Campi Flegrei. Tra storia e archeologia

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Cosa siano i Campi Flegrei oggi è nozione abbastanza diffusa: un grande comparto sub-regionale della Campania a forte valenza vulcanologica, in parte coincidente con l’area nord del comune di Napoli (colline di Posillipo e dei Camaldoli, quartieri di Fuorigrotta, Soccavo, Pianura ed Agnano) e in gran parte con la sua provincia settentrionale (un’area compresa fra i rilievi settentrionali del cratere di Quarto, la collina di Sanseverino, l’acropoli di Cuma e il Monte di Procida, con propaggini insulari comprendenti tutte le Isole Flegree – Ischia e Procida, ma anche le meno note Vivara, Nisida ed isolotto di San Martino).

Pozzuoli Rione Terra. Foto Valentino Mandrich

Meno noto è che i Campi Flegrei sono stati istituiti Parco Regionale nel 2003 in attuazione della Legge n. 33 del 1/9/1993 della Campania, in virtù del suo elevato valore floro-faunistico (ricade all’interno del parco regionale anche l’oasi del WWF degli Astroni, antica caldera vulcanica spenta) e paesaggistico, vantando una varietà di habitat tanto differenti quanto ricchi in pochi km quadrati: da quello costiero a quello lagunare, lacustre (laghi d’Averno, di Lucrino, Fusaro, Miseno)  e montuoso (Monte Gauro/attuale Monte Barbaro e monti Leucogei, cioè le alture a corona della Solfatara di Pozzuoli). Meno chiaro è forse il fatto che si tratta di un vero super vulcano ancora attivo, o meglio un insieme di almeno ventiquattro edifici vulcanici alimentati da una grande caldera in stato di quiescenza, con un diametro stimato di 12–15 km, una caldera che alimenta fenomeni di vulcanesimo cosiddetto secondario, mai da sottovalutare comunque, quali bradisismo, fumarole e fangaie. Di bradisismo se ne torna a parlare periodicamente soprattutto per il rischio che rappresenta per Pozzuoli, interessata da un costante innalzamento del suolo che, nel solo periodo 1970 – 1972, ha portato ad un sollevamento di 150 – 170 cm. Della pericolosità di questo complesso vulcanico se ne è parlato in tempi ancora più recenti per fatti di cronaca (settembre 2017), che hanno visto la distruzione quasi totale di una famiglia letteralmente inghiottiti dalla Solfatara, ancora oggi sottoposto a chiusura giudiziaria. Ma quando si vogliano avere informazioni più dettagliate ed approfondite sul complesso delle tradizioni storiche, culturali e mitologiche bisogna avvalersi dell’aiuto degli specialisti del settore e delle loro pubblicazioni scientifiche, oppure di qualificate guide turistiche che abbiano una approfondita conoscenza del territorio. Senza avere la pretesa di sostituirsi a nessuno proviamo a delineare un quadro di informazioni più ampio.

Acropoli di Cuma. Foto di Valentino Mandrich

Bisogna sapere che il territorio a nord di Napoli non è sempre stato l’unico “campo ardente” del Mediterraneo, ma ne è esistito almeno un altro in Grecia. Nella penisola della Calcidica, affacciato sull’odierno golfo di Cassandra (l’antico Toronaicus), esisteva infatti la Pianura di Phlegra (oggi di Pallene) dove, secondo quanto riferiscono diversi autori greci fra cui anche il geografo di età augustea Strabone, aveva avuto luogo la Gigantomachia. Si recupera quindi un primo indizio di grande importanza per la comprensione del nome di “pianura flegrea”, che non sarebbe immediatamente da legare ad un’evidenza vulcanica ma alle tracce lasciate sul suolo dallo scontro fra gli dei dell’Olimpo, guidati da Zeus, ed i Giganti che avevano osato sfidare la sua autorità: Zeus trionfante li avrebbe quindi relegati nelle viscere di quel campo di battaglia, il Tartaro. Si comprende quindi come il mito sia servito a spiegare l’origine della particolare conformazione del territorio, caratterizzato da decine di crateri. Sempre Strabone però, quando nella sua opera passa a parlare delle coste della Campania, riferisce che anche i nostri Campi Flegrei sono legati alla storia dei Giganti ed alla gigantomachia ed anzi, continuando a spulciare i testi antichi si vede come Pindaro, nella sua Pitica I (vv 15 – 28), colleghi tutti i fenomeni vulcanici dell’Italia meridionale alle conseguenze di questa guerra mitologica, collocando per primo il Tartaro, in cui Tifone è imprigionato, nell’occidente greco. Secondo Pindaro Zeus avrebbe schiacciato il dorso del gigante con la Sicilia ma il suo corpo si stenderebbe fino a Cuma generando così coi suoi movimenti i fenomeni vulcanici da sud a nord, dall’Etna alle decine di vulcani nei Campi Flegrei.

