Tutti noi, da bambini, ci siamo cimentati almeno una volta nel gioco della morra, un passatempo vecchio come il mondo le cui origini si perdono nell’antico Egitto. Gli Egizi, infatti, si dilettavano spesso in un gioco molto simile, chiamato Ap (Jp).

L’Ap – spesso conosciuto come “atep” a causa di un’errata lettura iniziale che ha dato origine a un falso etimo – era un gioco molto apprezzato lungo le sponde del Nilo.

L’Ap dalla Tomba Tebana n. 36 (Tomba di Aba XXVI dinastia). [Cfr. Wilkinson, vol. II, p. 55 (fig. 307)]
Un gioco analogo era praticato anche dagli antichi Greci; sebbene ne siano state rinvenute diverse testimonianze, lì non raggiunse mai l’importanza che ebbe invece presso i Romani, dove divenne celebre con il nome di micatio (digitis micare). Era così popolare che vi fa riferimento anche Cicerone, il quale, nel trattato De officiis (Sui doveri), afferma: «dignus est quicum in tenebris mices» (De officiis, III, 19, 77), ossia: «È persona degna quella con cui puoi giocare alla morra al buio». La citazione serviva a sottolineare l’integrità morale e la correttezza di un uomo, onesto al di sopra di ogni sospetto. Inoltre, in un’altra sua opera, il grande oratore richiama nuovamente il gioco, associandolo alla sorte (Della divinazione, II, 41). Lo stesso accostamento con il sorteggio torna anche in Svetonio, che, per sottolineare la crudeltà di Augusto, racconta di quando l’imperatore promise la grazia a un padre e suo figlio costringendoli però a giocarsela alla micatio: il vincitore avrebbe avuto salva la vita. Il padre si sacrificò per il figlio. (Vite dei dodici Cesari, Augusto, XIII, 2, 13).

La micatio nell’antica Roma (ph. Romano Impero)

Con l’espansione dell’Impero Romano, la morra si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo, mantenendo regole sostanzialmente simili ma assumendo nomi diversi a seconda delle tradizioni e dei dialetti locali. La sua presenza è documentata senza interruzioni fino ai giorni nostri, senza mai perdere il suo fascino. Sappiamo, infatti, che durante la Prima Guerra Mondiale questo gioco rappresentò uno dei pochi svaghi per le truppe italiane in trincea.

Il passatempo è ancora oggi diffuso, soprattutto in Italia, dove è profondamente radicato nella cultura popolare, in particolar modo in Sardegna, in Friuli e in alcune valli alpine.

Paesaggio con i giocatori di Morra (Pieter Van Laer. 1599-1642 ca.) (ph. Wikimedia)

Il termine egizio deriva dalla radice ap, che significa “computare, calcolare”, un riferimento diretto alla natura del gioco, basato sul conteggio e sulla rapidità di osservazione. Le raffigurazioni giunte fino a noi, per la maggior parte databili al Medio Regno, testimoniano quanto questa attività fosse popolare nell’antico Egitto.

Gli Egizi praticavano la morra in diverse varianti, ma la versione tradizionale vedeva i giocatori disporsi accosciati a terra, uno di fronte all’altro, con il pugno serrato. Simultaneamente stendevano da una a cinque dita, gridando con grande rapidità il numero che ritenevano corrispondesse al totale delle dita estese. Proprio come avviene ancora oggi, vinceva la mano chi indovinava il totale delle dita mostrate.

L’Ap dalla Tomba Tebana n. 36 (Tomba di Aba XXVI dinastia). (ph. Loisirs)

Per rendere il gioco più difficile, si poteva giocare anche con entrambe le mani: così facendo, con venti dita, aumentavano le combinazioni possibili.

Non sappiamo se anche lungo le sponde del Nilo la somma potesse essere compresa tra 2 e 10, poiché in molte versioni lo zero non è ammesso; né sappiamo se il dieci avesse un nome particolare, come nella versione moderna del gioco, nella quale viene chiamato proprio “morra”.

Dare l’Ap sulla fronte dalla Tomba n.15 di Beni-Hassan [Immagine Fig. 100 — Joueurs de Mourre (d’après Champollion, Monuments, pl. CCCIXXXI)]
Le celebri raffigurazioni di Beni Hassan, purtroppo oggi molto deteriorate e quindi difficili da interpretare completamente, mostrano però che l’Ap poteva essere giocato almeno in altri due modi differenti.In una variante, uno dei giocatori mostrava entrambe le mani, ma ne teneva una in modo da nascondere all’avversario il numero delle dita tese. L’altro giocatore doveva quindi indovinare il numero corretto, in un’azione descritta come “dare l’Ap sulla fronte”.In un’altra versione, i partecipanti eseguivano un gesto simile, ma all’altezza della mano del secondo giocatore, che veniva tenuta distesa verso il compagno. Questa modalità era indicata come “dare l’Ap sulla mano”.

