Chi è dunque la Madre degli Dei? È la sorgente degli dei intelligenti e demiurghi che governano le cose visibili, la genitrice e allo stesso tempo la sposa del grande Zeus, grande dea venuta all’esistenza subito dopo e insieme al grande demiurgo.
È la signora di ogni vita, causa di ogni generazione, che (oziosamente) porta a compimento nella quiete ciò che è fatto, partorisce senza dolore ed è demiurga col padre di ciò che esiste, è la vergine senza madre, il cui trono è in comune con quello di Zeus, ed è effettivamente la madre di tutti gli dei.
Infatti avendo ricevuto in sè le cause di tutti gli dei intelligibili sovracosmici, divenne la fonte degli dei intelligenti. Questa dea….è anche provvidenza”.

                                                               (Giuliano L’ Apostata, Inno alla Madre degli dei)

Il mito di Attis e le figure che ne determinano la sorte, quella di sua “madre”, Cibele, e di Agdistis, risulta ad un’analisi approfondita assai complesso e le sue origini si perdono nelle nebbie del passato, come tutte le strutture archetipali, d’altra parte. Cibele Idea (dal monte Ida), chiamata a Roma la “magna mater”, era una divinità primordiale, il cui nome (dal greco: Κυβέλη – Kybelē; latino: Cibelis) e le cui peculiarità sono stati oggetti di culto in area anatolica e preellenica: dea della natura, degli animali (potnia theron, espressione utilizzata per la prima volta da Omero in riferimento ad Artemide) e dei luoghi selvatici, aveva un santuario di straordinaria importanza a Pessinunte, nella Frigia, dove la dea era venerata nella forma di pietra nera. Nelle cerimonie funebri che si tenevano in suo onore durante l’equinozio di primavera, i sacerdoti della dea, i Coribanti, suonavano tamburi e cantavano in una sorta di estasi orgiastica, nel corso della quale alcuni arrivavano ad evirarsi con pietre appuntite,  rappresentando un passaggio del mito.

Cibele

IL MITO:  La Dea, rappresentata in trono fra due leoni (I due leoni rappresentano i personaggi mitologici di  Atalanta e Melanione, trasformati in leoni da Zeus e condannati a trascinare il carro della dea come punizione per aver profanato un tempio di quest’ultima), con un timpano in mano e una corona turrita sul capo, era invano desiderata da Zeus, che, racconta il mito, una notte, desiderandola ardentemente, ebbe un orgasmo e fece schizzare del seme su una pietra. Da ciò nacque Agdistis, che da allora perseguitò gli dei con la sua malvagità demoniaca, fino a quando Dioniso si vendicò e lo evirò, trasformandolo in donna. Dal membro di Agdistis nacque il mandorlo, il primo albero primaverile, o un melograno. In altre trasposizioni del mito, le figure di Cibele (identificata anche nella pietra) e di Agdistis coincidono. La pianta crebbe e ingravidò una ninfa, Nana o Sangaride, che partorì Attis.  Attis fece innamorare di sé Cibele e Agdistis, ma pagò a caro prezzo la sua straordinaria bellezza: alla viglia delle sue nozze con la figlia del re Mida, fissate a Pessinunte, Agdistis lo fece impazzire costringendolo all’autoevirazione all’ombra di un pino. Il mito specifica che dal suo sangue nacquero le viole e che il suo corpo rimanesse incorrotto. Così Catullo nel Carmen Doctum 63, un epillio, ci racconta l’evirazione:

Super alta vectus Attis celeri rate maria,

Phrygium ut nemus citato cupide pede tetigit

adiitque opaca silvis redimita loca deae,

stimulatus ibi furenti rabie, vagus animis,

devolsit ilei acuto sibi pondera silice,

itaque ut relicta sensit sibi membra sine viro…

Attis portato da un vascello rapido per l’alto mare

quando toccò avidamente il bosco frigio con piede veloce

ed entrò nei boschi ombrosi della dea circondati da selve

fuori di sé, in preda a una furia rabbiosa,

si recise il sesso con una pietra aguzza.