Pozzuoli. Foto di Valentino Mandrich

Come si arriva però, ad un certo punto della storia greca del Mediterraneo antico, a proporre per due luoghi agli opposti geografici una stessa storia mitologica? Com’è possibile e perché e quando è avvenuta questa duplicazione di tradizioni mitologiche e toponomastiche? Una traccia la troviamo ancora una volta in Strabone nel momento in cui ci riferisce della duplicità di posizioni dei geografi del passato, che si dividevano fra chi era disposto a riconoscere realtà ai luoghi del mito e chi invece no, proprio per la presenza di numerose duplicazioni di uno stesso evento mitologico e di uno stesso nome in punti diversi, spesso opposti, del Mediterraneo. Ne deriva che si tratta quindi di un caso tutt’altro che isolato quello della piana flegrea e che si può legare al momento iniziale delle frequentazioni greche dell’Italia meridionale sfociate poi nella colonizzazione di VIII sec. a.C.; un deliberato processo di duplicazione e spostamento della geografia patria originaria (la Grecia nel suo insieme)  nella nuova patria dei coloni (l’Italia meridionale), col fine sia di avere un’autorevole tradizione culturale da far valere sui territori di recente insediamento (come a voler mettere una tara storico-culturale d’eccellenza per stabilire un primato autorevole sul possesso di quelle terre), sia indubbiamente anche per rendere più familiari luoghi del tutto nuovi e in fondo ancora sconosciuti. È in questo momento quindi che la gigantomachia emigra in occidente e prende stabile dimora presso il complesso vulcanico a nord di Napoli, nei Campi Flegrei come ancora oggi sono conosciuti, e che sembrano ancora continuare a portare le tracce dei colpi di quell’immane scontro fra dei e giganti: visti dall’alto veramente sembra di poter riconoscere nei crateri vulcanici le voragini lasciate dai fulmini di Zeus, dal tridente di Poseidone o dai corpi dei giganti scaraventati a terra con violenza.

Cuma. Foto di Valentino Mandrich

Si inizia quindi a delineare un complesso patrimonio non solo geografico, nel senso più ampio, ma soprattutto immateriale fatto di tradizioni e storie ancora raccontate ai più piccoli, un patrimonio che si va ad affiancare e ad arricchirne invece uno paesaggistico e materiale di tutto rispetto (essenzialmente archeologico dal momento che si contano almeno una trentina di siti) e con punte di eccellenza assoluta (si pensi al lago d’Averno oppure alle cosiddette Terme di Baia alias palatium imperiale, solo per citare un paio di semplici esempi). Si inizia anzi a chiarire il ruolo di primaria importanza che i Campi Flegrei hanno nella storia dell’occidente europeo, dal momento che lungo le sue coste si sono verificati quei lunghi contatti, fra Greci ed Indigeni, che sarebbero sfociati nei modi e nelle forme, non pacifiche, della colonizzazione greca, come si può capire leggendo un frammento di Flegonte di Tralle: “quando (gli abitanti) dell’isola di fronte abiteranno quella terra, non con l’inganno ma con la violenza, Cuma, …” (fr. 36 Jacoby).

