“A noi venìa la creatura bella, biancovestito e ne la faccia quale par tremolando mattutina stella…”

La presenza di creature alifere nella storia delle religioni è stata oggetto di studio da tempo: storici delle religioni e teologi (si parla in questo caso di angelologi) ne hanno constatato valenza e trasformazioni sia fisiche che connotative e valoriali, poiché modellate su un contesto culturale che di volta in volta modificava le sue strutture di riferimento.

Le figure alifere, ovvero portatrici di ali, sono evidenti espressioni di un’idea pontificale, di un legame profondo ed irrinunciabile tra cielo e terra, di cui gli angeli si rendono garanti e simboli.

La parola “angelo” etimologicamente proviene dal greco ἄγγελος  (ma già nel dialetto miceneo il messaggero, il messo, senza connotazioni divine, era chiamato akero), come trasposizione dell’ebraico mal’ākh (angelo come ministro di Dio) ma, secondo alcuni,  anche dal persiano angaro, il messo del Re dei Re che, per poter trasportare i messaggi nella maniera più celere possibile, era costretto ad “angariare” le popolazioni, pretendendo che quelle stanziate al confine con la Via Regia mantenessero nella maniera migliore quella che, all’epoca, era un’arteria di fondamentale importanza.

Il termine e il concetto sono stati recepiti nella Roma antica prima e nel diritto medioevale poi, specie in epoca feudale, con la cosiddetta angheria, sorta di prestazione gratuita imposta dal feudatario al servo della gleba e che anche adesso riveste il significato lato di vessazione, sopruso. I messaggeri degli dei greci, come Hermes, avevano anche funzione psicopompa, esattamente come gli angeli del Cristianesimo e, nel caso di Hermes, anche ali o sul cappello da viaggiatore a tesa larga (il petaso) o sui piedi. Inoltre la civiltà greca conosce il daimon personale, espressione di una figura di spirito messo a guardia della persona, una sorta di intermediario tra la dimensione umana e quella divina, una guida interiore che, pur nella forma del libero arbitrio, sembra tuttavia indirizzare moralmente l’individuo.

Così Platone fa parlare Socrate nella sua Apologia:

«C’è dentro di me non so che spirito divino e demonico; quello appunto di cui anche Meleto, scherzandoci sopra, scrisse nell’atto di accusa. Ed è come una voce che io ho dentro sin da fanciullo; la quale, ogni volta che mi si fa sentire, sempre mi dissuade da qualcosa che sto per compiere, e non mi fa mai proposte.»

Esiste però l’idea di un messaggero dalla connotazione divina che precede senza dubbio quella elaborata (o meglio, ri-elaborata) dal mondo greco. Già i Babilonesi aveva formulato l’idea, contenuta all’interno della loro religione, di un nume dotato di araldi (messaggeri o sukal, a volte figli anche del dio, come Nabu che è sukal del padre, Marduk), che appartenevano alla categoria degli dei inferiori, come i Papsukal, i Gaga, i Gibil, ecc..

Rappresentazioni alate di questo genere si vedono rappresentate nel tempio di Ningirsu, in una vasca cultuale di Gudea, governatore (“ensi”) della città sumerica di Lagash, e nella stele di Ur-Nammu, trovata a Ur. Esisteva, poi, sempre nel mondo babilonese, la figura di un angelo protettore (o custode, nella formulazione cristiana) che difendeva l’individuo o l’abbandonava al suo destino se faceva del male, salvo poi perdonarlo se quest’ultimo si fosse pentito e intercedere benevolmente per lui presso gli dei superiori.

