Il Castello di Baia ed il Museo Archeologico dei Campi Flegrei

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Le ragioni che portano alla nascita di un museo possono essere le più varie, ma ve n’è una che probabilmente è più presente di tante altre, quella cioè di offrire al visitatore la possibilità di capire le peculiarità ed i cambiamenti che hanno interessato una città, un sito od un territorio nel corso dei secoli. Sicuramente questo era quello che si aveva in mente nei lontani anni 70/80 quando il mondo scientifico chiedeva l’istituzione di un museo dedicato interamente all’archeologia dei Campi Flegrei, un comprensorio regionale così caratterizzato geograficamente ed antropicamente da legittimare questa esigenza.

Castello di Baia, sede del Museo
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Gli occhi erano tutti puntati su una sede d’eccellenza, il castello aragonese di Baia che nel 1984 finalmente approda nelle mani del Ministero per i Beni Culturali e dell’allora Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Napoli e Caserta (oggi Parco Archeologico dei Campi Flegrei, con un Direttore autonomo individuato nella persona del direttore del MANN, il dott. Paolo Giulierini, con incarico ad interim). È il 1993 quando apre finalmente al pubblico il primo nucleo del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, essenzialmente limitato a spazi espositivi nel torrione di nord-ovest (Torre Tenaglia) del castello, con tre piccoli ma importanti nuclei: i calchi in gesso dall’atelier di uno scultore locale; la restituzione del Sacello degli Augustali di Miseno ed il Ninfeo dell’imperatore Claudio da Punta Epitaffio.

Tuttavia è soltanto nel 2008 che si può dire completato l’allestimento dell’intero museo, con la sistemazione delle due grandi sezioni dedicate a Cuma (24 sale) ed alla colonia romana di Puteoli (20 sale a cui si aggiungono le due del Rione Terra), a cui si aggiungono gli spazi ricavati nell’ex polveriera e dedicati all’antica Liternum (oggi Villa Literno), per un totale di 54 sale.

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Come spesso accade in Italia, una sede museale è di per sé stessa un edificio di pregio che merita la giusta attenzione. Trattandosi di edifici storici abbondano poi le informazioni disponibili e le date, che mai come in questo caso segnano l’avvento di cambiamenti epocali. La mole del castello sorge su di un promontorio alto 51 m sul livello del mare, naturalmente difeso ad est da un alto dirupo tufaceo a picco sul mare, ad ovest dalla depressione formata da due caldere vulcaniche chiamate “Fondi di Baia”, e fu iniziata a partire dal 1495, pochi anni prima dell’estinzione della dinastia aragonese dei Trastamara e dell’invasione francese guidata da Carlo VIII. Si trattava in realtà del tassello di un più vasto programma di difesa fatto di castelli, castelletti e singole torri eretti lungo tutte le coste dell’Italia meridionale atte a difendere il regno principalmente dalle incursioni ottomane o, come allora erano chiamate, moresche; ma anche dall’autonomia e dall’antagonismo dei baroni locali, spesso coalizzati contro il potere regio. L’insenatura fra Bacoli e Miseno veniva quindi a trovarsi protetta da una fortificazione probabilmente progettata dal senese Francesco di Giorgio Martini, fortificazione di cui si riesce almeno a ricostruire la fisionomia originaria partendo da una xilografia del 1539, nella quale si riconosce un altissimo mastio merlato a pianta quadrangolare, cinto da una cortina muraria ulteriormente rinforzata da torri angolari quadrate con base a scarpa e merlature.

