La storia non ha lasciato sempre reperti, monumenti e documenti da studiare, preservare e ammirare.

I libri ci raccontano di gesta eroiche, di epiche battaglie che hanno modificato i confini del mondo conosciuto, ma troppo spesso si dimenticano delle storie a “margine”, di ciò che accade un po’ più in là, lontano dai riflettori diremmo oggi, senza che nessun monumento le celebri e con le fonti storiche che – se si è fortunati – ne fanno cenno mentre parlano d’altro.

Succede quindi che nel cuore della Daunia, nella Puglia più settentrionale, il glottologo Graziadio Isaia Ascoli individua una vera e propria lingua che battezza con un termine forse un poco impreciso, ma che tutt’oggi è riconosciuto e utilizzato gli studiosi della materia: il franco-provenzale. Siamo nel 1873, circa sette secoli dopo l’inizio dei fatti, e ancora le cose non ci sono del tutto chiare, perché questa particolare e interessante vicenda è accaduta a seguito di eventi storici così noti e importanti da oscurarne la genesi, che siamo costretti a dedurre da fonti indirette.

Se per il Piemonte e la Valle d’Aosta ospitare aree linguistiche franco-provenzali ci appare come un fatto plausibile data la vicinanza geografica, per la Puglia – che dista centinaia di chilometri dal punto di origine – la faccenda si fa più intrigante. Proviamo quindi a capire perché a Faeto e Celle di San Vito, due gioielli della Daunia, ancora oggi si parla questa antica lingua.

Tralasciando gli aspetti tecnici per definire cos’è il franco-provenzale, che ci costringerebbero a parlare di proparossitoni latini con evoluzioni di consonanti e vocali d’appoggio (?), partiamo dal dato più ovvio. In un tempo remoto qualcuno che abitava un’area geografica che aveva come centro più importante Lione, l’antica Lugdunum che divenne poi capitale delle Gallie e individuata dagli studiosi come centro di propagazione del franco-provenzale, si spostò in Puglia e vi rimase tanto a lungo da avere una discendenza.

Manfredonia – Re Manfredi a cavallo – scultura di Salavtore Lovaglio. Foto di Samuele Romano

Secondo la tesi più accreditata che accoglie il favore della maggior parte degli studiosi, il tutto si inquadrerebbe nel contesto storico immediatamente successivo alla morte di Federico II, e quindi nei complessi e tempestosi rapporti tra il Papato e la casa imperiale di Svevia. Per il primo i protagonisti sono diversi pontefici che si susseguono sul trono di Pietro, mentre per la seconda il protagonista è Manfredi, figlio di Federico II, che all’interno delle attività diplomatiche volte a trovare un accordo tra le parti viene scomunicato dalla Chiesa per ben tre volte!

Manfredi vuole l’Italia intera tutta per sé e il papa non gliela vuole dare. Non solo. Gli toglie anche la corona di Sicilia, storicamente un feudo dello Stato Pontificio, offrendola a vari re dell’epoca, finché Carlo I D’Angiò – principe di Provenza ma di fatto senza un regno proprio – accetta di indossarla e va a prendersela.

Saranno ben 5 i cardinali che il giorno dell’Epifania del 1266 lo incoroneranno Rex utriusque Siciliae in San Giovanni Laterano, mentre la sede della Curia Pontificia è a Viterbo ormai dal 1257 per sottrarsi al clima riottoso che si respira a Roma.