 

Vasca di Gudea

Nello Zoroastrismo persiano il dio del Bene, Ahura Mazda, è attorniato da una “corte” di Santi Immortali (Amesha spənta ) e dalle Fravashi. Gli Amesha sono personificazioni di virtù astratte, sorta di allegorie prima presenti negli Avesta prima come entità singole, poi come ente collettivo: Vohu Manah, «il buon pensiero»; Asha Vahista, «l’ordine eccellente»; Khshathra Vaizya, «la sovranità desiderabile»; Spenta Ārmatay, «la pietà benedetta»; Hauvatāt, «l’integrità»; Ameretāt, «l’immortalità». Le Fravashi, che sembrano simili agli angeli custodi, hanno un’origine terrena, e possono essere riconducibili a figure di antenati e più in generale di defunti, avi della persona e della sua famiglia, esattamente come nel mondo greco e romano, in cui i Lari, ad esempio, erano defunti protettori della casa e della famiglia sul cui buon andamento vegliavano attenti.

Secondo lo Zoroastrismo, inoltre, alla fine della vita ci sarebbe stato il Giudizio. Pertanto la punizione terrena per le colpe commesse non era sufficiente per il severo ethos persiano: essa era concentrata nell’oltretomba secondo una visione escatologica che passerà anche nella religione ebraica e in quella cristiana. E proprio il giorno del Giudizio gli spiriti celesti svolgeranno un ruolo attivo: suonare le trombe, pesare le anime dei morti (come nella religione egizia) e sovrintendere allo spazio liminale purgatoriale, dove si deciderà se l’anima sarà degna di godere della pace del paradiso o sprofondare nei tormenti dell’inferno.

Com’è noto, il mondo ebraico pullula di angeli e ne sono testimonianza i libri sacri: la Bibbia contiene innumerevoli esempi di angeli, messaggeri di Jahvè che tuttavia rimangono imperfetti e finiti, quasi come gli uomini, poiché neanche lontanamente possono assurgere alla perfezione e alla potenza di Dio. Anche la limitatezza della figura angelica ha un preciso rapporto col contesto storico di riferimento: quello monarchico, in cui i re costruiscono il palazzo reale rimarcando la distanza del potere regale dal popolo. Ecco perché servono presenze mediatrici tra cielo e terra, per colmare cioè la distanza tra un Dio inaccessibile e lontano (il Re) e una Terra invasa dal male.

Nei testi veterotestamentari si possono incontrare esseri ancora non identificabili con gli angeli: si tratta dei serafini, dei cherubini e dei troni, la triade angelica superiore. I Serafini sono serpenti alati dal morso bruciante. La descrizione che ci consegna il profeta Isaia è impressionante: ognuno di loro ha sei ali, con due si copre la faccia, con due i piedi e con gli ultimi due vola. I cherubini, secondo Ezechiele, sono simili al fuoco: hanno mani e piedi di uomo e due ali, e quattro volti di cui uno di uomo, uno di aquila, uno di toro e uno di leone. Custodiscono l’arca dell’Alleanza e presiedono alla porta del Paradiso. Le interpretazioni a riguardo sono assai controverse, ma l’idea dominante, relativamente ai serafini dal morso bruciante, è che si tratti di una ri-formulazione dell’ureo a forma di cobra del mondo egizio, capace di sputare fuoco sugli eserciti nemici (saraf, da cui serafino, significa bruciare), che sormonta la corona blu Khepresh dei faraoni del Nuovo Regno.

Angelo Serafino. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Meister_von_Cefalu_002_detail.jpg

 

Gli angeli biblici inoltre non vengono descritti con le ali, ma come uomini che mangiano, bevono, e si comportano come i comuni mortali. All’inizio possono anche essere barbuti, senza aureola e dai tipici caratteri fisici maschili, ma successivamente assumono connotati da giovane imberbe e asessuato. Solo nel X  capitolo del “Libro di Daniele”, la visione che si materializza davanti allo sbigottito profeta ha caratteri sovrannaturali:

