A Firenze numerosi ritrovamenti di epoca romana e rinascimentale

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Dagli scavi per la nuova tramvia nell’area della stazione a Firenze sono stati riportati alla luce resti architettonici di età romana. In piazza Adua, dove alcuni anni fa furono ritrovati resti di tombe antiche, emerge una vera e propria bottega artigiana con tanto di grandi orci per la conservazione di liquidi. Non molto distante, in piazza dell’Unità, sono state ritrovate le mura appartenenti a una domus di tarda età romana. Come spiega il Sovrintendente Andrea Pessina, la datazione certa di questa struttura sarà possibile grazie alle svariate monete ritrovate in sito.

Di fronte a queste emozionanti scoperte si pensa già a una esposizione al Museo archeologico del capoluogo toscano: “Sarebbe molto bello poter mostrare al pubblico questi scampoli dell’antico passato di Firenze, tornati alla luce dalle viscere della terra“, spiega Pessina. Anche il sindaco Nardella è entusiasta all’idea, commentando: “Facciamo una mostra al Museo archeologico e a Palazzo Vecchio, con un richiamo anche nell’area del ritrovamento, al capolinea della tramvia”. Per quanto riguarda la prosecuzione dei lavori, il sovrintendente assicura che tutte le scadenze verranno rispettate e che non si tratta di scavi che possano causare stop significativi all’intervento in corso. “In Italia se scavi una buca trovi un tesoro” è un detto molto usato e che spesso si dimostra vero: una famiglia fiorentina, durante lavori di adeguamento nella propria abitazione, ha portato alla luce un tesoro. Mai si sarebbero immaginati di avere sotto casa un’importantissima bottega artigiana, attiva fin dall’ultimo quarto del Trecento.

Credits: Corriere fiorentino

E’ la fornace di Tugio di Giunta, famoso artigiano e imprenditore rinascimentale, i cui pezzi sono oggi esposti nei musei più prestigiosi della terra come al British di Londra, al Louvre di Parigi, al Paul Getty di Los Angeles, al Melbourne in Australia: abbiamo un esemplare di orciolo persino al Bargello. “Siamo certi che si tratti proprio della bottega di Tugio, non solo perché i documenti d’archivio la identificano chiaramente ‘nella strada maestra Romana, nel popolo di San Pier Gattolino’, ma anche perché nello scavo abbiamo rinvenuto molti frammenti con il marchio di fabbrica, la ‘firma’ utilizzata da Tugio e dai discendenti: un asterisco a sei punte, posto alla base delle anse di boccali e orcioli”, spiega Valeria d’Aquino, l’archeologa responsabile dello scavo. E’ un vero e proprio tesoro, ritrovato in numerose buche e  formato da scarti di lavorazione. “Nella camera di combustione crollata, abbiamo trovato anche il materiale relativo all’ultima infornata prima dell’abbandono, il che ci dà un’idea abbastanza precisa della data di chiusura dell’attività, intorno al 1460”, commenta d’Aquino.

Credits: Corriere fiorentino

Questo ritrovamento non solo ci fornisce un ampio campione di Maiolica Fiorentina, ma ci racconta la storia della famiglia artigiana che vi lavorava: a partire dal capostipite Tugio, arrivato a Firenze nella seconda metà del Trecento, proprio dopo la grande ondata di peste del 1348. In questo periodo segnato da una ripresa economica si trasferiscono in città cinque ceramisti: due da Montelupo e tre da Bacchereto. Tra di questi vi è anche Tugio che, con suo figlio Giunta, farà dell’impresa di famiglia un vero e proprio business. Le fonti scritte dell’epoca lo citano spesso per quanto riguarda accordi presi con la nuova spezieria dell’Ospedale di Santa Maria Nuova. Grazie all’operato del maestro, la bottega si lancia in nuove sperimentazioni come l’accostamento di un colore innovativo accanto ai colori più arcaici: il blu cobalto. Numerosissimi sono i manufatti prodotti come catini, vasi farmaceutici e brocche.

Credits: Corriere fiorentino

Le cose cambiano con la terza generazione, che segnerà la fine della produzione della bottega, intorno al 1460. Anche il vasto campione di attrezzi da lavoro ritrovato ci fornisce importanti informazioni sull’evoluzione delle tecniche di lavoro, dai distanziatori ai fili di ferro. Inoltre i pezzi ceramici ci mostrano il passaggio da una fase di produzione arcaica a una di lusso, partendo dalle maioliche verdi e brune (le più comuni) a quelle più ricercate e costose (a “zaffera a rilievo”, ove il blu risalta rispetto alla superficie). Tra gli scarti è stato rinvenuta una targa devozionale in terracotta con un Cristo sorretto da un angelo: la rappresentazione è identica a quella fatta da Luca della Robbia nel 1440 per Santa Maria Nuova. Le sorprese non finiscono qui! Il repertorio figurativo non si limita a foglie stilizzate o figure zoomorfe in uno dei frammenti ritrovati si notano tutti gli elementi di una novella del Boccaccio, quella di Lisabetta da Messina: una testa mozzata in un vaso e una pianta di basilico che vi cresce sopra. La bottega di via Romana è capace di tradurre la letteratura in arte grazie all’estrema abilità del maestro e dei suoi allievi. Ad oggi la fase di scavo è conclusa, in attesa di nuovi finanziamenti per la ripulitura dei reperti, i quali speriamo di vedere presto in esposizione.

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