Il banchetto aristocratico attraverso lo studio della cultura materiale

Estratto da MediterraneoAntico Magazine, Anno 2015, Numero 2

La luce calda delle fiaccole, il gioco di luci e ombre sulle pareti decorate e adorne di ghirlande fiorite, il suono dolce della musica in sottofondo, lo scoppiettio del fuoco, il profumo delle carni arrostite, le voci squillanti dei commensali, l’aroma inebriante del vino, i colori delle vesti leggere e svolazzanti delle danzatrici: ecco l’atmosfera perfetta che si svela ai nostri occhi dall’osservazione attenta degli affreschi tarquiniesi e delle splendide ceramiche dipinte recuperate da contesti funerari. Proprio come si procede in una ricetta che preveda una giusta dose di ingredienti sapientemente miscelati, anche in questo caso, ritengo che un briciolo di immedesimazione ed un pizzico di fantasia siano gli elementi principali per calarsi all’interno del vivace mondo etrusco riunito a banchetto, per poter rivivere le atmosfere di ricordi persi nel tempo. Nell’intento, quindi, di coinvolgere il lettore all’interno di uno scenario tanto straordinario, ricco di fascino e di cultura, si riporteranno alla mente i reperti della cultura materiale più celebri e più noti che hanno permesso agli studiosi di poter inquadrare i banchetti e i simposi in qualità di pratiche rituali e cerimoniali, raffinate ed anche estrose, non mancando di accendere la curiosità sulla dieta mediterranea e sui prodotti della splendida terra d’Etruria. Non vi siete mai chiesti che cosa mangiassero gli antichi? Non vi siete mai chiesti come preparavano i pasti? Quali fossero le ricette antiche? Quali gli ingredienti? E soprattutto, non vi siete mai chiesti quali tra le tante forme vascolari fossero realmente adibite al consumo di cibo e di vino in occasioni ufficiali?

Il primo passo da compiere nella ricostruzione degli scenari conviviali e nello studio della paleonutrizione è sicuramente la lettura delle fonti scritte; a questo proposito, il mondo etrusco rappresenta un caso davvero particolare, in quanto le fonti di cui disponiamo sono molto tarde: come vedremo, scrittori di II e I sec. a.C., del calibro di Posidonio e Catullo, non si sono certamente sprecati in osservazioni che oserei definire “pungenti” meritatamente agli stili di vita etrusca ma soprattutto riguardo alle abitudini alimentari dei “tirreni” che, secondo Posidonio, sarebbero state addirittura causa della loro decadenza. Lo scrittore infatti, si sofferma sul fatto che gli Etruschi “sembravano” (e sottolineo “sembravano”) inclini a passare la vita a mangiare e a bere, non curandosi di altro ma dedicandosi esclusivamente alla “mollezza” e al lusso ostentato. Grottesco è il commento di Catullo che paragona l’etrusco obesus, grasso, con l’umbro parcus, magro e dunque morigerato ed equilibrato1. Ma per quale motivo buona parte della letteratura antica si è schierata contro gli Etruschi? La risposta è molto semplice, basta infatti pensare al mos maiorum: un’esistenza improntata su rigore, conservatorismo, austerità di comportamento ed equilibrio tra doveri e piaceri. Non si farà quindi fatica a capire il vero motivo per cui scrittori conservatori abbiano assunto una posizione critica nei confronti di uno stile e di una filosofia di vita tanto diversa dal proprio. Se vogliamo poi essere ancora più precisi, già dal III sec. a.C. circolavano voci malevole sul conto degli Etruschi, tanto che lo stesso Teopompo viene definito dai suoi contemporanei “omnium maledicentissumus”; ecco che, sull’onda di tanta avversione, scrittori che vivono in prima persona l’espansione romana e che vedono la nascita delle prime province, non hanno potuto fare altro che andare incontro alle fonti precedenti, ma questa ostinazione nell’esaltare le virtù romane in contrapposizione agli stili etruschi, ha reso incapaci, volontariamente o no, di notare quanto il mondo etrusco fosse in realtà culturalmente legato alla Grecia. E quando, a questa presa di posizione, si aggiunge una forte volontà propagandistica nonché di esaltazione di valori che hanno portato al successo, al potere e alla gloria, ecco che anche la mente più illuminata avrebbe sofferto di cecità!