In quel tempo io, Daniele, feci penitenza per tre settimane, non mangiai cibo prelibato, non mi entrò in bocca né carne né vino e non mi unsi d’unguento, finché non furono compiute tre settimane. Il giorno ventiquattro del primo mese, mentre stavo sulla sponda del grande fiume, cioè il Tigri, alzai gli occhi e guardai, ed ecco un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d’oro di Ufaz; il suo corpo somigliava a topazio, la sua faccia aveva l’aspetto della folgore, i suoi occhi erano come fiamme di fuoco, le sue braccia e le sue gambe somigliavano a bronzo lucente e il suono delle sue parole pareva il clamore di una moltitudine. Soltanto io, Daniele, vidi la visione, mentre gli uomini che erano con me non la videro, ma un grande terrore si impadronì di loro e fuggirono a nascondersi. Io rimasi solo a contemplare quella grande visione, mentre mi sentivo senza forze; il mio colorito si fece smorto e mi vennero meno le forze. Udii il suono delle sue parole, ma, appena udito il suono delle sue parole, caddi stordito con la faccia a terra. Ed ecco, una mano mi toccò e tutto tremante mi fece alzare sulle ginocchia, appoggiato sulla palma delle mani. Poi egli mi disse: «Daniele, uomo prediletto, intendi le parole che io ti rivolgo, àlzati in piedi, perché sono stato mandato a te.»

Un testo, non riconosciuto dalla Bibbia ebraica (Tanakht) e da quella protestante, ma da quella cristiana, in cui appare un angelo, in realtà l’arcangelo Raffaele, testimonia la “normalità” della forma angelica. Solo alla fine Raffaele, dopo aver compiuto due miracoli (aver restituito la vista al vecchio Tobia e aver liberato la giovane Sara dai tormenti inflitti a lei dal diavolo Asmodeo) si rivelerà nella sua veste di messaggero celeste:

« Dio mi ha inviato nel medesimo tempo per guarire te e Sara tua nuora. Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore».Allora furono riempiti di terrore tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura. Ma l’angelo disse loro: «Non temete; la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli.»

 

Ciclo di Tobia e l’angelo (chiesa S. Raffaele ad Acireale)

Il Cristianesimo si trovò, anche in materia angelologica, ad operare sincretismi tra concezioni non sempre coincidenti. Fu lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita a sintatizzare le diverse dottrine riconducendole ad una, quella cristiana: una sorta di reductio ad unum angelologica. Gli angeli furono divisi, ad esempio, in schiere angeliche ripartite gerarchicamente secondo il modello platonico e Dionigi elevò serafini e cherubini veterotestamentari  ad angeli .

In tal modo gli angeli vennero suddivisi in tre triadi: una superiore (Serafini, Cherubini, Troni), una mediana (Dominazioni, Virtù, Potestà) e una inferiore (Principati, Arcangeli, Angeli). Tra essi solo la prima triade è in contatto diretto con Dio cui tributano il “Tre Volte Santo” (Trisagion), la seconda è espressione del cosmo, la terza è maggiormente composita nei ruoli, perché i Principati sovrintendono ai popoli e ai regni (sono gli angeli delle Nazioni), gli arcangeli (Raffaele, Michele, Gabriele, tutti nomi teofori: ad essi il tardo Giudaismo aggiunge Uriele e in seguito altri otto, fino a raggiungere il significativo numero di dodici) sono i principali mediatori tra uomo e Dio, e gli angeli sono i custodi dell’individuo.