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L’eruzione del 1538 del Monte Nuovo causò ingenti danni anche all’incompiuto castello aragonese e questa volta fu per interessamento del viceré don Pedro Alvarez de Toledo che si mise mano ad un ammodernamento della fortezza, che veniva inserita in un nuovo e più vasto sistema di fortificazioni e difesa della costa campana, con il potenziamento di una morsa micidiale costituita da preesistenti strutture quali appunto il castello di Baia e quello dell’isola di Ischia sul versante del golfo di Pozzuoli, a cui si aggiungevano più a sud le fortificazioni del golfo di Napoli del Castel dell’Ovo e del Castello a mare di Castellamare di Stabia. Fra i numerosi interventi architettonici, che nel corso dei secoli hanno contribuito al mutamento dell’edificio, quelli che più di tutti hanno influito sono i numerosi eventi del XVIII secolo, fra cui gli scontri tra l’artiglieria di Carlo di Borbone e quella austriaca. Alla fine di queste operazioni militari Carlo sarà incoronato re di Napoli e Sicilia nel 1734, provvedendo quindi ad un ulteriore restauro e fortificazione del castello. Ancora nel 1799 le acque antistanti il forte furono teatro di una battaglia fra i francesi, in appoggio ai rivoluzionari napoletani, e la flotta inglese. Il periodo di lento declino del castello come fortezza militare inizia nel 1887, quando il presidio militare a difesa del litorale flegreo venne abolito ed il castello venne adibito ad altri usi, passando più volte di proprietà, da un ministero all’altro: da quello Militare a quello della Marina (l’isolotto col faro antistante il castello è ancora oggi di proprietà della Marina), a quello degli Interni ed infine a quello della Difesa.

Castello di Baia. Foto: http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=153232&pagename=157031

Venne quindi usato come carcere per prigionieri di guerra durante la prima guerra mondiale (a questo periodo risalgono i muri costruiti sul terrazzo della Torre Tenaglia); nel 1926 l’Alto Commissariato della Provincia ed il Comune di Napoli ottennero dal Demanio dello Stato, con diritto di godimento perpetuo, che all’interno del castello fosse alloggiato il Reale Orfanotrofio Militare per gli orfani di guerra, cambiamento che in appena tre anni, fra il 1927 ed il 1930, trasformò radicalmente l’aspetto del castello per adeguarlo alle nuove esigenze d’uso. Dopo una breve parentesi nuovamente come carcere militare, durante la seconda guerra mondiale, nel 1975 l’orfanotrofio venne definitivamente chiuso ed il castello tornò ad essere di proprietà del Demanio, che lo cedette alla Regione Campania. Questa lo ha ancora utilizzato come sede di ricovero per famiglie terremotate a seguito del sisma dell’Irpinia del 1980, prima di destinarlo definitivamente ad un uso più consono alla sua lunga ed articolata storia, cioè a sede museale.

Sotto la direzione scientifica del prof. F. Zevi si è proposta la realizzazione di un allestimento che tenesse in debita considerazione la topografia del territorio flegreo, offrendo ai visitatori cinque diverse sezioni in cui illustrare, secondo un discorso cronologico e tematico, la storia dei siti di: Cuma, Puteoli, Baiae, Misenum e Liternum. L’allestimento di questo nuovo museo ha offerto l’opportunità di riunire a vecchi nuclei di reperti custoditi nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (come da prassi attuata sin dalla nascita del museo napoletano e fino almeno agli anni 60/70 del secolo scorso) tutti quei reperti e materiali di diversa natura e tipologia provenienti da scavi effettuati su tutto il territorio flegreo oltre che dalla Soprintendenza stessa anche dalle Università  Federico II ed Orientale e dal Centre J. Bérard.

Per chi si appresta ad intraprendere la visita di questo museo, fin dal suo ingresso al parcheggio (purtroppo ancora oggi il modo migliore e più pratico per raggiungere il castello è quello dei mezzi propri) prende confidenza col fatto che si sta per iniziare non solo visita ad un museo ma si sta per entrare in luogo dalla lunga storia insediativa, testimoniata da ruderi di strutture emergenti proprio nell’area occupata da un campo sportivo e dal detto parcheggio, un luogo di cui il castello è solo l’ultimo tassello edilizio. Il promontorio era infatti caratterizzato dalla presenza di una grande e lussuosa villa d’otium di età tardo repubblicana (II-I sec. a.C.) con una continuità di vita fino all’età flavia (seconda metà del I sec. d.C.), cui sono da attribuire sia i resti emergenti sul lato interno del pendio, sia quelli rinvenuti durante il restauro delle parti più alte del castello (Padiglione Cavaliere) che quelli posti sul pendio dal lato del mare (i resti meglio conservati sono per lo più piani pavimentali in cocciopesto tessellato e frammenti di intonaco di secondo Stile pompeiano – Padiglione Cavaliere – ed un tratto della rampa a tornanti usata per raggiungere le pendici del promontorio).

