Da sempre nella storia i sacrifici (specie quelle umani) sono serviti per placare le ire di una divinità o per propiziarsene il favore, specie se  “costretti” da un pericolo incombente, come la minaccia di un fenomeno naturale o una guerra. Molti e diffusi gli esempi che si potrebbero annoverare per suffragarne valore e significato sacrale: la civiltà hittita, ad esempio, può essere annoverata tra quelle che, nell’ambito di un rito propiziatorio e purificatore, effettuava sacrifici umani. E’ circostanza nota che, dopo una sconfitta, gli Hittiti, popolo votato alla guerra, purificassero le truppe attraverso un sacrificio umano ed animale che comportava la divisione in due del corpo di un uomo, un capro (da cui probabilmente l’espressione, diventata proverbiale, del “capro espiatorio”), un cane e un maiale, considerati tutti impuri. Le truppe sconfitte avrebbero dovuto marciare tra le due metà dei corpi sacrificati, a cui si aggiungevano due fuochi a debita distanza, una porta e dell’acqua lustrale. Erodoto nelle sue Storie riporta che il re persiano Serse, prima di passare sul famoso ponte di barche sull’ Ellesponto, all’inizio della II guerra persiana, fece marciare l’esercito tra due metà di un corpo umano. Sempre Erodoto ci ragguaglia su ciò che accadde all’indomani della battagia di Alalia tra  Greci di Focea da una parte, ed una coalizione di Etruschi e Cartaginesi dall’altra, risultati vittoriosi nello scontro e che, a seguito della vittoria, si divisero i prigionieri: gli Etruschi di Cere ottennero il bottino più consistente e, portati i prigionieri fuori dalla città, li lapidarono (ed è appena da sottolineare che la lapidazione non è una condanna a morte comune, ma rituale e con forte valenza sacrale). Il ricordo di quell’eccidio fu perpetuato nel tempo a seguito degli incidenti che avvenivano puntualmente in quella zona, per i quali molti erano rimasti zoppi o storpi. Fu l’oracolo di Delfi, consultato dagli Etruschi, che rivelò che gli dei esigevano un rito espiatorio per la strage sotto forma di sacrifici e giochi ginnici ed equestri. Anche in Grecia, e in particolare ad Atene durante la Thargelia, festa in onore di Apollo e Artemide, due persone non cittadine ateniesi (verosimilmente straniere e di basso ceto) venivano probabilmente sacrificate, dopo essere state mantenute a spese della cittadinanza per un certo periodo. Non è chiaro se fossero sacrificate realmente o espulse dalla comunità, come ricordo di un precedente sacrificio umano, poiché l’espulsione dalla società impediva di fatto la sopravvivenza del reietto. Lo stesso può essere detto per i sacrifici umani celebratisi ad Abdera e a Massilia (odierna Marsiglia), mentre di carattere propiziatorio sarebbe il sacrificio di alcuni nobili persiani durante la II guerra persiana. La notizia, riportata da Plutarco nelle Vite parallele, appare tuttavia dubbia a molti commentatori: Plutarco afferma che i giovani persiani fossero i nipoti di Serse, essendo figli della sorella del re persiano che lo storico chiama Sandace (mentre la sorella di Serse si chiamava Mandane). I giovani sarebbero stati sacrificati, a seguito del responso dell’indovino Eufrantide, al dio Dioniso, “mangiatore di carne umana”, dopo essere stati catturati nell’isola di Psittalia da Aristide, che li avrebbe risparmiati per portarli sulla nave ammiraglia di Temistocle. Tuttavia non si comprende il motivo per cui i nipoti di Serse fossero a Salamina, e perché fossero stati sacrificati prima della battaglia navale che fu il culmine della II guerra persiana (elemento di per sé singolare).