Il purgatorio dantesco risulta essere la cantica degli angeli, dei ministri di Dio, proprio per il carattere limbico o liminale dell’opera: infatti, sulla scia delle Visioni di Mathilde di Hackenborn, mistica tedesca, è rappresentato come una montagna-isola e, in simmetria con la struttura aristotelico-tolemaica delle altre due cantiche (Inferno e Paradiso) esso è costituito da una spiaggia, da un antipurgatorio e da sette cornici, che culminano nel Paradiso Terrestre. La condizione delle anime è quella transitoria e tutta legata al tempo di chi, avendo peccato sulla terra, accoglie la volontà di Dio che la vuole ad espiare i propri peccati nel fuoco purgatorio (almeno così era all’inizio del concetto di Purgatorio, in epoca pre-dantesca) per tanto tempo quanto è stata immersa nel peccato sulla terra e con la differenza, sostanziale rispetto ai dannati dell’Inferno, di poter compiere un’ascesi che la porterà fino al paradiso, perché pentitasi o in articulo mortis (antipurgatorio, un vestibolo esso stesso del purgatorio propriamente detto) o a tempo debito (purgatorio).

Questo è il senso del moto perpetuo delle anime, del loro ascendere, che è ascesi, intesa come mortificazione e purificazione dal peccato in un percorso anche fisico, oltre che di perfezionamento morale, che procede dall’antipurgatorio  ed arriva fino al paradiso terrestre. La presenza angelica nel Purgatorio è un’assoluta novità introdotta dal genio dantesco e appare consequenziale alla scelta di dividere gli angeli in coloro che ubbidirono a Dio durante la contesa tra Questi e Lucifero, il serafino ribelle; coloro che voltarono le spalle al Signore, incamminandosi sui sentieri del peccato e che furono, dopo essere stati rinnegati da Dio, trasformati in diavoli terrificanti e brutali; e coloro (il cattivo coro) che non furono né contro Dio né con Lui, ma che scelsero di stare per sé (gli angeli neutrali dell’Antinferno).

Prima dell’ opera dantesca anche nel Purgatorio erano presenti i diavoli che, come spaventosi aguzzini, martoriavano i corpi dei peccatori pentiti. Una eco evidente è presente nello Specchio di vera penitenza del frate predicatore domenicano Jacopo Passavanti, che racconta come exemplum la storia del carbonaio di Niversa e dei tormenti che una coppia di amanti deve subire in Purgatorio per espiare adeguatamente il peccato di cui si è macchiata, quello della lussuria. Appare palese che Dante sceglie, introducendo la figura angelica al posto di quella demoniaca, di distaccarsi significativamente dalla tradizione popolare e colta che vedeva il purgatorio come regno oltremondano contiguo all’inferno.

E’ già nel II canto che Dante e Virgilio assistono all’arrivo della barca dell’angelo nocchiero che trasporta le anime dei peccatori pentiti dal porto di Ostia (porto di Roma ma- significativamente-anche derivante da ostium, cioè foce, luogo di passaggio dall’acqua dolce a quella salata del mare, da sempre espressione del Divino) alla spiaggia del Purgatorio, sito nell’emisfero australe. La visione avviene per gradi e poi avvalorata dalla vicinanza alla spiaggia, anch’essa stretta tra il mare e la roccia scabra e dal pendio erto della montagna. Solo che Dante, nonostante il lavacro del viso con la rugiada per ripulirsi dalla caligine dell’Inferno (I canto), non riesce a reggerne lo splendore poiché ancora fortemente limitato nelle sue facoltà:

Poi, come più e più verso noi venne
l’uccel divino, più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne,
ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva.
Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.
‘In exitu Israel de Aegypto’
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.
Poi fece il segno lor di santa croce;
ond’ei si gittar tutti in su la piaggia;
ed el sen gì, come venne, veloce.

L’angelo è definito “uccel divino”, come l’aquila imperiale protagonista del VI canto del Paradiso: ambedue sono accomunati dalle ali e dalla natura psicopompa, data la loro funzione di accompagnatori delle anime dei defunti all’oltretomba. Anche la simbologia della barca (il vasello snelletto e leggero) appare emblematica: l’angelo è una figura dai connotati terreni e divini, in quanto messaggero celeste, e la barca è il simbolo della Chiesa- la barca di Pietro il pescatore- ma anche della vita dell’uomo, che, correttamente guidata dal nocchiere (non la ragione, ma la fede) può approdare infine alla salvazione. Tuttavia la salvezza dell’anima necessita di un lungo periodo di espiazione al termine del quale l’anima stessa può accedere all’elevazione spirituale e finalmente guardare alla sua vita sulla terra come un lattante può ricordare un sogno, in maniera vagamente orrorosa e frammentaria, per citare il “Coro dei morti” del Dialogo di F. Ruysch e delle sue mummie di Giacomo Leopardi.