Baia. Foto: By Luigi Novi, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17505996

Tanto la tradizione erudita quanto quella popolare tramandano anche i nomi dei proprietari di questa ed altre ville rintracciate in zona, che così vengono attribuite ore all’oratore Cornelio Dolabella, che qui pare avesse una sua dimora, ora a Giulio Cesare che, seguendo quanto tramanda lo storico Tacito, possedeva una villa posta in posizione dominante sul golfo di Baia. Pare che a questa (o queste) villa del castello vada attribuito anche il complesso di monumentali peschiere, secondo un modello di villa marittima che troverebbero un confronto sia con scene dipinte raffiguranti l’antica costa baiana, in particolare lo Stagnum Neronis e gli ostriaria, sia sulle cosiddette fiaschette puteolane (bottiglie di vetro di produzione tardo antica vendute come souvenir ai turisti di passaggio nell’area).

Dopo esser passati dalla biglietteria il percorso per raggiungere la sede espositiva vera e propria attraversa gli spazi esterni del castello splendidamente affacciati sul golfo di Pozzuoli. Salendo la rampa di accesso si possono così scorgere e riconoscere, da lontano, la stessa Pozzuoli con la sua acropoli, ovvero il Rione Terra, e le alture dei Campi Flegrei. Una volta raggiunto il corpo di fabbrica in cui si trovavano le camerate dei soldati della fortezza, la visita può iniziare seguendo oltre che un percorso topografico anche cronologico.

Scavi di Cuma. Foto: By Mentnafunangann (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons
Iniziando quindi dalle sale dedicate alla colonia di Cuma viene illustrata la storia del sito a partire dalla presenza di popolazioni anelleniche insediate in villaggi sul luogo della futura colonia greca. Il visitatore è quindi portato per mano attraverso i secoli, dall’abitato di IX secolo a.C., di cui sono esposti alcuni corredi tombali e ricostruzioni di sepolture sia secondo il rito della cremazione che secondo quello dell’inumazione; alla città greca di metà VIII a.C., con corredi tombali di rango realizzati seguendo un rituale eroico secondo il modello del funerale di Patroclo raccontato nell’Iliade; a quella sannita di IV sec. a.C. ben rappresentata da una monumentale tomba a camera dipinta e soprattutto dal rarissimo fregio composto da un primo in terracotta dipinta con motivo vegetale di girali di acanto a rilievo, seguito da secondo fregio dorico con triglifi e metope dipinte con scende di Centauromachia in chiave sannita, ed un coronamento di antefisse in terracotta raffiguranti una teoria di Danaidi, il tutto proveniente dall’antico capitolium dell’area forense. Alla fase ellenistico romana, un momento in cui Cuma è oramai pienamente assorbita nell’orbita dell’influenza di Roma, rimandano gli eccezionali reperti scultorei ed architettonici in tufo grigio, sempre provenienti dall’area del Foro, fra cui grande importanza soprattutto per la loro unicità sono i pannelli con maschere tragiche e comiche, trovati in posizione di crollo e provenienti dall’attico del settore sud-occidentale del Foro, lasciando ipotizzare che questo lato del foro potesse essere stato usato come naturale sede per spettacoli teatrali, una sorta di scenografia teatrale inserita permanentemente nell’apparato decorativo della piazza stessa. Ampio spazio è poi dedicato alla “rinascita” augustea grazie alla quale la città viene a ricoprire un ruolo di primo piano nella storia del profugo Enea e quindi nella storia della gens Julia e di Ottaviano Augusto stesso. Eccezionali sono sia tutti gli interventi marmorei volti a cambiare il volto di Cuma, sia i reperti egizi ed egittizzanti provenienti da un piccolo sacello rinvenuto nella foresta di Cuma, ai piedi dell’Acropoli, sia soprattutto lo splendido gruppo marmoreo di piena ispirazione augustea generalmente interpretato come Psiche ed Eros ovvero Eirene e Plouto (la Pace e la Ricchezza). Le ultime sale di questa prima sezione topografica sono invece dedicate all’ultima fase di occupazione della città nel periodo bizantino, durante il quale l’abitato, fortemente ristretto alla sola acropoli, affronta l’immane colpo della guerra greco-gotica (535-553 d.C.).