E così come si sentì le membra abbandonate prive di virilità….

Attis

La dea di Catullo è crudele (viene chiamata “domina” cioè “signora” o “padrona”), mentre un altro grande poeta latino, Lucrezio, la definisce più volte “mater” e la inserisce, con tutta la sua processione contraddistinta da uno strepito orientale da cui sia Lucrezio che Catullo sembrano affascinati, all’interno di una digressione del II libro del “De rerum natura”, dove parla dei miti legati alla terra. Solo che Lucrezio, da epicureo, non crede nell’intervento divino, ma nella sostanziale indifferenza degli dei riguardo agli uomini e dunque confuta il mito.

Di grande interesse sono le suggestioni derivate da questo complesso mito: lo schizzo di seme ricorda da vicino la nascita dei figli di Ra, Shu e Tefnut, entrambi generati dal seme del padre dopo una pratica di onanismo (cosmogonia di Heliopolis), ma lungo sarebbe soffermarsi sull’idea dello sperma come fecondatore della terra, concetto che ritroviamo anche presso alcuni popoli primitivi; Agdistis ha tutte le caratteristiche di un demone, facies vendicativa di Cibele e creatura ermafrodita; l’idea del mandorlo rimanda alla primavera e alla rinascita (quella del melograno alla ciclicità stagionale e comunque alla nascita e alla morte); la ninfa Nana, figlia di un dio fluviale, partorisce da vergine (e ciò rimanda al Cristianesimo); la suggestione legata alla nascita di Attis da un mandorlo o da una mandorla (da sempre elemento cosmico e legato al trascendente: basti pensare all’iconografia cristiana) rimanda ad un altro mito: quello di Adone, nato da Mirra, principessa di Cipro, ingravidata dal padre Cinira, e che partorisce mentre viene trasformata in una pianta di mirra, stillando lacrime che diventano resina profumata (Ovidio, Metamorfosi).

………………………..Mentre ancora parla,

la terra avvolge le sue gambe, le unghie dei piedi si fendono,

diramandosi in radici contorte, a sostegno di un lungo fusto;

le ossa si mutano in legno e, restando all’interno il midollo,

il sangue diventa linfa, le braccia grandi rami,

le dita ramoscelli; la pelle si fa dura corteccia.

E già, crescendo, la pianta ha fasciato il ventre gravido,

ha sommerso il petto e sta per coprirle il collo:

non tollerando indugi, lei si china incontro al legno

che sale e il suo volto scompare sotto la corteccia.

Ma benché col corpo abbia perduto la sensibilità di un tempo,

continua a piangere e dalla pianta trasudano tiepide gocce.

Lacrime che le rendono onore: la mirra, che stilla dal tronco,

da lei ha nome, un nome che mai il tempo potrà dimenticare.

Ma sotto il legno la creatura mal concepita era cresciuta

e cercava una via per districarsi e lasciare la madre.

A metà del tronco il ventre della madre si gonfia,

tutto teso dal peso del feto. Ma il dolore non ha parole,

la partoriente non ha voce per invocare Lucina.

Tuttavia la pianta sembra avere le doglie, curva su di sé

manda fitti gemiti e tutta è imperlata di stille.

Lucina, impietosita, si ferma davanti a quei rami dolenti,

accosta le sue mani e pronuncia la formula del parto.

Si apre una crepa e dalla corteccia squarciata l’albero fa nascere

un essere vivo, un bimbo che piange: le Naiadi lo depongono

su un letto d’erba e lo ungono con le lacrime della madre.

In ultima analisi, il racconto ha tutti i tratti dei miti cosmogonici (miti sulla creazione del mondo), la cui interpretazione assume anche chiare valenze psicoanalitiche, legate alle figure del padre/madre e della mascolinità/femminilità.