Battaglia di Salamina

Nella Roma repubblicana venivano effettuate pratiche cultuali legate ai sacrifici umani. Ce ne parlano importanti fonti: storici di epoca repubblicana ed augustea come Sallustio e Tito Livio, intellettuali e uomini politici come Cicerone o scienziati come Plinio il Vecchio, seppur non concordando sul giudizio da emettere su tale consuetudine. Tutti sembrano d’accordo tuttavia sull’origine del sacrificio umano nel mondo romano: si tratta di una pratica di origine etrusca e non appare singolare la provenienza, considerati i rapporti e i legami politicamente e antropologicamente stretti che legavano il mondo etrusco e quello romano arcaico. E’ dato conclamato e confermato da reperti che gli Etruschi, ad esempio, fossero usi seppellire vivi esseri umani di origine gallica e greca: i Galli rappresentavano, infatti, i nemici settentrionali, i Greci quelli sud-orientali. Si trattava in quel caso di immolare vittime per ingraziarsi le divinità in circostanze che richiedessero un particolare sostegno divino, come le aggressioni esterne e le guerre in generale. Un esempio significativo è rappresentato dalla tomba n. 4 portata alla luce nel 2016 su una collina prospiciente il lago di Chiusi, Poggio Renzo: lì sono state scoperte cinque sepolture a camera e a fossa risalenti ad un periodo databile tra il IX e il II secolo a.C. La tomba n.4 rappresenterebbe un’anomalia rispetto alle altre: l’individuo contenuto, per postura, posizione stratigrafica e dati ricavabili dalle analisi effettuate sullo scheletro sembra essere stato vittima di un sacrificio umano e potrebbe trattarsi di uno schiavo, condizione niente affatto rara in Etruria, terra di pirati noti e temuti per la loro spietatezza in tutto il Mediterraneo antico. Il corpo è stato rinvenuto adagiato su un fianco, col braccio sinistro sotto il peso del corpo e la testa innaturalmente sospinta verso l’alto, come se cercasse aria. L’individuo, probabilmente mediorientale, sarebbe stato, dunque,, legato e probabilmente sgozzato.  Altri corpi in posizioni innaturali e in territorio etrusco sono stati rinvenuti anche nella Necropoli di Tolle, nella stessa lucumonia, tra l’altro, di Chiusi.

Scheletro di Chiusi

E’ possibile che tali usanze siano state trasmesse alla nascente Roma, come si evince dall’episodio famoso dell’uccisione di Remo da parte di Romolo, dalle tombe rinvenute sul Palatino, verosimilmente di vittime sacrificate durante la fondazione della città di Roma, o dal sacrificio umano del 226 a.C. , quando Roma era in serie difficoltà a causa della minaccia gallica: in quel caso furono prontamente consultati i Libri Sibillini e , nel foro Boario, vennero sepolte vive due coppie di prigionieri, una greca e una gallica e di sesso diverso, probabilmente per esorcizzare il pericolo incombente da Nord (I Galli) e da sud (i Greci). Risulta ancora oggi di dubbia comprensibilità il motivo per il quale fu sacrificata la coppia greca, considerato che non vi era alcun pericolo da parte greca nei riguardi di Roma, ma se, come prima sostenuto, la matrice originaria del sacrificio umano è etrusca, tutto ciò fornisce una precisa spiegazione nell’emulazione di un costume ormai assorbito dalla società romana (seppur dimenticato nelle sue origini) e fatto proprio da essa. L’espiazione (sempre tramite le due coppie di prigionieri) fu continuata anche nel 216, dopo la terribile sconfitta di Canne ed assume lo stesso significato cultuale che appare presso gli Hittiti: purificare l’esercito dalla sconfitta militare e renderlo di nuovo forte e preparato allo scontro vittorioso. Solo che in questo caso il sacrificio non fu solo di due coppie di prigionieri, ritualmente greca e gallica, ma verosimilmente anche di alcune sacerdotesse vestali, ree forse di aver mantenuto una condotta indecente o di cui, al contrario, si offrì in sacrificio la purezza. Molti gli esempi da annoverare, come la leggenda che racconta del nobile Marco Curzio che si gettò armato e in sella al suo cavallo  in una voragine apertasi nel Foro, forse in epoca monarchica: il suo sacrificio fu motivato dal responso degli auguri che, visto che la voragine, nonostante si cercasse di riempirla con della terra, non si richiudeva, profetizzarono che ciò sarebbe accaduto quando le fosse stato offerto in sacrificio quo plurimum populus Romanus posset ” (“ciò che il popolo romano avesse di più caro”), cioè virtù e armi. Dal nome del giovane la voragine venne chiamata Lacus Curtius e identificata da alcuni come un ingresso degli Inferi.

Marco Curzio

Anche il console Decio Mure, durante la battaglia di Sentino che oppose i Romani ad una coalizione di Etruschi, Sanniti e Galli, fece ricorso al sacrificio ma in questo caso si trattò di un’offerta personale agli dei Mani e alla Terra. Dopo aver indossato per ordine del pontefice massimo la toga praetexta, il console Decio Mure avrebbe dovuto appoggiare un piede su una lancia ed invocare gli dei perché lo aiutassero a salvare la patria sconfiggendo il nemico, sia pure al prezzo della sua vita.  E fu ciò che accadde: ce la racconta Tito Livio, descrivendoci nei suoi Ab urbe condita libri l’atto della devotio ducis, ossia del sacrificio personale e volontario agli dei da parte del condottiero. Non era la prima volta che un rappresentante della famiglia dei Deci (famiglia, tra l’altro, di origine plebea e di nobiltà recente, che suppliva  alle sue oscure origini con una devozione indefessa allo stato romano) si sacrificava per la salvezza di Roma, poiché era già avvenuto a tre generazioni diverse (un padre, un figlio e un nipote):

Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Veseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dèi celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti – lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche.