Scendendo al primo piano delle ex camerate si entra invece nella sezione dedicata alla colonia romana di Puteoli, dove il percorso espositivo parte dal 194 a.C., anno della deduzione dalla colonia. Si viene subito messi a contatto con una realtà molto diversa rispetto a quella di Cuma. Pozzuoli era il porto di Roma, l’altera Dolus o Delus minor, tutte definizioni che rendono chiaro non solo lo stretto legame della città con l’Urbe ma soprattutto il suo attivissimo ruolo commerciale e di intermediazione commerciale come ben testimonia la ricostruzione della Grotta del Wady Minahy nel deserto egiziano, grotta in cui sono state trovate iscrizioni rupestri lasciate da commercianti puteolani (sala 37). Una particolare posizione quella di Pozzuoli, che non poteva non avere ricadute sullo stile di vita dei puteolani e sulla conformazione urbanistica ed architettonica della colonia stessa. Dediche a divinità estranee al pantheon tradizionale romano o greco lasciano intravedere la presenza di diversi gruppi di seguaci di culti esotici (il fenicio Dusareus), culti egizi o egittizzanti (Serapide aveva un sacello nel macellum cittadino, noto infatti col nome convenzionale di Tempio di Serapide) o giudei.

Atena Lemnia. Pozzuoli
Foto: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/83/Atena_Lemnia_Pozzuoli.jpg

Anche nelle manifestazioni artistiche la città imitava l’autorevole modello urbano come i pregevoli reperti dall’area del Rione Terra testimoniano: sulla Piazza d’Arme è infatti collocata l’ultima parte della sezione dedicata a Pozzioli, con le sale del Rione Terra, in cui sono esposti reperti riferibili alla decorazione architettonica del capitolium ed a quella scultorea di altri edifici pubblici del Foro di età augustea, fra cui figurano ritratti di membri della famiglia imperiale giulio-claudia, ma soprattutto una pregevole copia della testa dell’Athena Lemnia di Fidia e frammenti pertinenti a cariatidi e clipei, che hanno permesso di proporre una ricostruzione molto simile a quella dell’attico del Foro di Augusto a Roma. La storia della colonia continua attraversando la fase neroniana e più in generale quella imperiale illustrando il nuovo assetto urbano voluto dagli imperatori, con una ricchezza e varietà scultorea veramente imponente, soffermandosi poi sulla ripresa tardo antica documentata dai reperti provenienti dalle ville del suburbio e dalle necropoli.

Uscendo dalle sale dedicate a Puteoli e salendo verso il torrione di nord-ovest (Torre Tenaglia) si incontra un piccolo edificio, una volta sede della polveriera del castello, oggi riservato alla storia della colonia marittima di Liternum fondata nel 194 a.C. Hanno qui trovato il giusto spazio reperti provenienti sia da vecchi scavi sia quelli nuovi, eseguiti dalla Soprintendenza nelle aree del Foro e dell’anfiteatro, nei quartieri urbani e nelle necropoli, oltre che dal territorio pertinente alla città antica illustrando così la storia di un sito “minore”, quasi per nulla conosciuto ai più. Anche se allestito questo padiglione non è stato mai aperto al pubblico (se non per qualche raro e sporadico evento).

