Le analisi eseguite sulla mummia predinastica conservata al Museo Egizio di Torino confermano le ipotesi formulate da un team di ricercatori che retrodatano di circa un millennio il processo di mummificazione, generalmente collocato intorno al 2600 a.C. circa.

I risultati della decennale ricerca effettuata dal team del dottor Stephen Buckley, archeochimico ed esperto di mummificazione dell’Università di York, e della dottoressa Jana Jones, egittologa ed esperta in pratiche di sepoltura alla Macquarie University di Sydney, sono stati pubblicati sul Journal of Archaeological Science.

L’intuizione che sta alla base dell’ipotesi di lavoro del team è maturata durante le analisi eseguite su una serie di tessuti di lino utilizzati per avvolgere alcune mummie ritrovate nella necropoli di Mostagedda, risalenti al 4000 a.C. circa, ed ora custodite presso il Bolton Museum nell’Inghilterra del nord.

Le sostanze estratte da questi frammenti di tessuto sembravano essere compatibili con quelle generalmente utilizzate nei processi di mummificazione, ma la concreta possibilità che queste fragili particelle di lino fossero state contaminate nel corso dei secoli ha costretto il team ad allargare l’indagine, giungendo fino al prestigioso museo del capoluogo piemontese, dove una mummia risalente a quel periodo storico rappresentava un’opportunità unica per un’analisi scientifica accurata, in quanto il corpo non aveva mai subito moderni processi di conservazione e poteva quindi garantire la sterilità di cui gli studiosi avevano bisogno.

Fred, la mummia predinastica del Museo Egizio di Torino (ph. Tiziana Giuliani)

Della mummia oggetto delle analisi, affettuosamente chiamata Fred, sappiamo che risale al 3700-3500 a.C. circa, periodo storico conosciuto come Naqada I, che proviene da Gebelein, un sito archeologico dell’Alto Egitto che fu oggetto di indagine per lungo tempo da parte di Schiaparelli, il celebre egittologo a capo del Museo Egizio tra il 1894 e il 1928, e che è diventata parte della collezione del museo nel 1901. La mummia è molto nota in quanto è esposta da moltissimi anni in una teca ovale appositamente costruita per ricreare l’ambiente in cui era stata trovata e per ospitarne i resti, suscitando la curiosità di grandi e piccini.

E’ la prima volta che vengono effettuati test su una mummia predinastica e questa ha rilasciato preziose informazioni sull’origine di quella che poi sarebbe diventata la mummificazione iconica che conosciamo.

Le indagini su Fred, condotte nei laboratori di medicina forense, hanno visto coinvolti i ricercatori delle Università di York, Macquarie, Oxford, Warwick, Trento e Torino. Combinando l’analisi chimica con l’esame visivo del corpo, le indagini genetiche, la datazione al radiocarbonio e l’analisi microscopica degli involucri di lino, si è attestata la presenza delle stesse sostanze che il dottor Buckley aveva estratto dai frammenti di lino provenienti dalla necropoli di Mostagedda e si è appurato che il corpo apparteneva ad un soggetto maschio deceduto tra i 20 e i 30 anni. Questo dimostra che il corpo di Fred, da sempre ritenuto imbalsamato naturalmente grazie al clima caldo e secco dell’ambiente desertico egiziano (proprio come Ginger, la mummia del British Museum classificata come Gebelein Man A), era invece stato sottoposto ad un trattamento rituale di imbalsamazione intorno al 3.600 a.C., agli arbori della Civiltà Egizia, retrodatando – come già detto – di circa un millennio il primo utilizzo di questa pratica che caratterizza fortemente l’antico Egitto.

Gli studi recentemente effettuati dalla squadra del dott. Buckley su Fred hanno anche permesso di rintracciare ed elaborare l’impronta digitale chimica di ogni singola sostanza usata per conservare il corpo del defunto, concludendo che per la ricetta base dell’immortalità occorrevano i seguenti ingredienti:

olio vegetale – probabilmente olio di sesamo;

estratto di radice tipo “balsamo” che potrebbe provenire dai giunchi;

gomma a base vegetale – uno zucchero naturale che potrebbe essere stato estratto dall’acacia;

resina di conifera, probabilmente di pino.

E’ proprio quest’ultimo componente ad essere l’ingrediente fondamentale di questa ricetta: una volta mescolata nell’olio, la resina di pino avrebbe assunto proprietà antibatteriche, proteggendo così il corpo dalla decomposizione.

Fred, la mummia predinastica del Museo Egizio di Torino (ph. Paolo Bondielli)

Questi risultati non hanno esclusivamente una valenza scientifica: oltre a testimoniare un scambio commerciale con il Levante sin da epoche così remote (in Egitto non erano diffuse le conifere e per gli approvvigionamenti di queste piante e dei loro prodotti gli antichi abitanti del Nilo dovevano rivolgersi a paesi quali il Libano, Cipro…), la ricerca ha avuto anche riflessi importanti in ambito religioso. Il rituale dell’imbalsamazione fa seguito a concetti cultuali complessi e questo studio rappresenta la prova di come la preservazione del corpo dopo la morte fosse già fulcro vitale nelle credenze religiose del popolo che viveva lungo le sponde del Nilo. Per gli antichi Egizi era necessario un corpo perfettamente conservato per poter vivere ancora dopo la morte, l’aldilà era un luogo in cui continuare a vivere, ma senza un corpo dove far risiedere lo spirito questo mondo ultraterreno non era accessibile.

Per questo motivo gli antichi egizi perfezionarono sempre più questa ricetta base ricca di agenti battericidi, anche se le indagini condotte hanno evidenziato che la miscela impiegata su Fred non dista poi molto per composizione e proporzione degli ingredienti dalla formula che comunemente conosciamo e che fu applicata sulle mummie reali, e non, circa 2500 anni dopo, quando le tecniche di imbalsamazione si erano così affinate ed erano così elaborate da raggiungere il loro apice. Quel che poi sorprende non è la sola corrispondenza tra i componenti utilizzati a distanza di millenni, ma che quel processo di mummificazione fosse presente già all’epoca in una vasta area geografica: tra Fred e la necropoli di Mostagedda ci sono centinaia di km di distanza.

Dettaglio della mummia predinastica del Museo Egizio di Torino (ph. Paolo Bondielli)

Le tecniche poi mutarono e si evolsero seguendo le diverse tipologie di inumazione. Non si seppellivano più i corpi nella rovente sabbia che provvedeva al prosciugamento dei liquidi, erano quindi necessari altri accorgimenti per preservare intatto il corpo. Da qui lo sviluppo di quelli che sono poi diventati i passaggi chiave della mummificazione: la rimozione del cervello e degli organi interni, la deposizione del corpo nel natron per 40 giorni così da prosciugarlo da tutti i liquidi, cospargere di oli e resine il tessuto epidermico per un’azione battericida e conservativa, e avvolgere il corpo con bende di lino inserendo tra esse specifici amuleti. L’applicazione di questi unguenti e resine divenne quindi solo un passaggio nell’attento processo di conservazione di un corpo.

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