e qual di paurosa larva,

e di sudato sogno,

a lattante fanciullo erra nell’alma

confusa ricordanza:

tal memoria n’avanza

del viver nostro…

Angeli si trovano anche in altre parti della cantica: nel V canto viene rievocata in analessi, tramite il drammatico racconto di Bonconte da Montefeltro, la contesa tra angelo e diavolo per il possesso della sua anima; un altro esempio è quello rappresentato dagli “astori celestiali” (uccelli della famiglia dei rapaci) dell’VIII canto che, con vesti verdi e spade spuntate dalla misericordia divina, scacciano ogni sera, al tramonto, il serpente tentatore, e difendono in tal modo la Valletta fiorita dei principi negligenti, esempio di luogo pre- edenico; o ancora l’angelo guardiano del IX canto che, assiso su un trono posto dopo tre gradini e con veste grigio cenere, traccia sulla fronte di Dante le sette P (septem peccata), simbolo dei sette peccati capitali, a cui l’uomo tende per sua naturale inclinazione durante la sua vita.

Questo passaggio risulta particolarmente significativo, poiché la visione intollerabile per la luce che promana dal viso dell’angelo guardiano rappresenta il punto di arrivo della scena del sogno di Dante: quello di un’aquila (in questo caso Santa Lucia, la patrona del senso della vista, “il lume”) che lo trasporta sulla soglia del Purgatorio. L’angelo in questo caso indossa non la veste verde speranza degli angeli della valletta fiorita, ma quella grigio cenere dei penitenti e presiede alla porta che separa le due zone del regno del pentimento. In mano reca una spada, simbolo della giustizia divina, e appare severo, almeno all’inizio.

Vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch’ancor non facea motto.

E come l’occhio più e più v’apersi,
vidil seder sovra ’l grado sovrano,
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

e una spada nuda avëa in mano,
che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

Poi, interpellato da questi, Virgilio spiega che sono stati portati lì da “donna del Ciel, di queste cose accorta”, cioè da santa Lucia. L’atteggiamento dell’angelo (il “cortese portinaio”) cambia sottilmente e quest’ultimo ordina loro di avanzare.

I tre gradini sono, rispettivamente, il primo di color bianco marmo, il secondo nero e il terzo rosso sangue: la simbologia, anche se non immediatamente percepibile, è legata all’ esame di coscienza (e infatti il marmo bianco, terso e tanto lucido da potervisi specchiare, rimanda allo specchio, all’ idea del guardarsi dentro); alla contrizione (il nero della pietra spezzata rimanda all’anima piegata con fatica fino all’ammissione della colpa e le consonanze aspre ben rendono l’estrema difficoltà di tale processo interiore); alla forza d’animo necessaria a non ricadere nel peccato (il porfido rosso, come sangue che spiccia violento dalla vena).

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sì pulito e terso,
ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto più che perso,
d’una petrina ruvida e arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
porfido mi parea, sì fiammeggiante
come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenëa ambo le piante
l’angel di Dio sedendo in su la soglia
che mi sembiava pietra di diamante.