Dare l’Ap sulla mano e sulla fronte. [Immagine Fig. 99 e 100 — Joueurs de Mourre (d’après Champollion, Monuments, pl. CCCIXXXI)]
L’Ap (Jp), l’antico gioco della morra [Immagine Fig. 98. — Joueurs de Mourre (d’après Champollion, Monuments, pl. CCCIXXXI)]
I testi geroglifici che accompagnano le scene fungono da vere e proprie vignette/legende. Nel disegno qui proposto, infatti, possiamo leggere “Dd.s”, “Dillo”: un’esortazione a pronunciare il numero uscito oppure una spiegazione di ciò che i giocatori dovevano fare. Sembra facile, ma è tutt’altro!Queste testimonianze ci mostrano come l’Ap non fosse soltanto un semplice passatempo o un gioco di fortuna, ma anche un’attività che richiedeva (e richiede tuttora) riflessi fulminei, notevoli capacità di calcolo e intuito, qualità molto apprezzate anche nell’antica società egiziana. Secondo l’egittologo Pierre Montet, infatti, l’Ap non era solo un gioco, ma una vera lezione di calcolo.Con il progredire della partita, infatti, il ritmo aumenta rapidamente e incalza, richiedendo una sempre maggiore velocità di calcolo e concentrazione. In pochissimi secondi il giocatore deve riuscire a ragionare su due piani contemporaneamente: da un lato analizzare e anticipare le mosse dell’avversario, dall’altro evitare di scegliere i numeri che quest’ultimo potrebbe aspettarsi. Per riuscirci, come già accennato, sono indispensabili un’elevata capacità di osservazione, prontezza mentale e una notevole rapidità di ragionamento.Naturalmente, l’utilizzo di varie strategie rende davvero sottile il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Le azioni consentite sono infatti regolate da un insieme di norme consuetudinarie condivise dai giocatori, ma la rapidità e l’intensità delle partite ne rendono complessa l’immediata percezione. Possiamo immaginare, quindi, come questo gioco possa suscitare grande fermento e concitazione, degenerando talvolta in risse, soprattutto quando è in palio una qualsiasi forma di premio: anche il semplice bicchiere di vino che ci si giocava nelle osterie poteva far scoppiare una mischia. Da qui il passo per essere considerato un gioco violento è stato breve. Inoltre, proprio per la sua propensione a generare scommesse, è stato storicamente considerato un gioco d’azzardo. Per queste ragioni, già nel Medioevo, la morra venne vietata per legge negli ambienti pubblici, consentendone la pratica soltanto in alcuni contesti selezionati.

Oggi la morra è stata inserita tra le discipline riconosciute dalla Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali del CONI e nel 2023 è stata dichiarata patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Resta comunque in vigore il divieto di praticarla, fatta eccezione per il Friuli-Venezia Giulia e la Provincia autonoma di Trento, dove tale divieto è stato revocato rispettivamente nel 2024 e nel 2001.

Mi auguro che, nonostante i divieti, tra i bambini questo gioco resti puro e continui a essere praticato, offrendo un valido strumento per velocizzare il calcolo mentale e allenare la mente divertendosi.

Fonti:

Le Jeu de l’”Ap” (Jp) – par M. Gustave Jéquier. Bullettin de l’Institut Français d’Archéologie Orientale. BIFAO 19 (1922), p. 1-271
Treccani, Wikipedia, Mediterranees.net, Nunc.ch.it
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Tiziana Giuliani

Egittofila, sin dall’infanzia appassionata di Antico Egitto, collabora con l’associazione Egittologia.net dal 2010. Ha contribuito alla realizzazione di EM-Egittologia.net Magazine (rinominato poi MediterraneoAntico) seguendone la pubblicazione già dai primi numeri e ricoprendo in seguito anche il ruolo di coordinatrice editoriale. Dal 2018 è capo redattrice di MediterraneoAntico.

Organizza conferenze ed eventi legati al mondo degli Egizi, nonché approfondimenti didattici nelle scuole di primo grado. Ha visitato decine di volte la terra dei faraoni dove svolge ricerche personali; ha scritto centinaia di articoli per la ns. redazione, alcuni dei quali pubblicati anche da altre riviste (cartacee e digitali) di archeologia e cultura generale. Dall’estate del 2017 collabora con lo scrittore Alberto Siliotti nella realizzazione dei suoi libri sull’antico Egitto.

Appassionata di fotografia, insegna ginnastica artistica ed ha una spiccata predisposizione per le arti in genere.

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