Le ultime tre sezioni, più piccole, ma non per questo meno importati, sono quelle ospitate nella Torre Tenaglia e nel Padiglione Cavaliere (anche questo mai aperto al pubblico). Si tratta di tre nuclei molto compatti e di grande pregio che completano un quadro già molto articolato. Il primo nucleo ad essere incontrato è quello del Sacello degli Augustali di Miseno di età augusteo-claudia e ristrutturato in età flavia. Lo spettatore può ammirare l’imponenza dell’edificio grazie alla ricostruzione della facciata costituita da due delle quattro colonne in marmo cipollino (le altre due furono reimpiegate già in antico), il fregio con l’iscrizione dedicatoria dei coniugi Cassia Vittoria e L. Lecanio Primitivo, augustali e finanziatori del restauro flavio del sacello.

Museo archeologico. Foto: http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=153232&pagename=157031

Oltre alle immagini degli imperatori divinizzati, Vespasiano e di Tito rappresentati in nudità eroica, sono presenti anche i due coniugi finanziatori entro una corona di quercia sorretta da due vittorie alate, al centro del frontone. Attualmente avanti alla ricostruzione del sacello, ma in origine in un ambiente ad ovest dello stesso, si trova la statua equestre in bronzo denominata di Domiziano-Nerva: si tratta di un palese caso di riutilizzato per celebrare l’imperatore Nerva dopo che Domiziano era stato colpito da damnatio memoriae che ne oscurò la fama ed il ricordo. La riutilizzazione è avvenuta sostituendo la sola testa dell’imperatore da obliare con quella del nuovo invece da celebrare.

Salendo più in alto nella torre si raggiunge la sala in cui viene offerta una ricostruzione del lussuoso ninfeo-triclinio appartenuto all’imperatore Claudio (41-54 d.C.) e attualmente sprofondato a 7 metri sotto il livello del mare. Questo straordinario ambiente, che doveva essere al livello dell’acqua che forse anzi doveva poter entrare nello stesso, come la ricostruzione con pavimentazione blu suggerirebbe, doveva sfruttare la suggestiva posizione alle pendici di Punta Epitaffio a poca distanza dal terrazzato palatium imperiale, nella stessa Baia. Nell’abside di fondo doveva probabilmente trovare posto un gruppo scultoreo a tema odissiaco, sul modello di quelli rinvenuti a Sperlonga ed anzi forse realizzato dalla stessa bottega. Sulle pareti laterali dell’ambiente rettangolare si trovavano poi 4 nicchie per lato, ognuna delle quali con una scultura, tutte di pregevole fattura. Dal fondale marino sono state recuperate soltanto tre statue della parete orientale raffiguranti una figlia di Claudio morta precocemente, un Dioniso giovinetto con pantera ed un Dioniso giovinetto coronato d’edera; mentre una sola scultura, quella rappresentante Antonia Minore, madre dell’imperatore, è stata recuperata dal settore occidentale.

By Daniel Ventura (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons
Raggiungendo le ultime sale del museo si può ammirare qualcosa di veramente unico: i calchi in gesso ricavati direttamente a contatto di originali greci in bronzo e ora perduti. L’eccezionalità dei reperti sta nel fatto che si tratta di calchi di opere famosissime nel mondo antico tanto celebri che generali ed imperatori romani ne operarono spesso il trasferimento a Roma, da cui poi si sono perse per sempre le tracce. Questi frammenti rinvenuti nei pressi di Baia provengono da un atelier di scultori locali molto prolifico che, dalla fine del I sec. a.C. al II d.C., ha prodotto copie più o meno fedeli degli esemplari più noti dell’arte greca classica ed ellenistica per soddisfare le esigenze di una ricca clientela locale. Si possono quindi riconoscere frammenti della Persefone di Corinto (metà del V sec. a.C.), delle Amazzoni di Efeso (440-430 a.C.), dell’Afrodite tipo Hera Borghese (circa 420 a.C.), dell’Apollo del Belvdere (circa 330 a.C.) e del secondo Gruppo dei Tirannicidi di stile severo (477 a.C.), opera di Crizio e Nesiote. Proprio di questo gruppo è stata proposta una interessante ipotesi di ricostruzione del gruppo originario partendo dalle buone copie, di II sec. d.C., presenti nella Collezione Farnese ed esposte permanentemente nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Per quanto le statue napoletane siano di buona fattura, grazie a questi frammenti in gesso si è potuto appurare che non si stratta di copie fedeli degli originali, da cui differiscono per la posizione del braccio destro di Aistogitone, più alto nell’originale che nella copia napoletana e, probabilmente, per la posizione dei due Tirannicidi che dovevano essere invertiti. Si capisce quindi l’estrema importanza di questi calchi più fedeli delle copie, conservate nei musei, agli originali greci e quindi molto più utili a ricostruire l’originario aspetto e la qualità artistica di queste opere perdute.

