L’accessibilità universale ha espugnato anche la rocca dell’acropoli di Atene, emblema dell’archeologia classica e simbolo della democrazia ellenica. Il grigio “tsimento” (così si dice ‘cemento’ in greco; in realtà si tratta di “conglomerato architettonico”) dei nuovi percorsi accessibili ha scatenato una ondata di polemiche in Grecia. Alcuni giorni prima, per la precisione il 30 settembre scorso, era stato inaugurato, tra il plauso generale, il nuovo impianto di illuminazione dell’acropoli con ridotto inquinamento luminoso – il primo di una serie di progetti, finanziati dalla Fondazione Onassis, per il miglioramento delle infrastrutture dell’acropoli. Ma facciamo un passo indietro

La rocca dell’acropoli di Atene. © Marco Vasile.

Attraversati i Propilei, che ne segnano il grandioso ingresso monumentale a occidente, il visitatore entra nell’acropoli di Atene.

I Propilei (settembre 2018). © Marco Vasile.

Dai Propilei comincia l’ascesa lungo la via panatenaica, la strada più celebre dell’archeologica classica: quella che conduce al Partenone. A nord del celebre tempio campeggia l’Eretteo, con le Cariatidi che si affacciano verso il Partenone. Distruzioni, trasformazioni e radicali operazioni di restauro hanno inciso tracce profonde sul volto dei monumenti. Ma l’acropoli di Atene è almeno tre cose: emblema della cultura occidentale, gioiello del turismo internazionale e simbolo dell’unità dello stato ellenico. Se la visita avviene in una giornata di sole, lo splendore avvolge tutto in una nube luminosa. 

La via panatenaica (settembre 2018). © Marco Vasile.

Il 27 ottobre 2020 i visitatori non hanno potuto visitare il plateau della rocca dell’acropoli, ma solo le sue pendici meridionali. Lo hanno imposto i lavori, in corso d’opera, di risistemazione dei percorsi di visita sull’acropoli, con lo scopo di rendere il sito accessibile alle persone con difficoltà motorie (vedi foto nn. 4 e 5). La denominazione esatta del progetto è: “Configuration of Routes in the archaeological site of the Acropolis for people with mobility difficulties”. Il progetto era stato definitivamente approvato nel maggio scorso dai due organi competenti, il Consiglio Centrale Archeologico (KAS), preposto alla protezione delle antichità e del patrimonio della Grecia, e il Comitato per la Conservazione dei Monumenti dell’Acropoli (ESMA), presieduto dall’architetto Manolis Korres, il massimo studioso vivente delle architetture del Partenone, del quale è anche direttore degli imponenti lavori di restauro. Oltre ad un nuovo ascensore, che dovrà sostituire quello, soggetto a spiacevoli malfunzionamenti, attivato nel 2004 in occasione delle Olimpiadi, sono già stati realizzati percorsi in conglomerato che si articolano per l’acropoli girando attorno al Partenone. L’esperienza percettiva dell’ingresso nell’acropoli e della visita del sito è così mutata. Varcati i Propilei, una pedana in legno immette su una solida e liscia piattaforma di “cemento”, che rende sicura, e possibile a tutti, la processione di ascesa verso il Partenone.

L’inizio del nuovo percorso in conglomerato. © Tasos Tanoulas.

Prevedibilmente, le immagini del nuovo “cemento” dell’acropoli hanno fatto il giro dei canali di informazione “social” determinando drastiche reazioni negative da parte non solo di molti archeologi e addetti ai lavori ma anche di tanti cittadini comuni, preoccupati per il deterioramento dell’aspetto dell’acropoli. La critica mossa dagli archeologi in disaccordo è che altri materiali (legno, plexiglass etc.) avrebbero dovuto essere utilizzati, per una maggiore compatibilità storico-filologica con il significato dei luoghi e delle opere. Una critica simile è provenuta dalle associazioni dei disabili, a dimostrazione del fatto che tutti hanno a cuore il destino dell’acropoli ateniese. Ma questa critica è davvero capace di cogliere nel segno?

Uno dei settori del nuovo percorso in conglomerato. © Tasos Tanoulas.

