La complessa vicenda dei bronzi dorati da Cartoceto di Pergola (PU)

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Il 26 giugno del 1946, in località Santa Lucia di Calamello nel comune di Pergola (PU), furono casualmente rinvenuti circa 318 frammenti di bronzo dorato per il peso complessivo di 9 quintali. Il ritrovamento fu segnalato dall’allora studentessa Piera Vernarecci allo zio, il canonico Giovanni Vernarecci, ispettore onorario di Fossombrone. Preoccupato per la sorte dei reperti, che erano stati fatti sparire, il canonico Vernarecci chiamo il Museo Archeologico Nazionale delle Marche, il cui unico dipendente salariato, a causa della situazione del secondo dopoguerra, era Nereo Alfieri. L’Alfieri, arrivato sul luogo e temendo vendite al mercato antiquario clandestino, sequestrò i reperti in nome dello Stato.

 

. Il gruppo equestre di epoca romana dei bronzi dorati da Cartoceto di Pergola dopo il nuovo allestimento realizzato da Paco Lanciano
Ph. Freddy1971 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=79525398

Il primo restauro fu effettuato da Bruno Bearzi di Firenze, il quale vi impiegò circa dieci anni non solo a causa del numero dei frammenti ma anche al loro stato di rinvenimento: erano stati deformati già in antico. I bronzi furono esposti nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona fino al 1972. Dal 1972 al 1988 i bronzi subirono un altro lungo restauro che diede la possibilità di integrare altri frammenti. Esposto per circa sei mesi nel Museo Archeologico di Firenze, il gruppo statuario in bronzo dorato composto da quattro elementi ritornò al Museo Archeologico Nazionale delle Marche nel 1988. Nello stesso anno venne dato in prestito alla città di Pergola per una mostra.

Il gruppo equestre di epoca romana dei bronzi dorati da Cartoceto di Pergola dopo il nuovo allestimento realizzato da Paco Lanciano
Ph. Freddy1971 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=79525398

Tuttavia, allo scadere del prestito, le statue non vennero restituite al Museo Archeologico Nazionale delle Marche poiché i cittadini ritennero che un tale ritrovamento dovesse appartenere al territorio in cui era stato rinvenuto. Il gruppo di bronzi restò a lungo in una scuola: mentre accesa era la diatriba tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche e il comune di Pergola, le statue iniziarono a deteriorarsi in superficie a causa delle condizioni climatiche a cui erano esposte. Si rese necessario, dunque, un terzo restauro. Nel 2001 fu deciso dal Ministero per i Beni Culturali l’alternarsi dei bronzi tra il Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona e il Museo dei Bronzi dorati e della città di Pergola, creato appositamente.

Sul tetto di Palazzo Ferretti, sede del Museo di Ancona, venne installata una copia del gruppo statuario completato anche dei pezzi non rinvenuti. Nel 2008 il Consiglio di Stato con una sentenza stabilì definitivamente le statue nel Museo della città di Pergola, sentenza annullata nel 2011 su ricorso del comune di Pergola. Nuovamente, nel 2012, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ristabilì la definitiva collocazione nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Ad oggi il gruppo bronzeo è ancora esposto al Museo dei Bronzi dorati e della città di Pergola che, grazie al fisico Paco Lanciano, dal 2019 ha trasformato l’allestimento in un’esperienza immersa tramite l’uso di filmati e giochi di luce.

Figura femminile
Ph. Accurimbono using a digital camera, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1548491

Le statue raffigurano due cavalieri a cavallo e due figure femminili a piedi. Dei due cavalieri, uno è molto frammentario, l’altro è meglio preservato, e rappresenta un uomo di ca. 40 anni, il cui abbigliamento lo fa identificare come un militare di rango in tempo di pace, come confermerebbe anche il braccio alzato. Per quanto riguarda le due figure femminili, una è scarsamente conservata, restando solo la porzione tra il basamento e la vita; l’altra, in età avanzata, ha acconciatura di tipo ellenistico (in voga nella seconda metà del I sec. a.C.), ed è abbigliata con stola e palla. I due cavalli sono rappresentati con passo incedente, essendo una zampa anteriore alzata. I pettorali sono decorati con tritone e nereide, cavalli marini e delfini, mentre sulle bardature sono raffigurati Marte, Venere, Giove, Giunone, Mercurio e Minerva.

Luogo di rinvenimento dei bronzi dorati
https://archeologiagalliacisalpina.wordpress.com/2021/01/09/i-bronzi-dorati-di-pergola-cartoceto/

L’area di rinvenimento, lontana dai contesti urbani anche in antico, si situa non molto lontano dall’intersezione tra la Via Flaminia e la Via Salaria Gallica. L’originaria collocazione e i personaggi rappresentati dal gruppo statuario sono ancora dibattuti. Per quanto riguarda la collocazione, la tipologia di materiale e manifattura ha fatto pensare alla possibile esposizione nei fori di Forum Sempronii, (Fossombrone), la città più vicina, Sentinum (Sassoferrato), dov’era presente una fonderia per grandi statue, o Suasa, provenendo da qui grossi frammenti di un cavallo di bronzo dorato similare ora alla Walters Art Gallery di Baltimora. Nel 1960, Sandro Stucchi identifica i soggetti del gruppo con i Giulio-Claudi: Nerone Cesare, figlio di Germanico e Agrippina Maggiore, Druso III, Livia Drusilla e Agrippina Maggiore.