La Fortezza di Lucera. www.foggiatoday.it

L’atto dell’incoronazione è solo l’ultima parte di una lunga trattativa che tra le altre cose prevede l’adesione dell’Angioino alla crociata pontificia contro la casata sveva, che avrà il suo epilogo il 26 febbraio dello stesso anno a Benevento. Carlo I D’Angiò con il suo esercito di franco-provenzali supportato da un nutrito gruppo della cavalleria di Parte Guelfa, sconfigge la compagine eterogenea del Manfredi formata da ghibellini lombardi, parte della guarnigione dei saraceni di Lucera e di soldati tedeschi fedeli agli Hohenstaufen. Manfredi intuita la totale disfatta si getta nella mischia cercando una morte eroica, trovandola, mentre Carlo diventa sovrano di tutto il meridione d’Italia. O quasi. Perché la guarnigione di saraceni che Federico II installò a Lucera decide di ribellarsi e inizia a compiere pericolose scorribande che destabilizzano il territorio.

E qui ci avviciniamo ai fatti che più ci interessano.

Dall’esercito di franco-provenzali che è al seguito del D’Angiò si distacca un contingente con il preciso compito di risolvere la questione “Lucera” la cui cittadella viene presa d’assedio. Sempre nell’ottica di prevenire scorribande saracene, un drappello di circa 200 soldati del medesimo contingente viene inviato a presidiare il castello di Crepacore. Sono proprio questi militari, una volta abbattuto il baluardo islamico, che decidono di stanziarsi nei pressi del castello, ricevuto in dono da Carlo I D’Angiò insieme all’area circostante, facendosi poi raggiungere dai propri familiari.

Profilo del castello di Crepacore presso Faeto.
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Crepacore_castle_near_Faeto.jpeg

Circa un secolo dopo per via delle note vicende che coinvolgono angioini e aragonesi, il gruppo di ex soldati si sposta di qualche chilometro, più precisamente tra il monastero dei benedettini di Sancti Salvatori de Faieto (Santissimo Salvatore del Faggeto) e quello di Sancte Mariae de Faieto (Santa Maria del Faggeto). Come si può facilmente intuire nasce così il paese di Faeto. Alcuni di questi uomini preferiscono stanziarsi in una zona poco distante, andando ad occupare un fabbricato appartenuto ai frati del convento di San Nicola e sistemandosi nelle loro celle. Grazie alla vicinanza di un piccolo santuario dedicato a San Vito arriviamo così al toponimo di Celle di San Vito.

Faeto e Celle di San Vito, due piccoli comuni che costituiscono l’unica enclave franco-provenzale del meridione d’Italia, inseriti in un contesto naturalistico mozzafiato del Subappenino Dauno Meridionale, tra bellissimi boschi e montagne maestose.

Faeto lo si vede da lontano mentre si percorrono le sinuose vie del Tavoliere, accovacciato su un fianco del monte Perazzoni a quasi 900 metri sul livello del mare, affacciato sulle sponde del fiume Celone e incastonato tra il monte Cornacchia, il monte San Vito e il monte Castiglione. Il colpo d’occhio regala un insieme armonico che potrebbe rientrare a buon diritto nei morbidi paesaggi di una tela di Pasquale Mattej o Teodoro Ducière dell’ottocentesca Scuola di Posillipo, se non fosse per l’assenza del mare.

Panorama dal belvedere di Faeto. Ph/Paolo Bondielli

Anche se in realtà il mare non manca a Faeto. La sua posizione privilegiata regala un belvedere che invita lo sguardo a raggiungere l’orizzonte fino al Mediterraneo seguendo l’irregolare policromia del Tavoliere, dove in lontananza il mare e il cielo a volte si fondono in un azzurro intenso che li rende indistinguibili.

A Faeto il microclima è straordinario. L’aria viene filtrata e si arricchisce attraversando secolari faggeti, alberi di tiglio e melo selvatico, di sorbo e acero. È questo il segreto che trasforma semplici materie prime in eccellenze come il Prosciutto di Faeto ed anche se oggi l’aerazione delle celle di stagionatura è gestita in remoto, è sempre la medesima aria che circola tra quelle primizie dando loro quel valore aggiunto che crea unicità.

