Nastasen offre doni agli dei insieme alla madre Pelkha (a sinistra) e alla sposa reale Sakhmakh (a destra). Fonte: Wikipedia.

La sepoltura del re kushita Nastasen, antica di ben 2300 anni, si trova nel sito di Nuri, Nord Sudan ed è ancora intatta e inviolata, ma completamente sommersa dall’acqua.

Nord del Sudan, antica Nubia. Nel sito di Nuri, sulla riva orientale del Nilo, riposano in eterno i re kushiti, conosciuti anche come Faraoni Neri. La loro epopea li vide dapprima vassalli del potente impero egiziano, infine sovrani indipendenti dal potere centrale alla fine del Nuovo Regno.
Il loro potere si estese su una linea temporale che va dal 760 al 650 a.C.
I Faraoni Neri hanno il merito di aver governato l’Egitto con abilità e lungimiranza preoccupandosi, come i loro predecessori, dell’edificazione delle dimore in cui avrebbero trascorso l’eternità.

Nel sito di Nuri, grande 70 ettari, sono ubicate 20 piramidi costruite tra il 650 e il 300 a.C.
La più imponente e antica è quella del faraone Taharqa, il cui nome compare perfino nell’Antico Testamento: fu proprio questo sovrano, infatti, a difendere Gerusalemme dagli Assiri nel VII secolo a.C.

Il National Geographic Italia ricorda che la sua tomba fu scavata dall’egittologo George Reisner circa un secolo fa. Questi si rese conto immediatamente del problema principale che ostacolava gli scavi, ovvero le inondazioni del Nilo che avevano ormai ricoperto la maggior parte delle tombe. Reisner, poi, sottovalutò ingiustamente il ruolo e l’importanza storica di questi sovrani e proprio per questo motivo non pubblicò nemmeno i risultati del suo lavoro.
Lo studio del sito di Nuri venne accantonato fino al 2018, quando Pearce Paul Creasman, cofinanziato dalla National Geographic Society, decise di affrontare gli ostacoli e i pericoli derivanti dall’esplorazione di queste sepolture sommerse e, in parte, dimenticate.
Iniziò dalla piramide di Nastasen, faraone che regnò su Kush tra il 335 e il 315 a.C. La scelta non fu dettata dal caso: Nastasen, infatti, fu l’ultimo sovrano a essere sepolto a Nuri,nello specifico nella parte più bassa del sito. Creasman si servì dell’analisi sullo stato di questa tomba per valutare le condizioni di tutte le altre.

L’archeologo e il suo team localizzarono le scale che conducevano all’ingresso, proprio come fece Reisner decenni fa. Il Nilo non ci aveva messo molto a sommergere ciò che era stato portato alla luce dopo molti sforzi. Kristin Romey del National Geographic ha potuto vedere di persona la prima stanza della tomba, completamente invasa dall’acqua fino al soffitto.
Paradossalmente, però, il fiume sacro agli antichi Egizi che ha impedito per anni agli archeologici di raggiungere le ultime dimore dei faraoni kushiti, dovrebbe anche averle protette dai saccheggi.

Secondo gli studiosi è probabile che il sarcofago di Nastasen sia intatto, ma non ne sapremo di più prima del 2020. Creasman spera di riuscire a raggiungere la camera sepolcrale del faraone per quella data e al National Geographic confida il suo ambizioso obiettivo: “Penso che finalmente abbiamo la tecnologia per poter raccontare la storia di Nuri, per riempire gli spazi vuoti di quello che è successo qui. È un notevole passo avanti nel ricostruire una storia di cui si conosce ancora poco. Una storia che merita di essere raccontata”.

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