L’atto della devotio, avvenendo prima dello scontro militare, obbligava in un certo qual modo gli dei ad accontentare chi offriva la propria vita per la patria (ed era singolare che in questo caso l’offerente e la vittima coincidessero); nello stesso tempo, galvanizzava le truppe del condottiero che, assistendo alla morte volontaria in battaglia del proprio comandante in capo, dimenticavano la stanchezza fisica e lottavano con tutte le forze restanti e il coraggio disperato di chi non ha niente da perdere.

Secondo Sallustio e Cicerone anche Catilina aveva fatto bere ai suoi congiurati sangue umano misto a vino per rafforzare il patto di silenzio che li legava indissolubilmente. Sallustio lo racconta, sia pure come diceria, nel De Catilinae coniuratione:

Fuere ea tempestate, qui dicerent Catilinam oratione habita, cum ad ius iurandum popularis sceleris sui adigeret, humani corporis sanguinem vino permixtum in pateris circumtulisse: inde cum post exsecrationem omnes degustavissent, sicuti in sollemnibus sacris fieri consuevit, aperuisse consilium suum; atque eo +dictitare+ fecisse, quo inter se fidi magis forent alius alii tanti facinoris conscii. Nonnulli ficta et haec et multa praeterea existumabant ab iis, qui Ciceronis invidiam, quae postea orta est, leniri credebant atrocitate sceleris eorum, qui poenas dederant. Nobis ea res pro magnitudine parum comperta est .

“In quel tempo alcuni dissero che Catilina, tenuto il discorso, al momento di far prestare giuramento ai complici del suo delitto, avesse fatto circolare coppe di sangue umano misto a vino; poi, quando tutti l’ebbero gustato dopo la formula del giuramento, come si usa nei sacrifici solenni, allora svelò il suo piano, dicendo che aveva fatto ciò per rendere tutti reciprocamente più fedeli, complici l’uno dell’altro in tale delitto. Alcuni ritenevano che questa e molte altre cose fossero un’invenzione di coloro che credevano di attenuare l’ostilità verso Cicerone, che poi sorse, con l’atroce misfatto dei giustiziati. A me sembra che la cosa, per la sua gravità, non sia stata abbastanza dimostrata.”

Va sottolineato che sia Sallustio che Cicerone erano fieri nemici di Catilina, anche se, a differenza dell’Arpinate, Sallustio ne ammirava segretamente la forza e il coraggio di combattente, come si può evincere dalla descrizione della battaglia di Pistoia, in cui Catilina trovò una morte da eroe. E comunque il passaggio conclusivo lo riporta ad una certa prudenza nel raccontare un episodio sul quale non può produrre niente di definitivo.

In età Flavia, come afferma Plinio il Vecchio, era usanza bere il sangue ancora caldo dei gladiatori morti in combattimento nelle arene, per curare l’epilessia, l’impotenza e l’anemia. Anzi, le gole dei gladiatori venivano utlizzate come coppe da cui succhiare il sangue (sanguinem quoque gladiatorum bibunt, ut viventibus poculis, comitiales morbi) ed era consuetudine che i reziari raccogliessero il sangue rimasto nell’arena con delle spugne per poi venderlo ai richiedenti.

Si tratta anche qui di usi che rielaborano in forme meno inquietanti (ma non meno violente) l’archetipo del sacrificio umano che nella storia di Roma repubblicana non era stato un unicum. Plinio, tra l’altro, smentì l’affermazione fatta da Livio secondo cui l’usanza del sacrificio umano non era romana ma “barbara” e dunque importata. Non era vero e lo dimostrava, ad esempio, il fatto che una volta l’anno, il 15 maggio, giorno delle Idi, le Vestali gettassero dal ponte Sublicio nel Tevere 27 fantocci di giunco durante la festa degli Argei o degli Argivi, che ricordava la richiesta di ritornare ad Argo (almeno da morti) da parte di 27 prigionieri greci, giunti a Roma poco dopo la sua fondazione al seguito di Ercole (secondo la versione di Varrone). Pare che la folla li avesse accontentati, ma che li avesse gettati nel fiume da vivi e che la festa ricordasse proprio tale evento, attenuandone la violenza con la sostituzione del corpo vero con quello di giunco. O ancora il sacrificio perpetrato da Ottaviano (non ancora Augusto) alle Idi di Marzo del 40 a.C. ai danni di circa trecento tra senatori e cavalieri  di Perugia (città etrusca ma romanizzata da tempo), dopo la conclusione del Bellum perusinum: in quella terribile circostanza il futuro imperatore ne ordinò il sacrificio sull’acropoli in memoria del cesaricidio, indifferente alle richieste di molte vittime di avere salva la vita per se stesse o per i loro congiunti.

Ottaviano

 

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

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