L’ingresso della Casa del Capitano e la bifora che si affaccia sulla strada. Faeto. Ph/Paolo Bondielli
Passeggiando per Faeto. Ph/Paolo bondielli

Il centro storico di Faeto presenta interessanti testimonianze risalenti al XV secolo, come la Casa del Capitano, caratterizzata da una grande bifora costruita – molto probabilmente – con materiali provenienti dal monastero del Santissimo Salvatore. Oggi è sede del museo archeologico che custodisce una raccolta di reperti afferenti ad un ampio arco temporale, dalla preistoria al medioevo, testimoni di una lunga evoluzione insediativa.

La croce di Giarosetta a Faeto. Ph/Paolo Bondielli

Dallo stesso monastero proviene anche la Croce di Giarosetta posta su una colonna al centro di una piazza a lei dedicata, che secondo la tradizione fu portata a Faeto con una solenne processione intorno al 1570. Sulla base della croce è incisa una data assai più recente, il 1799, e questo fa pensare che l’originale sia andato perduto e prontamente sostituito dai devoti faitar.

L’intera area è disseminata di mulini ad acqua disposti lungo il percorso del torrente Celone, ma ce n’è uno nel cuore del paese che racconta una storia fatta di nuove invenzioni, di cambiamenti epocali vissuti con l’approccio sobrio e pratico della civiltà contadina.

Il Mulino Pirozzoli ha macinato farina fino al 1982 utilizzando però una forza diversa da quella dell’acqua: il motore a scoppio prima e l’energia elettrica poi. Gli abitanti di Faeto potevano quindi evitare di percorrere lunghi sentieri carichi di grano per raggiungere i mulini ad acqua e recarsi più comodamente nel centro del paese seguendo di persona le fasi di lavorazioni.

L’interno del molino Pirozzoli e una degli eredi della famiglia, Ausilia Pirozzoli, che ne racconta la storia. Ph/Paolo Bondielli

Poco distante, come già detto, sorge il piccolo centro di Celle di San Vito, il più piccolo comune della Puglia che si distribuisce lungo la strada centrale a 735 metri sul livello del mare. Una serie di strette stradine i cui nomi sono espressi in lingua franco-provenzale, ospitano le abitazioni del piccolo borgo per lo più rivestite di mattoni in pietra.

Interno della chiesa nuova a Celle di San Vito. Ph/Paolo Bondielli

Percorrendo via Roma si incontra la chiesa nuova dedicata a Santa Caterina Vergine e Martire, costruita nel 1884, che custodisce un pregevole esempio di organo-armadio databile al ‘700. Poco oltre si raggiunge la zona della ghjeise vièglje (chiesa vecchia) di cui oggi resta solo una nicchia che accoglie l’immagine di San Vito e regala al borgo un angolo suggestivo, una sorta piazza centrale dove si affacciano alcune delle case più antiche di Celle di San Vito.

La strada termina presso l’Arco dei Provenzali, antico accesso al paese per coloro che giungevano da nord, oltrepassato il quale troviamo l’ingresso del Museo della Civiltà Contadina. Al suo interno, grazie al lavoro dei volontari e alle donazioni delle famiglie dell’intera zona, sono stati ricostruiti angoli che raccontano storie lontano nel tempo che ci riportano ai racconti dei nostri nonni, vere e proprie memorie storiche che racchiudono e perpetuano nel tempo quelle tradizioni e quel “saper fare” che hanno permesso l’evoluzione tecnologia che ha travolto, ma anche stravolto, il nostro tempo.

Ingresso del Museo della Civiltà Contadina. Ph/Paolo Bondielli
L’interno del Museo della Civiltà Contadina Franco-Provenzale. Ph/Paolo Bondielli

A circa 3 Km da Celle, in località Taverna di San Vito, si trovano i resti della Chiesa dedicata al santo che dà il nome al borgo, risalente al XII secolo. A testimoniare il suo periodo di splendore, quando era gestita dai religiosi del convento di San Nicola, era in loco un rosone di pregevole fattura che purtroppo è scomparso, quasi certamente trafugato e finito nel circuito del traffico di reperti.