Particolare delle teste dei cavalli con bardatura
https://archeologiagalliacisalpina.wordpress.com/2021/01/09/i-bronzi-dorati-di-pergola-cartoceto/

Secondo Stucchi le statue subirono la damnatio memoriae, rappresentando gli esponenti della famiglia imperiale che avevano cospirato contro l’imperatore Tiberio, e che erano stati esiliati o incarcerati. L’ipotesi di Stucchi è oggi ritenuta poco plausibile. Filippo Coarelli sposta la datazione dal 20-30 d.C. di Stucchi al 50-30 a.C., e identifica i personaggi come i rappresentanti di una prestigiosa famiglia dell’ager Gallicus: i Domizi Enobarbi, o il senatore Marco Satrio e Lucio Minucio Basilo, legato di Giulio Cesare in Gallia. Lorenzo Braccesi è concorde nell’identificare il gruppo con una famiglia di alto rango, sia per la posa che per la tipologia di abbigliamento, e nel datarlo alla tarda Repubblica, senza escluderne però una realizzazione successiva. Viktor H. Böhm colloca l’originaria esposizione del gruppo nell’Heraion di Samo e identifica i personaggi con Cicerone e la sua famiglia. L’ipotesi più recente è di Mario Pagano, che individua nel gruppo Lucio Licinio Varrone Murena, Lucio Licinio Murena e Terenzia, sorella adottiva di Lucio Licinio Varrone Murena. Nessuna identificazione per la statua femminile poco conservata.

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Laureata in Archeologia Orientale presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi magistrale in Archeologia Egiziana dal titolo “Iside nei testi funerari e nelle tombe del Nuovo Regno: iconografia e ruolo della dea tra la XVIII e la XIX dinastia” (2013), ha conseguito un master di primo livello in “Egittologia. Metodologie di ricerca e nuove tecnologie” presso la medesima Università (2010-2011). Durante il master ha sostenuto uno stage presso il Museo Egizio de Il Cairo per studiare i vasi canopi nel Nuovo Regno (2010). Ha partecipato a diversi scavi archeologici, tra i quali Pompei (scavi UniOr – Casa del Granduca Michele, progetto Pompeii Regio VI, 2010-2011) e Cuma (scavi UniOr – progetto Kyme III, 2007-2017). Inoltre, ha preso parte al progetto Research Ethiopic language project: “Per un nuovo lessico dei testi etiopici”, finanziato dall’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente e dal progetto PRIN 2005 “Catene di trasmissione linguistica e culturale nell’Oriente Cristiano e filologia critico testuale. Le problematiche dei testi etiopici: testi aksumiti, testi sull’età aksumita, testi agiografici di traduzione” (2006-2007). Ha collaborato ad un progetto educativo rivolto ai bambini della scuola primaria per far conoscere, attraverso sperimentazioni laboratoriali, gli usi e i costumi dell’antico Egitto e dell’antica Roma (2014-2015). È stata assistente di ricerca presso la Princeton University (New Jersey) per “The Princeton Ethiopian, Eritrean, and Egyptian Miracles of Mary digital humanities project (PEMM)” (2020-2021). Ricercatrice indipendente, attualmente è anche assistente di ricerca per il Professor Emeritus Malcolm D. Donalson (PhD ad honorem, Mellen University). Organizza e partecipa regolarmente a diverse attività di divulgazione, oltre a continuare a fare formazione. Collabora con la Dott.ssa Nunzia Laura Saldalamacchia al progetto Nymphè. Archeologia e gioielli, e con la rivista MediterraneoAntico, occupandosi in modo particolare di mitologia. Appassionatasi alla figura della dea Iside dopo uno studio su Benevento (Iside Grande di Magia e le Janare del Sannio. Ipotesi di una discendenza, Libreria Archeologica Archeologia Attiva, 2010), ha condotto diversi studi sulla dea, tra cui Il Grande inno ad Osiride nella stele di Amenmose (Louvre C 286) (Master di I livello in “Egittologia. Metodologie di ricerca e nuove tecnologie”, 2010); I culti egizi nel Golfo di Napoli (Gruppo Archeologico Napoletano, 2016); Dal Nilo al Tevere. Tre millenni di storia isiaca (Gruppo Archeologico Napoletano, 2018 – Biblioteca Comunale “Biagio Mercadante”, Sapri 2019); Morire nell’antico Egitto. “Che tu possa vivere per sempre come Ra vive per sempre” (MediterraneoAntico 2020); Il concepimento postumo di Horus. Un’ analisi (MediterraneoAntico 2021); Osiride e Antinoo. Una morte per annegamento (MediterraneoAntico 2021); Culti egiziani nel contesto della Campania antica (Djed Medu 2021); Nephthys, una dea sottostimata (MediterraneoAntico 2021). Sua è una pubblicazione una monografia sulla dea Iside (A history of the Goddess Isis, The Edwin Mellen Press, ISBN 1-4955-0890-0978-1-4955-0890-5) che delinea la sua figura dalle più antiche attestazioni nell’Antico Regno fino alla sua più recente menzione nel VII d.C. Lo studio approfondisce i diversi legami di Iside in quanto dea dell’Occidente e madre di Horus con alcune delle divinità femminili nonché nei cicli osiriaco e solare; la sua iconografia e le motivazioni che hanno portato ad una sempre crescente rappresentazione della dea sulle raffigurazioni parietali delle tombe. Un’intera sezione è dedicata all’onomastica di Iside provando a delineare insieme al significato del suo nome anche il compito originario nel mondo funerario e le conseguenti modifiche. L’appendice si sofferma su testi e oggetti funerari della XVIII dinastia dove è presente la dea.

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