Foto 1 / Atleta con strigile / Apoxyomenos / Lisippo / ph. Marie-Lan Nguyen Wikimedia Commons

A questo punto, quindi, è doveroso restituire dignità ad un mondo tanto elegante, profondamente colto e ingiustamente “maltrattato”; in nostro soccorso accorre la cultura materiale che ci permette non soltanto di intuire le profonde ideologie che costituiscono l’anima degli incontri conviviali, ma anche di ricostruire gli ambienti e gli arredi delle stanze adibite a tali occasioni. Innanzitutto però, bisogna chiarire un aspetto di primaria importanza; vi è una sostanziale differenza tra la pratica del banchetto ed un pranzo quotidiano. Infatti, le aristocrazie che vengono ritratte in atteggiamenti conviviali entro scenari eleganti e riccamente predisposti, concepiscono il banchetto ed il simposio come un vero e proprio rituale inteso come un insieme di gesti ripetuti e codificati che celano una precisa simbologia: il riconoscimento e l’accettazione sul piano sociale, l’esaltazione di uno spirito di appartenenza tra membri che si riconoscono come facenti parte di una cerchia ristretta, nelle cui mani stanno le redini economiche e politiche delle città. Ma prima di soffermarsi su quelle che definirei “opere colte” della grande arte etrusca, vale la pena spendere qualche parola sulla dieta e sugli ingredienti delle ricette. Negli ultimi tempi si stanno conseguendo notevoli progressi in merito alla paleonutrizione; i resti faunistici e i reperti osteologici lasciano una ricca serie di informazioni. Ad esempio, il ritrovamento di ossa di selvaggina presso tracce di fuoco in un contesto di abitato o su un qualsiasi piano di vita, testimonia la presenza di un focolare in cui si cuocevano le carni, che rappresentavano uno degli alimenti base. Bovini, ovini e suini allevati, ma anche selvaggina tra cui cinghiali e lepri erano molto richiesti, in quanto fonti indispensabili di proteine. Sul piano della cultura materiale, il recupero di calderoni di bronzo, alari, graticole e spiedi attesta che le carni venivano cotte o arrostite direttamente sul fuoco. La caccia dunque, oltre ad essere attività ludica aristocratica, era anche una fonte di approvvigionamento in cui gli Etruschi erano davvero molto abili, come testimoniano le armi, le lame e i coltelli recuperati, ma anche affreschi tarquiniesi. Anche l’attività ittica era molto sviluppata; dalla lettura delle fonti si apprende che lungo le coste selvagge e aspre del Mar Tirreno erano stati apprestati luoghi di avvistamento per il passaggio dei tonni.

Foto 2 / Strigili / Wikimedia Commons

Strabone, una tra le varie fonti che ci lasciano informazioni preziose sui prodotti della dieta etrusca, racconta un fatto molto curioso: sembra che fosse ampiamente diffusa la pratica del ripopolamento periodico con pesci d’acqua salata, tanto che presso gli antichi, i laghi d’Etruria erano noti proprio per la pescosità. La terra d’Etruria produceva di tutto; chicchi di grano carbonizzati ma anche grandi dolii per la conservazione dei cereali e delle derrate attestano una coltivazione intensiva che, grazie all’introduzione di strumenti in ferro, ricevette un forte impulso; in epoca romana, prima del 31 a.C., l’Etruria divenne il principale partner commerciale di Roma, nonché vero e proprio granaio di “riserva” nei momenti in cui l’Urbs si trovava costretta a combattere le carestie. Pestelli e macine in pietra, orci e olle di impasto, sono testimonianze della lavorazione dei cereali nella sfera domestica, quando le donne di casa o i servi si apprestavano alla cura del focolare e alla preparazione dei pasti. Dalla lettura delle fonti, sembra che il “piatto” preferito dagli Etruschi fosse la minestra di farro, pertanto anche questo cereale, assieme al grano tenero da cui si ricavava la farina per il pane, era conosciuto e molto apprezzato. Un altro alimento assai diffuso e presente su tutte le tavole era il formaggio e tutti i prodotti della lavorazione casearia; il latte di ovini, bovini e caprini era lavorato dai pastori, la cui produzione si specificò talmente tanto che in alcune città sorsero botteghe rinomate. Tra queste, Plinio ricorda la produzione di Luni. Il tutto era poi completato da frutta e verdure di stagione; molto conosciuta era la frutta secca, su cui insiste Plinio, esportata a Roma e utilizzata come ingrediente base per la preparazione di pietanze dolci se impastata con miele e spezie di vario tipo. Ma la terra d’Etruria era anche grande produttrice di olio d’oliva, che dal VII sec. a.C. viene lavorato localmente, per poi essere importato direttamente dalla Grecia alle soglie del secolo successivo. Era un prodotto fondamentale, ma forse l’impiego in cucina era quello meno preponderante; infatti, con l’olio si illuminavano le torce e si producevano profumi e unguenti per la pulizia personale2. Note a tutti sono statue in bronzo raffiguranti atleti nell’atto di detergersi la pelle con lo strigile, uno strumento in metallo dalla forma a cucchiaio allungato, utile per pulirsi dalla miscela di olio e sale che aveva una funzione esfoliante. (foto 1 e foto 2) Inoltre, per la produzione di prodotti cosmetici e per la toelette femminile, l’olio era l’ingrediente principale. Non solo olio ma anche il vino, inizialmente importato dalla Grecia, veniva prodotto su scala locale; distese di vigne e di oliveti caratterizzano tutt’oggi i paesaggi delle dolci colline toscane, segno di una produzione così profondamente radicata che, senza discontinuità, ha caratterizzato fortemente il paesaggio stesso. Dunque, una tavola davvero ricca: pani, focacce di grano tenero, formaggi, miele, carni allo spiedo, pesce, frutta secca speziata e dolce, vino profumato.