In due comunicati congiunti il Ministro della Cultura ellenico, archeologa Lina Mendoni, e il professor Korres hanno risposto alle critiche. Il “teorema” è che l’operazione, oltre ad essere imposta dalle esigenze di sicurezza e accessibilità, non solo è supportata da una assoluta correttezza scientifica ma persegue finalità di conservazione e tutela. Per quanto riguarda il primo lato: «disabili, anziani, persone con problemi hanno il diritto di vedere ed ammirare da vicino i monumenti dell’acropoli», ha ribadito seccamente il Ministro. Circa il secondo lato, il nuovo progetto intende sostituire, con l’ausilio delle nuove tecnologie, il vecchio percorso realizzato già nel 1976-1978 e oramai disgregato dall’azione del tempo e del calpestio di masse crescenti di visitatori, di cui non si contano gli infortuni. Inoltre, ricorda Korres, nella configurazione dell’acropoli nel periodo classico le superfici erano quasi tutte ricoperte con uno strato di ghiaia, argilla e calce; e il progetto di ripavimentazione prevede l’individuazione delle tracce archeologiche, presenti su alcune rocce, di edifici non più esistenti, che verranno risparmiate dal conglomerato.

Il Ministro si spinge anche oltre, fino ad immaginare un “restauro” dell’esperienza “originaria”: «Solo in questo modo il visitatore potrà fare esperienza della grandezza del Partenone e degli altri monumenti, così come la percepivano gli antichi ateniesi». Korres esprime lo stesso concetto con più cautela: «Il presente lavoro è concepito come parte di un piano globale per il restauro dei siti antichi, che migliorerà notevolmente le condizioni di visione dei monumenti (in base al sistema di riferimento adottato da coloro che li progettarono». Affermazioni ambiziose, che riflettono lo “spirito restauratore” che aleggia da sempre sull’acropoli, martoriata da eventi distruttivi. D’altra parte è in cantiere, sotto la supervisione scientifica di Korres, l’anastilosi della cella del Partenone nonché la ricostruzione del fregio; i solidi percorsi in “cemento” sono funzionali anche al transito dei mezzi pesanti per i lavori che interessano il celebre monumento. 

La conclusione tratta da Korres è che la reazione contraria alla “cementificazione” in atto è stata determinata, oltre che dalla mancanza di informazioni, dall’attaccamento all’immagine romantica e rovinistica dell’acropoli: «Per le persone anziane, come me, tali opere, nonostante la loro correttezza scientifica e utilità sociale, comportano anche delle perdite, principalmente di natura emotiva: in questo caso andrà perso qualcosa della vecchia immagine romantica che conserverò sempre nei miei ricordi (con sentimenti contrastanti)». Aggiungiamo, a corredo della storicità dell’immagine dell’acropoli, che negli anni ’30 del secolo scorso una panchina, che oggi scatenerebbe un putiferio, permetteva (vedi foto n. 6) di contemplare comodamente, in mezzo ai frammenti marmorei, la fronte occidentale del Partenone. FOTO 6

L’area a ovest del Partenone negli anni ’30 (in “En Gréce”, Antoine Bon, P. Hartmann 1937).

Questione risolta, dunque? Pensiamo di no. Ma per capire perché, è necessario fare un passo indietro, allo scopo di porsi al cospetto del “dispositivo” discorsivo che sta giustificando, in tutto il mondo dei beni culturali, la trasformazione dei siti dell’antichità secondo la logica di un processo inarrestabile.  Questo “dispositivo” ha un ingranaggio politico-giuridico ed uno critico-scientifico. Il primo è costituito dalla affermazione inoppugnabile della necessità di garantire la sicurezza e i diritti di tutti alla fruizione del patrimonio culturale. Al secondo compete invece da un lato la dimostrazione della “correttezza” della operazione di adeguamento dei luoghi, in termini di compatibilità con i principi della tutela e della conservazione; dall’altro, la decostruzione storico-critica, allo scopo di far constatare che non esiste una assoluta “originarietà” da salvaguardare (anche se le ambiziose finalità della risistemazione dell’acropoli sembrano andare in direzione contraria), ma tutto, anche il modo stesso di percepire i luoghi antichi, è soggetto al mutamento storico-temporale (che la critica può ricostruire); e che inoltre, quando il mondo antico era il mondo attuale, i luoghi che oggi abbiamo ereditato non erano isolati dalla “vita” delle persone, come di fatto pretenderebbero oggi i puristi della conservazione, ma ne erano il centro. Questa corrispondenza/collaborazione tra ciò che “deve” essere e ciò che “può” essere è stata oramai impiantata nel cuore del linguaggio che parla pubblicamente dei “beni culturali”. Così i luoghi dell’antico sono riconsegnati nelle mani del presente, assieme alla patente di legittimità degli interventi della loro trasformazione.