L’angelo guardiano del purgatorio

Dalla porta del purgatorio in poi, luogo liminale per eccellenza, continua la presenza degli angeli che presiedono alle singole cornici (l’angelo dell’umiltà, della misericordia, della mansuetudine, della sollecitudine, della giustizia, dell’astinenza e della castità, tutte virtù opposte ai peccati che vi si espiano). Ulteriori presenze angeliche vedono coinvolti l’angelo posto dinnanzi all’ingresso nell’Eden e gli angeli che accompagnano Beatrice nella processione mistica e che da questa saranno severamente zittiti. Ma anche all’interno dell’Inferno appare una figura che potrebbe essere identificabile con un angelo ed è il misterioso messo celeste che reca in mano una verghetta (come Mercurio reca in mano il caduceo) che permette a Dante e a Virgilio di accedere alla città di Dite nonostante la violenta opposizione dei diavoli.

Anche in questa situazione appare evidente che, in miniatura, Dante abbia voluto riprodurre l’eterno conflitto tra Bene e Male, e, nella fattispecie, quello che oppose Dio all’angelo ribelle con la relativa punizione. Così i diavoli dell’Inferno si rispecchiano nel messo celeste, che rappresenta il loro passato, davanti al quale non possono che ritrarsi lasciando il libero passaggio ai due viaggiatori.

Come è stato sottolineato dal famoso saggio di Miguel Asìn Palacios, la religione islamica presenta una diffusa serie di leggende sui viaggi oltremondani o sull’oltretomba in generale, trasportate in Europa spesso dai mercanti o dagli intellettuali arabi, anche se l’opera in cui la presenza di angeli è maggiormente testimoniata è “Kitab-al-Miraj”, il “Libro della scala (o dell’ascesa)” di Maometto, tradotta dall’arabo in castigliano dal medico Abraham e poi  anche in altre lingue, tanto da essere considerata una fonte considerevole della “Comedìa” dantesca, come altri testi escatologici precedenti ma, fino al saggio di Palacios, non individuati come fonti.

Nel “Miraj” il profeta Mohammed compie un viaggio in due regni dell’oltretomba, il paradiso e l’inferno, e lo fa in compagnia dell’arcangelo Gabriele, che gli era apparso appellandolo come uomo eletto da Allah a suo profeta, mentre trascorreva in una grotta il Ramadan. Il profeta vide poi Gabriele volare via e in quella esperienza di grande impatto emotivo e spirituale sentì rocce e alberi parlare. Inutile dire che l’idea di un cespuglio che parla rimanda alla mente l’episodio di Mosè e del roveto ardente (un angelo che si fa messaggero divino) che gli annuncia che dovrà portare gli Ebrei fuori dall’Egitto, liberandoli alfine dalle catene della schiavitù.

Oltre a Gabriele (Jibril), che diventerà guida di Maometto nella ascesa, anche nell’inferno e nel paradiso il profeta incontrerà degli angeli, ma tali entità non hanno niente a che vedere con l’idea veterotestamentaria ebraica, ma più con quella cristiana: hanno ali, sono bellissimi, asessuati, e lodano Allah. Due angeli vegliano su ogni uomo, trascrivendo le azioni buone e cattive, ma si asterranno per almeno sei ore dal farlo per quelle cattive, nella speranza che la persona si penta e chieda perdono ad Allah.

San Michele pesa l’anima

Anche l’atto della trascrizione delle azioni ha evidenti rimandi alla religione egizia, astrale ed ebraica e in particolar modo al rito della pesatura del cuore del defunto (psicostasia): in Egitto Anubis e Osiride presiedono alla pesatura, ponendo una piuma (Maat, la Giustizia) su un piatto della bilancia e il cuore del defunto nell’altro e il dio della scrittura e delle formule magiche, Thot (dai Greci identificato con Hermes), riporta i risultati della pesatura. Se avverrà il bilanciamento tra le azioni compiute dall’anima evinto dal peso del cuore, inteso come depositario delle azioni, il defunto sarà “giustificato” e ammesso al regno dei morti; in caso contrario sarà dato in pasto al mostro Ammit e la sua anima sarà condannata all’ oblio. Nell’Ebraismo, invece, la psicostasia era compito a cui era preposto l’arcangelo Michele.

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

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