 Dopo la diffusione del suo culto in Grecia, dove si identificò in Rea o Demetra, il culto della dea Cibele, sotto le sembianze della pietra nera (tradotta in lapis niger) arrivò a Roma nel 204 a. C., in piena II guerra punica: interessante è la narrazione ovidiana della vicenda della concessione del lapis da parte di un alleato della res publica romana, Attalo I, re di Pergamo, e il trasporto della stessa via nave. I Romani speravano, su suggerimento dei libri sibillini e dell’oracolo di Delfi, che l’arrivo della pietra nera, venerata da allora in poi come uno dei sette oggetti (pignora imperii) che avrebbero garantito il potere dell’Urbe, li avrebbe aiutati nel conseguimento della vittoria durante la II guerra punica . I cittadini più illustri, guidati dal vir optimus Scipione Nasica, scelto tra senatori, accolsero la reliquia. Sembra che ad un certo punto la nave si sia incagliata in un banco di sabbia sul Tevere e che per sbloccarla si sia ricorsi ad una vestale (o ad una matrona sposata) Claudia Quinta, che, slacciatasi la cintura della veste, la utilizzò per trainare la nave in difficoltà. E, poiché l’onore della donna, sorella del console Appio Claudio, era stato da poco messo in discussione, la riuscita dell’impresa la liberò da ogni sospetto. E fu un bene per lei, viste le condanne previste in età repubblicana per le donne che infrangessero il silenzio o che si vestissero o camminassero in maniera considerata impropria. Ed era il caso di Claudia Quinta.

Claudia Quinta

Il culto di Cibele a Roma, già testimoniato a Roma nel 191 a.C., fu diffuso da Cesare durante la sua edilità curule, nel 65 (notizia di Dione Cassio), ma fu particolarmente sentito ed intensificato sotto Augusto, anche in coerenza con la restaurazione (formale) degli antichi mores, con il progetto politico-economico di ritorno alla terra, in cui si inquadrano le Georgiche virgiliane, e con l’idea, da diffondere sistematicamente, che le origini di Roma fossero troiane. Non a caso Ottaviano fece rifondare il tempio di Cibele sul Palatino e non a caso la Grande Madre viene invocata in soccorso da Anchise nel III libro dell’Eneide Virgiliana, dopo la profezia di Apollo (“cercate la Grande Madre”) e pregata da Enea nel VII libro, quando sbarca sulle coste laziali.

Allora mio padre volgendo nell’anima le memorie

degli eroi d’una volta: «Ascoltate, compagni –

dice – vi dirò dove s’appunta la vostra speranza.

In mezzo al mare c’è Creta, l’isola sacra di Giove,

dove sorge il monte Ida: la primissima culla

della nostra nazione. Ci vive molta gente:

cento grandi città, fertilissimi regni.

Di lì, se bene ricordo ciò che spesso ho sentito,

l’antico padre Teucro mosse verso le coste

della Troade, scegliendole come propria dimora.

Ilio e le rocche di Pergamo non erano sorte ancora;

 i Teucri risiedevano nelle più basse vallate.

 Da Creta venne la Madre divina del Cibele,

 i bronzi dei Coribanti e il bosco sacro dell’Ida,

da Creta l’abitudine di celebrare in silenzio

 i sacri misteri, da Creta i leoni aggiogati

che trascinano il carro della grande regina.