Chiesa di San Vito in località Taverna di San Vito.

Nell’area fu ritrovata anche un’epigrafe romana del 213 d.C., poi rimossa dai proprietari del terreno, nella quale il centurione M. Aurelius Nigrinus consacrava all’imperatore Caracalla i boschi intorno al torrente Celone, che nell’epigrafe vengono indicati come “lucum aquiloniensem”.

La vicinanza del sito all’antico tracciato della Via Traiana ha fatto supporre agli studiosi che in quella zona sorgesse la stazione di cambio che in quell’epoca segnava il confine tra “Apulie et Campaniae”, indicata nei documenti con il nome di “mutatio Aquilonis”.

Scorcio del borgo di Celle di San Vito. Ph/Paolo Bondielli.

Faìte e Célle de Sant Uite sono due comuni dei Monti Dauni, due perle incastonate in un ambiente ricco di tutto ciò che trasforma un luogo in una meta. Storia e tradizioni culinarie, aziende vinicole e percorsi naturalistici e le persone che in quei luoghi vivono, impegnate nel mantenere viva la loro identità e di conseguenza il loro futuro. Purtroppo, il fenomeno della migrazione verso centri che offrono maggiori possibilità sia per la formazione che in ambito professionale, sta minando alla base il futuro di questi piccoli borghi. L’impegno che gli amministratori locali assieme ai cittadini stanno mettendo in campo è tangibile, anche se talvolta può sembrare una lotta contro i mulini a vento. Ma qui siamo in Puglia e sappiamo bene che se il vento è ben gestito più diventare risorsa.

L’Arco dei provenzali. Ph/Paolo Bondielli

Non resta che ringraziare il Comune di Faeto, capofila del progetto da cui è nato questo press tour e l’associazione Frequenze che l’ha messo in pratica. Il tour non ha interessato solo i comuni di Faeto e Celle di San Vito e presto vi racconterò altre storie di altri borghi altrettanto splendidi, perché questa è davvero un’Apulia Felix!

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Paolo Bondielli

Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

2 Commenti

  1. Ringrazio il Dottor Bondielli per l’esausitivo articolo che ripercorre la storia del Francoprovenzale in Capitanata. Il plauso mi e’ di spunto per evidenziare come il Museo della Civiltà Contadina sia oggi presente grazie all’attivita’ e al prodigarsi del Sig. Vincenzo Rubino dal quale per l’appunto trae origine la denominazione dello stesso polo museale. Ad oggi infatti la comunita’ francoprovenzale di Faeto e Celle di San Vito puo’ vantare l’esposizione di spaccati di vita quotidiana e di strumenti utilizzati nel passato a seguito della donazione, da parte della Famiglia Rubino, dei beni museali alla collettivita’.
    In ultimo, rimanendo nell’alveo della storia del francoprovenzale e di cio’ che solo in parte e’ stato fatto per far si’ che le nuove generazioni non si “allontanino”, le evidenzio l’attivita’ di ri-creazione di una tipica costruzione contadina (il pagliaio) da parte dell’allora Archeoclub di Faeto di cui al link di seguito https://visitafaeto.wordpress.com/cosa-vedere-a-faeto/il-pagliaio/ nonche’ l’istituzione dello sportello linguistico francoprovenzale che, proprio sotto la guida del Rubino, ha dato vita al Dizionario Francoprovenzale-Italiano e al Glossario con Rimario in francoprovenzale di Faeto.
    E’ inutile evidenziarle che qualora sia interessato all’approfondimento della tematica, saro’ ben lieto di produrle materiale a supporto.
    L.Rubino

  2. Grazie mille gentile Leonardo, la contatterò senz’altro per un approfondimento, da cui potrebbe nascere un ulteriore articolo. A presto!
    Paolo Bondielli

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