Nel momento in cui ci si appresta ad avvicinarsi ai Campi Flegrei bisogna provare ad avere presente nel cuore tutte queste pluralità fatte di anime diverse e contrapposte, spesso in lotta fra loro, di epoche storiche che hanno plasmato il territorio non solo con imponenti opere umane, soprattutto le grandi infrastrutture di età romana, ma soprattutto con la sua ricchezza di miti che consentono infiniti percorsi e salti nello spazio e nel tempo, il tutto sempre adagiato nel miglior modo possibile alla natura dei luoghi. Se tracce della gigantomachia si possono trovare su tutto il territorio flegreo, all’Averno si possono seguire i passi di Ulisse ed Enea in quel viaggio nel regno dei morti dove avranno contezza del loro futuro, in discesa verso quell’Ade in cui incontreranno ombre di uomini illustri, eroi, compagni, come era stato Miseno per Enea, che gli darà poi degna sepoltura su quell’altura che da lui ancora oggi è chiamata Capo Miseno. In visita alle rovine di Cuma, la prima più antica e più settentrionale delle colonie greche d’occidente, si va principalmente in cerca della Sibilla e del suo antro, magari sperando di carpire ancora l’eco di qualche vaticinio, e quand’anche si resti un po’delusi della reale natura dell’Antro si è già rapiti da un’altra storia a metà strada fra realtà e leggenda, una storia che lega Cuma a Roma, Aristodemo a Tarquinio il Superbo, i libri sibillini alla storia religiosa di Roma. A Baia si incontrano le ville di famosi politici di età romana tardo-repubblicana ed imperiale e le loro proprietà, che sembrano ancora oggi si susseguano l’un l’altra come ai tempi del grande fasto. Si possono allora riconoscere là i resti della villa di Cicerone, qua quella di Cesare ma poco oltre, organizzati su terrazze, si stendono i padiglioni del Palazzo dove gli imperatori romani, da Augusto in poi, hanno amato risiedere e abbandonarsi alla piacevolezza del paesaggio e degli agi di una vita cullata da un clima mite e dolce; un palazzo che ha visto sbocciare amori e passiono come intrighi di famiglia prima ancora che di palazzo. Poco distante, a Pozzuoli, ancora oggi si può attraccare al molo di Caligola, ciò che resta di quel ponte di barche voluto dall’allora principe imperiale per attraversare a cavallo il golfo puteolano e dimostrare allo zio Tiberio di essere pronto ad assumersi l’onere dell’Impero. A Pozzuoli si può ancora respirare la vivacità della Delus Minor, fatta di infiniti commerci e un coacervo di tradizioni religiose e culturali da tutto l’impero e oltre, una multietnicità che solo poche altre volte nella storia del Mediterraneo si è avuta e che solo Roma ha superato e padroneggiato in maniera egregia. Proprio l’Urbe ha infatti costituito il modello architettonico monumentale per Puteoli, come si può facilmente constatare visitando le sale dedicate a questa colonia nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei oppure facendo una passeggiate all’Anfiteatro Flavio, vera e propria copia in scala ridotta del Colosseo. Anche la porzione napoletana dei Campi Flegrei non è priva di sorprese, con la presenza di un’altra villa imperiale, quella che Augusto eredita da Vedio Pollione, per raggiungere la quale bisogna attraversa una galleria tagliata nel tufo della collina di Posillipo (sono molte comunque le proprietà imperiali sulla costa campana, nell’entroterra e l’intera isola di Capri). Posillipo continua a legarsi a nomi illustri e a fornire “prove” archeologiche del loro passaggio e della loro presenza (ma si sa quanto sia difficile dare nome e cognome dei proprietari di una villa o di una tomba in mancanza di chiari indizi o di esplicite iscrizioni). Navigando lungo la costa si possono così scorgere i resti della villa attribuita all’epicureo Sirone, maestro di Virgilio che poi passerà in quegli stessi luoghi gran parte della sua vita, e ancora di Virgilio si raggiunge la sua tomba, quasi come in pellegrinaggio e si scopre che è posta su uno sperone di tufo, all’uscita di un’altra galleria, la Crypta Neapolitana voluta da Agrippa, e realizzata, come altre opere simili nei Campi Flegrei, da Lucio Cocceio Aucto.

Parlare dei Campi Flegrei in maniera semplice ed in poco spazio non è affatto facile e il rischio maggiore è quello di perdersi in questa moltitudine di luoghi, siti, scorci unici e la quantità di storie umane, miti e leggende che continuano ad alimentare il fascino, fra il sogno e la realtà, di questi pochi chilometri quadrati. Proprio per questo motivo ci auguriamo di poter tornare a parlare di questi Campi, che bruciano di bellezza, con delle “puntate” monografiche per non correre il rischio di sbagliare qualcosa nella loro comunicazione.

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Valentino Mandrich

Valentino Mandrich è un archeologo classico formatosi presso diversi atenei campani. Il suo percorso accademico matura presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” sotto la guida del prof. Bruno d’Agostino, con cui ha avuto modo di approfondire, per la laurea triennale in Lettere Classiche, temi iconologici e ceramografici grazie alla discussione di una tesi di dal titolo “Il Pittore di Priamo” (24 febbraio 2005). Sempre sotto la stessa guida ha partecipato alle campagne di scavo KYME2, che hanno riguardato l’area delle fortificazioni settentrionali della colonia di Cuma. Da qui è nata l’idea di una tesi di laurea specialistica in Archeologia dal titolo “Le necropoli alto-arcaica ed orientalizzante di Cuma” (24 ottobre 2007). Terminata questa prima fase della propria formazione, ha intrapreso un corso di specializzazione post lauream presso l’Università degli Studi di Salerno dove il 22 marzo 2010 si è specializzato con la prof.ssa Angela Pontrandolfo con una tesi dal titolo “Salerno e la Valle dell’Irno”, finalizzata alla realizzazione di un progetto GIS. Nell’ambito della Scuola di Specializzazione ha lavorato alla catalogazione informatizzata dei reperti della sezione Cuma del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, collaborazione che è continuata anche dopo la fine dell’esperienza di tirocinio.

Ha partecipato inoltre a numerose campagne di scavo sul territorio regionale: oltre a quelle di Cuma, anche a Paestum e soprattutto a Pompei, occupandosi principalmente delle pitture parietali e dei rivestimenti delle domus oggetto di indagine. Nel 2017 per l’Erma di Bretschneider ha pubblicato un suo contributo nel volume “Rileggere Pompei V” proprio sui rivestimenti.

A latere dell’esperienza accademica, ha partecipato a campagne di ricognizione nel beneventano e al Knossos Urban Landscape Project diretto dal prof. Todd Whitelaw, nell’ambito di una partnership fra la British School at Athens e la 23rd Ephoreia of Prehistoric and Classical antiquities of the Greek Archaeological Service.

Attualmente lavora come guida turistica indipendeNte ed operatore didattico per la società cooperativa Coopculture.

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