A Roma esiste ancora il lapis niger, che per alcuni è la reificazione della dea Cibele (betilo della dea):  è un misterioso manufatto che molti fanno risalire al VI secolo a.C. e che dovrebbe identificarsi nella tomba di Romolo. Si tratta di un cippo mutilo  con un’iscrizione quasi del tutto illeggibile con andamento bustrofedico. Il testo, se ben interpretato, sembrerebbe essere una maledizione al profanatore del luogo sacro ed è scritto in latino arcaico, il cui alfabeto è di origine greco-etrusca.  Alcuni, come detto, legano il lapis a Cibele, supportando la loro teoria con alcuni indizi: all’epoca di Varrone esistevano ancora due leoni accovacciati, figure tipiche sì, in Italia come in Grecia, di guardiani dei sepolcri, ma i leoni, come già detto, accompagnavano la dea Cibele.  Inoltre ad essere nero è il pavimento di marmo che ricopre il lapis niger, che significa  “pietra nera”, da sempre legata come già ripetuto, al culto di Cibele. Ed è singolare che si attribuisca al cippo  il nome di lapis, sottolineando la materia da cui è costituito e non la sua funzione, specie se sacrale.  Indizi, ma non dati conclamati, come si può notare.

Lapis niger

 A Catania, città fondata dai Calcidesi nell’ VIII secolo, esiste un quartiere antico, chiamato  Cibali:  alcuni sostengono che il nome derivi dal greco Kephale (“testa”), in riferimento al fiume Longane, alla cui sorgente (testa) si trova il quartiere e che sfocia nel quartiere di Ognina; altri, invece, sostengono la teoria dell’ erudito militellese Pietro Carrera, che sostenne  che il  nome Cibali derivasse da un tempio edificato in onore della dea Cibele e distrutto da un terremoto.  Se è più probabile la prima ipotesi, visto che nei documenti più antici Cibali era chiamato Cifali (che rimanda a Kephale) e così viene riportato da Giovanni Verga nella sua bellissima novella “Rosso Malpelo”

“anche la madre di Malpelo s’era asciugati i suoi (occhi, n.d.s.) dopo che mastro Misciu era morto, e adesso si era maritata un’altra volta, ed era andata a stare a Cifali; anche la sorella si era maritata e avevano chiusa la casa.”

più nota e più affascinante è la seconda, anche per la personalità del Carrera, sacerdote , noto falsario di Militello in Val di Catania e famoso, oltre che come storico (in verità fantasioso), anche come scacchista (sua è la famosa opera “Il gioco de li scacchi” e sue alcune varianti al gioco, come quella che prevede l’utilizzo di una scacchiera di 8X10 caselle in luogo di quella classica di 8X8). Insomma, una di quelle personalità tutte seicentesche, eclettiche e cortigiane.

Pietro Carrera

Ordinato sacerdote (e la scelta del sacerdozio sembra essere stata più una sistemazione e un augurio di promozione sociale ed infatti sua sorella Celidonia si era fatta monaca di clausura), Pietro Carrera a partire dal 1601 fu cappellano della parrocchia di S. Maria della Stella in Militello, quindi maestro notaro nella locale corte vicariale e cappellano di Giovanna d’Austria, moglie del marchese di Militello e principe di Pietraperta Francesco Branciforte, al quale fu molto vicino e della cui ricchissima biblioteca si avvalse nei suoi studi eruditi. Morto il principe nel 1622, passò al servizio del duca Giacomo Bonanno.  Il Senato di Catania affidò a don Pietro Carrera il compito di scrivere una storia della città, in funzione antipalermitana e antimessinese, che ne dimostrasse l’antica nobiltà.  Carrera utilizzò fonti assai discutibili  (come le false epistole di Diodoro Siculo) fornitegli dal cancelliere del senato Ottavio D’Arcangelo,  personaggio attorno a cui ruotava una notevole produzione di falsi attivi tra Catania ed Acireale. I risultati, benché discutibili, come nel caso dell’etimologia di Cibali, sono ancora presenti nel’immaginario collettivo, che si nutre talora di fantasie ma anche di affascinanti archetipi. L’opera in cui don Pietro avanza l’ipotesi del toponimo Cibali rimandandolo alla dea Cibele sono Le memorie storiche della città di Catania, in tre volumi, che costituiscono una singolare miscellanea di fantasiose ricostruzioni e di cortigiani encomi ,ma che sono anche espressione di un’immutata fascinazione che Cibele, ancora  nel XVII secolo, esercitava agli occhi degli eruditi.

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

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