Una visita a questo museo può essere chiaramente una vera e propria scoperta, tuttavia si tratta di un sito molto poco conosciuto e frequentato, con molti problemi infrastrutturali essenziali, come l’assenza di un impianto elettrico funzionante, motivo per cui è possibile effettuare la visita soltanto di mattina fino alle ore 14. A questo si aggiunge la mancanza di ulteriori servizi aggiuntivi che possano rendere confortevole la visita, come un impianto di condizionamento, delle sedute lungo il percorso espositivo, di un bookshop ed una caffetteria. Ai problemi interni al museo si aggiungono quelli esterni: nonostante sulla carta esista una fermata della linea ferroviaria Circumflegrea “Baia” questa non è operativa perché la vecchia fermata è chiusa mentre la nuova non è stata mai completata. Quand’anche la fermata stazione ferroviaria fosse operativa la distanza fino al castello è notevole e soprattutto in salita. Cercando una soluzione nel trasporto su gomma purtroppo non si ha più fortuna, perché da Napoli, il capoluogo di provincia, non esiste più un collegamento diretto e l’unico modo è quello di affidarsi al trasporto del locale comune di Bacoli. L’automobile o un pullman privato restano quindi le soluzioni migliori per raggiungere il sito.

Comunque si possa e si voglia la cosa importante però è trovare il modo di visitare questo affascinante museo, che aspetta di diventare la farfalla che merita di essere.

 

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Valentino Mandrich

Valentino Mandrich è un archeologo classico formatosi presso diversi atenei campani. Il suo percorso accademico matura presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” sotto la guida del prof. Bruno d’Agostino, con cui ha avuto modo di approfondire, per la laurea triennale in Lettere Classiche, temi iconologici e ceramografici grazie alla discussione di una tesi di dal titolo “Il Pittore di Priamo” (24 febbraio 2005). Sempre sotto la stessa guida ha partecipato alle campagne di scavo KYME2, che hanno riguardato l’area delle fortificazioni settentrionali della colonia di Cuma. Da qui è nata l’idea di una tesi di laurea specialistica in Archeologia dal titolo “Le necropoli alto-arcaica ed orientalizzante di Cuma” (24 ottobre 2007). Terminata questa prima fase della propria formazione, ha intrapreso un corso di specializzazione post lauream presso l’Università degli Studi di Salerno dove il 22 marzo 2010 si è specializzato con la prof.ssa Angela Pontrandolfo con una tesi dal titolo “Salerno e la Valle dell’Irno”, finalizzata alla realizzazione di un progetto GIS. Nell’ambito della Scuola di Specializzazione ha lavorato alla catalogazione informatizzata dei reperti della sezione Cuma del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, collaborazione che è continuata anche dopo la fine dell’esperienza di tirocinio.

Ha partecipato inoltre a numerose campagne di scavo sul territorio regionale: oltre a quelle di Cuma, anche a Paestum e soprattutto a Pompei, occupandosi principalmente delle pitture parietali e dei rivestimenti delle domus oggetto di indagine. Nel 2017 per l’Erma di Bretschneider ha pubblicato un suo contributo nel volume “Rileggere Pompei V” proprio sui rivestimenti.

A latere dell’esperienza accademica, ha partecipato a campagne di ricognizione nel beneventano e al Knossos Urban Landscape Project diretto dal prof. Todd Whitelaw, nell’ambito di una partnership fra la British School at Athens e la 23rd Ephoreia of Prehistoric and Classical antiquities of the Greek Archaeological Service.

Attualmente lavora come guida turistica indipendeNte ed operatore didattico per la società cooperativa Coopculture.

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