Nel Sinai settentrionale, a Tell Abu Sefeh (o Seifa), vicino all’odierna Qantara Est, gli archeologi del Consiglio Supremo delle Antichità stanno ricomponendo un tassello fondamentale della frontiera orientale dell’antico Egitto.

Le recenti campagne di scavo, infatti, hanno riportato alla luce strutture monumentali, fortificazioni ed elementi di un tempio edificato da Ramesse II. Tra questi ultimi, di particolare rilievo è un architrave in arenaria che riporta sia i titoli del celebre sovrano della XIX dinastia sia un’iscrizione che documenta interventi di restauro legati al culto di Horus di Mesen. È proprio questo insieme di testimonianze, soprattutto la menzione del toponimo, a rafforzare l’ipotesi che il sito possa corrispondere all’antica Mesen del Nord, città conosciuta dai testi religiosi egizi ma mai localizzata.

Mesen, l’architrave con i titoli di Ramesse II e l’iscrizione riferita a Horus signore di Mesen (ph. MoTA)

Mesen occupa un posto affascinante nella religione dell’antico Egitto: tradizionalmente associata a Edfu, nell’Alto Egitto, era legata al culto di Horus e al mito della sua vittoria su Seth. Ma le fonti ricordano anche una seconda Mesen, situata nel Delta, concepita come controparte settentrionale e speculare a quella meridionale. Se Edfu rappresentava il cuore religioso e simbolico del culto di Horus, la Mesen del Nord aveva soprattutto una funzione strategica e difensiva, poiché era identificata come una fortezza destinata a proteggere il confine orientale dell’Egitto lungo la Via di Horus.

Se l’ipotesi venisse confermata ci troveremmo di fronte a qualcosa di più di un semplice insediamento: non solo una città perduta ma un sito importante che si trovava nel cuore della rete strategica che per secoli protesse il confine orientale dell’Egitto.

Qui, infatti, passava la celebre Via di Horus, l’antica arteria militare che collegava il Delta orientale al Sinai, alla Palestina e al Levante. Non era una strada qualunque, ma un vero e proprio sistema logistico e difensivo, costellato di fortezze, punti d’acqua e presidi destinati a garantire il movimento degli eserciti egizi verso l’Asia e, allo stesso tempo, a proteggere la frontiera da incursioni e invasioni. Un sistema difensivo complesso di cui abbiamo testimonianza anche nelle rappresentazioni della campagna militare di Seti I nel tempio di Karnak, le cui immagini mostrano la sequenza delle fortificazioni disposte lungo questo itinerario.
Il percorso, lungo circa 220 chilometri, partiva dall’area di Qantara e raggiungeva il confine presso Rafah, costituendo per secoli il principale corridoio terrestre tra l’Egitto e il Levante. La sua importanza fu tale da essere utilizzato e trasformato anche nelle epoche successive. Lo stesso destino toccò anche al sito appena tornato alla luce.

I ritrovamenti effettuati a Tell Abu Sefeh raccontano infatti una storia lunga oltre un millennio, che attraversa epoche profondamente differenti. Nel sito sono state individuate strutture militari e residenziali, una grande fortificazione di epoca tolemaica, una successiva fortezza romana, due strade lastricate sovrapposte (la prima tolemaica e la seconda romana) che dall’esterno dell’area fortificata conducevano al tempio, oltre a strutture legate al culto, un santuario e la sua massiccia recinzione in mattoni crudi. Il complesso raggiunse una particolare monumentalità in età tolemaica, mentre, nel III secolo d.C., parte dell’area fu trasformata in un castrum militare. Nel tardo periodo romano, il sito conobbe un’ulteriore e sorprendente trasformazione: il tempio venne distrutto per essere utilizzato come cava, mentre l’area fu utilizzata per la produzione della calce. Gli scavi confermano la presenza di due grandi fornaci circolari costruite agli angoli del santuario contenenti resti di calcare sottoposti a calore intenso.

Mesen, la recinzione del santuario in mattoni crudi (ph. MoTA)
Mesen, la recinzione del tempio in mattoni crudi (ph. MoTA)

L’area archeologica ha restituito anche una statua in scisto di un naoforo raffigurante uno scriba dell’esercito risalente alla XXVI dinastia, una statua acefala e senza piedi del Periodo Tardo, il torso di una statua reale in basalto e frammenti di statue di falchi in basalto e calcare. Come già detto, tuttavia, sono gli elementi di epoca ramesside a rendere la scoperta particolarmente intrigante, in quanto sono significativi per determinare l’identità del sito, mentre gli oggetti amministrativi e militari rinvenuti ne sottolineano ulteriormente il carattere strategico. Già in passato, a Tell Abu Sefeh, erano stati rinvenuti blocchi con iscrizioni riferite a Horus, signore di Mesen, indizi che avevano smontato l’ipotesi iniziale di un collegamento tra la Mesen settentrionale e Tjaru, la grande piazzaforte della frontiera egizia. Il ritrovamento di quest’ultimo blocco rafforza l’idea che questo sito possa essere identificato con l’antica Mesen del Delta, completando così la suggestiva simmetria religiosa e geografica della “doppia Mesen”. Questi indizi, tuttavia, non sono ancora sufficienti per decretare con sicurezza l’individuazione della città scomparsa. Sappiamo benissimo, infatti, che nell’antico Egitto i blocchi di strutture preesistenti venivano spesso spostati da un luogo all’altro per essere reimpiegati come materiale da costruzione. Questo potrebbe rivelarsi un caso simile.

Mesen, alcuni reperti (ph. MoTA)

E’ ovvio che saranno necessari ulteriori scavi e ricerche scientifiche, ma, se l’identificazione venisse confermata, il sito potrebbe restituirci un tassello davvero straordinario della storia dell’antico Egitto:

Una città perduta.
Una strada di guerra.
E una storia che il deserto sta lentamente restituendo.

Source: MoTA

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Tiziana Giuliani

Egittofila, sin dall’infanzia appassionata di Antico Egitto, collabora con l’associazione Egittologia.net dal 2010. Ha contribuito alla realizzazione di EM-Egittologia.net Magazine (rinominato poi MediterraneoAntico) seguendone la pubblicazione già dai primi numeri e ricoprendo in seguito anche il ruolo di coordinatrice editoriale. Dal 2018 è capo redattrice di MediterraneoAntico.

Organizza conferenze ed eventi legati al mondo degli Egizi, nonché approfondimenti didattici nelle scuole di primo grado. Ha visitato decine di volte la terra dei faraoni dove svolge ricerche personali; ha scritto centinaia di articoli per la ns. redazione, alcuni dei quali pubblicati anche da altre riviste (cartacee e digitali) di archeologia e cultura generale. Dall’estate del 2017 collabora con lo scrittore Alberto Siliotti nella realizzazione dei suoi libri sull’antico Egitto.

Appassionata di fotografia, insegna ginnastica artistica ed ha una spiccata predisposizione per le arti in genere.

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