Porsi al cospetto di questo “dispositivo” non significa prendere direttamente una posizione contro i diritti universali alla fruizione del patrimonio culturale. E nemmeno assumere un catastrofico punto di vista “purista” o “romantico”. Il principio che il patrimonio appartiene a tutti, nessuno escluso, è infatti inoppugnabile, come lo è l’affermazione che il “romanticismo” delle rovine non può guidare le politiche dei beni culturali. Guardare in faccia quel “dispositivo” significa invece interrompere il silenzio che avvolge l’intera questione delle severe criticità implicate dalle logiche della “securizzazione” e dell’ampliamento dell’accessibilità dei siti. Solamente l’interruzione di questo silenzio potrà far finalmente affiorare il dubbio che abita, inespresso, nelle coscienze degli operatori dei beni culturali. L’accessibilità perseguita mediante infrastrutture tecnologiche, proprio nel tentativo lodevole di garantire la fruizione di un patrimonio che appartiene a tutti, occulta l’antico, allontanandolo sempre più dalla possibilità di essere esperito? Questo, in una delle sue forme, il dubbio.

. Il Partenone visto dai Propilei, anni ’30 (foto di Elli Sougioultzoglou-Seraidari, in “Nelly’s Antiquities: Greece 1925-1939”, a cura di I. Bouduri, Melissa Publishing House 2004).

Il mondo cui appartiene ciò che oggi chiamiamo “antico” si è storicamente dissolto ed è dunque distante da noi. Ciò che vediamo nei luoghi dell’antico, cioè nei siti archeologici, non è ciò che “è” ma ciò che “è stato”: il Partenone, potremmo dire, non “è” ma “è stato” un tempio: dove sono più, infatti, le processioni sacre lungo la via panatenaica? Ma tutto questo non solo non risolve quel dubbio ma lo rafforza in modo decisivo. Infatti il dubbio è proprio che l’adeguamento in atto dei luoghi dell’antichità alle direttive della sicurezza e della fruizione universale stia imprimendo il carattere di una loro completa messa a disposizione alle esigenze del presente, che cancella progressivamente la possibilità della percezione di quella differenza che li mantiene lontani da noi. Così è proprio l’“è stato”, che contraddistingue il modo in cui l’antico dimora presso di noi, a venire sradicato: al suo posto viene percepito il puro “è” della messa a disposizione di uno spazio e della erogazione di un servizio. In questo modo la via di accesso all’antico, che le direttive della fruizione universale intendono aprire “per tutti”, viene sbarrata e si spalancano al contempo le porte per una dis-educazione a ciò che viene chiamato “patrimonio”. 

Questo dubbio che serpeggia nelle coscienze di tanti operatori dei beni culturali non si limita semplicemente alla classe di materiali impiegati nella realizzazione delle infrastrutture e non è dunque riducibile al pregiudizio contro il “cemento”. La “correttezza scientifica” e il dato effettivo della percentuale di cemento nel conglomerato non possono rimuovere la percezione, fondata su inevitabili dinamiche interpretative, che le fenomenologie (conglomerato, massiccio impiego di cartellonistica ed altri ausili) prodotte dalla sicurezza e dall’ampliamento della fruizione trattengano l’esperienza del visitatore nell’ordinario mondo presente, piuttosto che indirizzarla verso le testimonianze del passato. Anche quando i supervisori intendono, con operazioni scientificamente corrette, ripristinare il punto di vista degli antichi sui momenti. FOTO 8

L’acropoli vista dall’angolo nord-est del Partenone. © Marco Vasile.

Il dubbio è che l’attuale adeguamento dei luoghi indebolisca per tutti il senso della presenza dell’antico presso di noi. Questo dubbio resiste a qualunque tentativo di decostruzione “critica” e a qualunque dimostrazione di “correttezza scientifica”, perché scaturisce dal “vissuto” stesso delle fenomenologie che le nuove direttive producono nei siti archeologici. Se non si aprirà uno spazio di riflessione su tutto questo, la posizione concreta dell’antico nel nostro tempo, quella dei suoi luoghi e delle sue opere, è destinata a farsi, in silenzio, sempre più complicata. 

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