Foto 3 / oinochoe etrusco / corinzia del Pittore delle Rondini. Vulci, 620 a.C.

Una grande varietà di prodotti ed una grande varietà di ceramiche adibite alla preparazione e al consumo dei pasti; è necessario però distinguere reperti di fattura più grezza, utilizzati quindi come strumenti da mensa e da dispensa e certamente non di uso elitario, da prodotti invece esclusivi, finemente decorati e dalle forme eleganti. Una tavola aristocratica si componeva quindi di coppe su alto piede, kantharoi e kilikes colme di vino speziato e dall’alta gradazione alcolica; recipienti strabordanti di frutti, piatti decorati su cui servire le carni allo spiedo, ma soprattutto crateri in cui si mesceva il vino e si diluiva con acqua, kyathoi, una sorta di attingitoi per prelevare il vino da versare nelle coppe, e splendide oinochoai, le brocche dell’antichità, dal corpo ovoidale e dall’orlo trilobato, utilizzate per versare l’acqua e fiore all’occhiello della produzione etrusco-corinzia3 (foto 3). Immaginiamo quindi anche la giusta ambientazione entro cui collocare tanta opulenza: la tomba dei Rilievi di Tarquinia offre un ottimo esempio di ambiente domestico, ricco di utensili più vari, in cui avremmo potuto trovare una tavola imbandita, predisposta per un banchetto i cui partecipanti si sarebbero comodamente sdraiati sulle klinai, letti in legno o metallo, interamente coperti di morbidi cuscini e stoffe sontuosamente decorate. Splendide immagini di questo tipo non sono frutto di fantasia, bensì della lettura attenta della cultura materiale a nostra disposizione. Gli affreschi tarquiniesi, in questo caso, offrono gli spunti migliori e l’esempio classico e più studiato è rappresentato dal frontone della camera principale della Tomba della Caccia e della Pesca4 (foto 4). Datata al 520 a.C., le immagini dipinte su parete incarnano e riassumono efficacemente lo stile di vita delle aristocrazie etrusche, ossia di quella cerchia di famiglie arricchitesi grazie ai commerci e che, fortemente influenzate dalla cultura greca, fecero del banchetto un momento di esaltazione di principi e virtù in cui riconoscersi. Il frontone rappresenta una sorta di fermo immagine di un momento di intima complicità tra due coniugi; moglie e marito sono sdraiati sul fianco sinistro, con il gomito appoggiato su morbidi cuscini colorati. La donna è vestita di tutulus, un copricapo di derivazione orientale, indossa calcei repandi, scarpe a punta molto di moda in Etruria ed indossa splendidi orecchini a disco realizzati a granulazione, una tecnica che permetteva la realizzazione di fini sfere d’oro applicate poi su lamina. Le vesti, tra cui il mantello verde oliva, sono rese con minuzia di particolari e si presentano in eleganti contrasti di colore, di grande gusto ed eleganza. L’uomo è invece a dorso nudo e indossa una collana di bucrani, porta barba e capelli lunghi ed è rappresentato nell’atto di passare alla moglie una patera, una sorta di tazza larga e bassa, utilizzata durante i banchetti. La scena è contestualizzata entro un ambiente riccamente decorato di ghirlande appese alle pareti, con ancelle addette alla realizzazione di corone di fiori: le stesse corone che la moglie sta passando al marito. Il letto su cui sono sdraiati è ricoperto di stoffe colorate e si riconosce il cuscino su cui i due si appoggiano.

