, e ne elencava anche i vizi. Ma il punto cruciale, quello di maggior interesse, si trova nel capitolo IV della Germania, dove compare la variante quamquam al posto di tamquam: un dettaglio filologico apparentemente minimo, ma che poteva essere interpretato — e strumentalizzato — come una conferma dell’idea di una razza germanica pura e incontaminata, senza mescolanze con altre genti, perfettamente in linea con l’ideologia nazista.

Nonostante la promessa iniziale, Mussolini fu costretto a tirarsi indietro di fronte alla forte opposizione degli studiosi italiani; il governo stesso rifiutò il permesso di esportarlo, ma nel 1939 venne concessa allo studioso tedesco Rudolf Till la possibilità di esaminarlo a Roma per conto della Ahnenerbe Stiftung. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, però, la situazione precipitò: le truppe tedesche, ormai forze di occupazione, “organizzarono numerose missioni per ‘catturare’ Tacito ovvero il più antico manoscritto in scrittura umanistica della Germania per farne arbitrariamente un ‘remoto pilastro del pangermanesimo’” (Luciano Canfora).

Villa Balleani di Fontedamo, campagna di Jesi. (ph. Dimitri Montanari)

Le SS perquisirono e saccheggiarono diverse proprietà della famiglia Balleani, tra cui la residenza di Fontedamo (nella campagna jesina), una dimora a Osimo e infine il Palazzo Baldeschi Balleani in piazza Federico II a Jesi. E’ proprio qui che il manoscritto era stato nascosto con grande astuzia, chiuso in una cassa di legno e occultato in un ripostiglio delle cucine: un nascondiglio che si rivelò perfetto, perché i soldati non riuscirono a trovarlo.

Dopo un periodo di quiete, negli anni Sessanta il codice fu prestato alla Biblioteca Nazionale di Firenze, dove purtroppo subì danni durante la devastante alluvione del 1966: in più punti la leggibilità era compromessa e il colore dell’inchiostro si era alterato. Il manoscritto venne così affidato agli abili monaci amanuensi dell’Abbazia Greca di San Nilo di Grottaferrata (un centro d’eccellenza per i codici antichi) che riuscirono a recuperarlo almeno in parte. Infatti, ad oggi, le pagine iniziali e finali restano in gran parte illeggibili a occhio nudo (e scarsamente decifrabili con lampada UV). Dopo il restauro, il Codex tornò per alcuni anni a Jesi, custodito nel caveau della Banca Popolare di Ancona ed eccezionalmente esposto nel 1988 negli ambienti del Liceo Classico intitolato a Vittorio Emanuele II. Nel 1994 fu acquistato dal Ministero dei Beni Culturali  e confluì nel Fondo Vittorio Emanuele con il n.1631 presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che ancora oggi ne tutela il grande valore storico e culturale. Recentemente è stato anche digitalizzato, rendendolo consultabile da chiunque ne fosse interessato.

Nella città di Federico II, comunque, presso la Biblioteca Planettiana, è possibile consultare una riproduzione in microfilm del manoscritto, testimonianza accessibile di un patrimonio straordinario sopravvissuto alla storia.

Dettaglio di uno dei soffitti di Palazzo Balleani, Jesi (ph. Tiziana Giuliani)
Una delle stanze del piano nobile di Palazzo Balleani, Jesi (ph. Tiziana Giuliani)

Il Palazzo Baldeschi Balleani, elegante dimora nobiliare, resta ad ogni modo un luogo simbolo di questa ricerca ossessionata e di nascondiglio irriverente nei confronti delle SS. Ancora oggi, in occasioni speciali come le Giornate del FAI, viene raccontata la storia del salvataggio del Codex dalle grinfie naziste.

Un’ultima curiosità: oltre al Codex Aesinas n.8 la famiglia Balleani possiede anche un altro raro codice del XII secolo: il Laelius di Cicerone in scrittura beneventana.

 

NOTE:

[1] Publio Cornelio Tacito (I–II secolo d.C.) è uno dei maggiori storici della Roma imperiale. Senatore e uomo politico, visse sotto diversi imperatori, esperienza che influenzò profondamente il suo modo di interpretare il potere. Nelle sue opere analizza con sguardo critico la storia di Roma, mettendo in luce i meccanismi della tirannide, la perdita della libertà e il degrado morale della classe dirigente.

[2] L’Agricola è un’opera di Tacito, scritta intorno al 98 d.C., che unisce biografia, storia e riflessione politica. È dedicata al suocero Gneo Giulio Agricola, governatore della Britannia, di cui vengono esaltate le capacità militari e le virtù morali. Attraverso la sua figura, Tacito esprime anche una critica implicita al regime di Domiziano, contrapponendo libertà e l’integrità del suocero alla tirannide e alla corruzione del potere.

[3] La Germania è un’opera etnografica di Tacito, composta intorno al 98 d.C., in cui l’autore descrive i popoli germanici, i loro costumi, le istituzioni e il territorio in cui vivono. Più che un semplice resoconto geografico, il testo offre un confronto implicito con la società romana: Tacito esalta alcune virtù dei Germani, come la semplicità e il valore militare, per mettere in luce, per contrasto, la corruzione e il decadimento di Roma.

 

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Tiziana Giuliani

Egittofila, sin dall’infanzia appassionata di Antico Egitto, collabora con l’associazione Egittologia.net dal 2010. Ha contribuito alla realizzazione di EM-Egittologia.net Magazine (rinominato poi MediterraneoAntico) seguendone la pubblicazione già dai primi numeri e ricoprendo in seguito anche il ruolo di coordinatrice editoriale. Dal 2018 è capo redattrice di MediterraneoAntico.

Organizza conferenze ed eventi legati al mondo degli Egizi, nonché approfondimenti didattici nelle scuole di primo grado. Ha visitato decine di volte la terra dei faraoni dove svolge ricerche personali; ha scritto centinaia di articoli per la ns. redazione, alcuni dei quali pubblicati anche da altre riviste (cartacee e digitali) di archeologia e cultura generale. Dall’estate del 2017 collabora con lo scrittore Alberto Siliotti nella realizzazione dei suoi libri sull’antico Egitto.

Appassionata di fotografia, insegna ginnastica artistica ed ha una spiccata predisposizione per le arti in genere.

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