Foto 4 / Tomba della Caccia e della Pesca, Tarquinia. Necropoli di Monterozzi. Particolare del frontone della camera principale / ph P. Bondielli

Questa rappresentazione costituisce davvero un unicum nel panorama dell’arte etrusca, sotto tutti i punti di vista; non solo, infatti, è preziosissima fonte di ricostruzione delle ambientazioni e delle cerimonie aristocratiche, ma spinge anche ad una considerazione importante sul piano sociale. I gesti dolci e affettuosi dei due soggetti, infatti, tradiscono qualcosa di più: vi viene riconosciuta una coppia coniugale a tutti gli effetti. Ma questa considerazione, che può sembrare banale, in realtà non è affatto da sottovalutare dal momento che nella società etrusca, contrariamente al mondo romano, la donna godeva degli stessi diritti dell’uomo, pertanto era ammessa, in qualità di moglie aristocratica, al fianco del marito in occasione dei banchetti. Ancora una volta, questa libertà venne aspramente criticata dagli stessi autori di II e I sec. a.C. che già avevano “ghettizzato” e criticato fortemente la società etrusca: la piena libertà delle donne alimentava le dissertazioni e le male lingue circa la dissolutezza dei costumi. In ambiente romano, ma anche in ambiente greco, le uniche figure femminili ammesse alle cerimonie conviviali erano le etère: cortigiane, intrattenitrici, danzatrici, in una parola, prostitute raffinate. Pertanto, i sostenitori della tradizione degli antichi, del mos maiorum, inquadrarono tutte le donne etrusche come donne dissolute, dedite solo a bere vino e ad intrattenere gli uomini. Donne di malaffare, come si direbbe oggi. Niente di più sbagliato!

Foto 5 / Tomba degli Scudi, Tarquinia. Necropoli di Monterozzi. Laris Velcha e Velia Sethiti

Un’altra strepitosa immagine che concerne il banchetto e che restituisce la giusta dignità alla donna etrusca, è custodita tra le pareti affrescate della Tomba degli Scudi, nella necropoli di Monterozzi a Tarquinia; sulle pareti dell’atrio sono rappresentate coppie a banchetto, tra cui si riconosce il proprietario della tomba, Laris Velcha, in compagnia della moglie, Velia Sethiti, nell’atto di ricevere un uovo, dono del marito e simbolo di fertilità5 (foto 5). La coppia si presenta semisdraiata sulla kline coperta di stoffe riccamente decorate in svariati colori e con motivi ornamentali geometrici tra i più vari. Davanti a loro si trova una tavola in legno, predisposta per la cerimonia, con pani e focacce.

Foto 6 / Tomba degli Scudi, Tarquinia. Necropoli di Monterozzi. Velthur Velcha e Ravnthu Arpthnai

Altre coppie compongono la scena, tra cui Velthur Velcha con la moglie Ravnthu Arpthnai: quello che colpisce è la presenza dei due suonatori di flauto e di lira che quindi contribuiscono a creare uno scenario piacevole e rilassato, ad indicare il fatto che durante i banchetti la musica fosse un elemento imprescindibile, necessario e molto gradito. (foto 6) Non soltanto la grande pittura funeraria, ma anche la coroplastica ha restituito elementi su cui riflettere; sicuramente noto a tutti è il Sarcofago degli Sposi, conservato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. (foto 7) L’opera, una terracotta decorata, si data all’ultimo quarto del VI sec. a.C. ed immortala una coppia coniugale a banchetto la cui iconografia ricorda la scena raffigurata sul frontone della Tomba della Caccia e della Pesca; effettivamente non siamo su orizzonti cronologici distanti, per cui si può ipotizzare che la realizzazione dell’una abbia influenzato la realizzazione dell’altra. Al di là di altre considerazioni, lasciamo che quest’opera ci affascini in tutta la sua eleganza; nelle mani dei coniugi, raffigurate in un gioco di intrecci maliziosi, si nota un atteggiamento amorevole che lega intimamente i due personaggi. La minuzia di particolari nella realizzazione dell’urna porta a considerazioni sulle vesti morbide della donna che indossa tutulus e calcei repandi. Inoltre, il forte realismo ed il grado di dettaglio, indici della straordinaria maestria dell’artigiano, permettono di notare fini particolari relativi alla kline: un letto rialzato, con quattro zampe intagliate a motivi vegetali a palmetta, che ricorda la lavorazione eburnea. Uomo e donna poggiano su una sorta di alto e soffice materasso coperto da stoffe che ricadono morbidamente verso il basso e su una serie di cuscini impreziositi da ricami. Dunque, un’immagine unica nel suo genere ed estremamente preziosa nell’ottica della ricostruzione fedele di una realtà aristocratica che ha lasciato splendide manifestazioni di sé.

Foto 7 / Sarcofago degli Sposi, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma / ph www.cineca.it

Ancora più suggestivo è il Sarcofago di Larthia Seianti, aristocratica a banchetto, identificata grazie all’iscrizione sul lato principale dell’urna. (foto 8 e foto 9) L’opera, esposta al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, viene datata intorno al 150/130 a.C. e la sua particolarità è la forte policromia che colpisce il visitatore. La donna è rappresentata semisdraiata sulla kline interamente lavorata con rosoni incastonati tra semicolonne con capitelli a volute, a ricordare splendidi giochi di intarsi nella lavorazione del legno. Tutti gli elementi facenti parte della decorazione sono interamente dipinti in un gioco di ricchi contrasti: viola, rosso, verde e giallo contribuiscono a creare un’atmosfera gioiosa, espressione del carattere peculiare di questa tipologia di cerimonie conviviali. Si noti la morbidezza che traspare dalla realizzazione dei cuscini su cui Larthia si appoggia; splendide frange che ricadono in basso, colori sgargianti in viola e giallo oro. (foto 10) Dunque, ecco l’immagine di una donna dell’aristocrazia, dalle vesti delicate e morbide e dagli splendidi gioielli, personificazione di quell’opulenza, di quella ricchezza e di quell’eleganza che ancora in un’Etruria ormai romanizzata, continuavano ad incarnare i valori di una élite che rese memorabile il mondo etrusco, ormai perso nei fasti del passato.

Foto 8 / Sarcofago di Larthia Seianti, Museo Archeologico Nazionale di Firenze
Foto 9 / Sarcofago di Larthia Seianti, Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Particolare della decorazione e dell’iscrizione
Foto 10 / Sarcofago di Larthia Seianti, Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Particolare dei cuscini

1) G. Camporeale 2004, pp. 177 ss.
2) G. Camporeale 2004, pp. 177 ss.
3) M. Martelli 2000, pp. 54 ss.
4) S. Steingraber 1985, pp. 299 ss.
5) S. Steingraber 1985.

Bibliografia

G. Camporeale 2004, “Gli Etruschi. Storia e civiltà”, Giovannangelo Camporeale (a cura di), UTET Torino.
M. Martelli 2000, “La ceramica degli Etruschi. La pittura vascolare”, Marina Martelli (a cura di), DeAgostini.
S. Steingraber 1985, “Catalogo ragionato della pittura etrusca”.

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Gemma Bechini

Gemma Bechini nasce a Pistoia il 30/07/1986. Dopo aver perseguito la maturità classica presso il Liceo Carlo Lorenzini di Pescia, ha conseguito la Laurea Triennale in Storia e Tutela dei Beni Archeologici in data 5/11/2009, presso l’Università degli Studi di Firenze, presentando una tesi in Etruscologia (“Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia”, 105/110). Ha successivamente conseguito la Laurea Magistrale in Archeologia nello stesso ateneo, in data 15/10/2012, curriculum classico, , presentando una tesi in Etruscologia (“Tipologia delle coppe da Poggio Civitella, Montalcino – Siena”, 109/110). Durante la carriera universitaria ha effettuato tirocinio partecipando a quattro campagne archeologiche: Gavorrano – Castel di Pietra (luglio 2008), Populonia (settembre 2010), Monte Giovi (ottobre 2010), Tarquinia – Tumulo della Regina (agosto 2012). Ha partecipato a titolo di guida museale per conto del F.A.I., in occasione delle Giornate di Primavera (23 e 24 marzo 2013). È iscritta al G.A.R.S. da ottobre 2012 ed ha partecipato come relatrice ai convegni: “Donna in Cammino, un viaggio nella storia attraverso le culture” in data 11/05/2013, presentando un lavoro sulla figura della donna in Etruria e “Pescia ed il suo territorio: novità archeologiche, artistiche e naturalistiche”, concentrandosi sullo studio di evidenze etrusche dal colle di Speri, in data 22/06/2013. Attualmente iscritta al secondo anno in corso presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università degli Studi di Firenze, ha preso parte al Corso di Perfezionamento in Conservazione dei Beni Culturali, presso lo stesso ateneo (dipartimento di Architettura), nel periodo marzo – maggio 2013, e al Corso Laser Scanner 3D – Metodologia di lavoro: dall’acquisizione sul campo, all’elaborazione dati”, tenutosi in data 23/09/2013 presso la sede Microgeo S.r.l., Campi Bisenzio. Continua a collaborare con il gruppo G.A.R.S. di Pescia per la riapertura del Museo Civico di Scienze Naturali.

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