Nuove testimonianze archeologiche raccontano la lunga storia di Menfi, l’antica città di Mit Rahina e prima grande capitale amministrativa dell’Egitto. Gli scavi condotti nell’area del Tempio di Sekhmet hanno infatti riportato alla luce strutture, reperti e tracce di attività riconducibili a diversi periodi della storia egizia, offrendo nuovi elementi per ricostruire l’evoluzione del paesaggio urbano e limitrofo della città.
Il lavoro della missione congiunta del Consiglio Supremo delle Antichità egiziano e del Museo di Shanghai ha interessato il tempio e le aree circostanti. Tra i ritrovamenti figurano numerosi blocchi di pietra e frammenti di statue, alcuni dei quali probabilmente provenienti dal vicino Tempio di Ptah, il principale complesso religioso di Menfi, di cui il Tempio di Sekhmet costituiva una parte. Dedicato al dio creatore Ptah, il complesso rappresentava il cuore della tradizione religiosa locale: Ptah, insieme alla dea leonessa Sekhmet e al loro figlio Nefertum – divinità associata al fiore di loto, al profumo e alla rinascita – formava la triade divina venerata a Menfi.
Ma è una struttura in pietra calcarea, rinvenuta a est del tempio, a rappresentare la scoperta più significativa di questa campagna di scavo. Gli archeologi la interpretano come un possibile torchio o impianto destinato alla lavorazione dell’uva e alla produzione del vino. La struttura presenta una vasca superiore, inclinata verso sud e dotata di un’apertura centrale, collegata a una vasca inferiore destinata alla raccolta del liquido. Entrambe le vasche sono provviste di aperture che sembrano essere state concepite per alloggiare le anfore utilizzate nella raccolta o nella ricezione del liquido.
A rafforzare questa interpretazione è soprattutto il ritrovamento, all’interno della struttura, di numerosi semi d’uva. La presenza dei vinaccioli costituisce un’importante evidenza archeobotanica, compatibile con la lavorazione dell’uva e con l’ipotesi di una produzione o trasformazione del vino direttamente nell’area. Gli archeologi sottolineano, tuttavia, che non si tratta ancora di una prova definitiva: è la combinazione tra la conformazione dell’impianto e la presenza dei semi d’uva a rendere particolarmente solida l’ipotesi.
Gli scavi hanno inoltre restituito strutture residenziali in mattoni di fango, blocchi architettonici e frammenti di statue, molti dei quali probabilmente provenienti dal Tempio di Ptah. Numerosi reperti sono databili al Nuovo Regno, in particolare al regno di Ramesse II, e comprendono materiali in calcare, granito rosso e scisto, oltre a ceramiche, amuleti in faience, piccole statuette in terracotta e calcare, ostraca e stele votive.
Le nuove evidenze mostrano anche come l’area abbia continuato a essere frequentata ben oltre il periodo di piena funzione religiosa del tempio. La frequentazione proseguì dal Terzo Periodo Intermedio e dal Periodo Tardo fino ai periodi tolemaico e greco-romano. Alcune zone furono progressivamente trasformate in spazi residenziali, testimoniando i profondi cambiamenti e i successivi riusi del paesaggio urbano di Menfi nel corso dei secoli.
Nonostante avesse perso il suo ruolo di capitale amministrativa con la fine dell’Antico Regno, intorno al 2180-2055 a.C. ca., Menfi rimase per millenni uno dei centri urbani, religiosi e strategici più importanti dell’intero Paese. Fu anche un luogo centrale per la legittimazione del potere regale: qui continuarono a essere incoronati i faraoni. Anche Alessandro Magno, pur avendo fondato la nuova capitale Alessandria, decise di farsi incoronare faraone proprio nel Tempio di Ptah a Menfi, in un gesto che gli consentiva di presentarsi come legittimo sovrano agli occhi del popolo e dei sacerdoti, rispettando al tempo stesso le tradizioni millenarie dell’Egitto.


La storia degli scavi nell’area del Tempio di Sekhmet è, però, molto più recente. Il tempio fu scoperto casualmente nel 1959, durante la costruzione di una casa. Una prima campagna di scavo fu condotta da Mohamed Abdel Tawab El-Hetta tra il 1961 e il 1962. Nel 2015, gli elementi archeologici ancora visibili in superficie furono documentati nell’ambito di un progetto dedicato all’antica Menfi. La missione egiziano-cinese rappresenta quindi la prima nuova campagna di scavo archeologico sistematico del tempio e dell’area circostante dopo quella del 1962.
Nel complesso, tra le nuove evidenze, è la combinazione delle vasche in pietra calcarea con le aperture destinate alle anfore e, soprattutto, i semi d’uva rinvenuti all’interno della struttura a costituire la scoperta più interessante. Nel loro insieme, questi elementi costituiscono il suggestivo indizio di una possibile attività di lavorazione dell’uva e produzione del vino nell’area del Tempio di Sekhmet. Un dettaglio apparentemente marginale, come la presenza di vinaccioli, apre così una nuova prospettiva sulla vita quotidiana e sulle attività produttive di Menfi e contribuisce a ricostruire un paesaggio urbano – e limitrofo -più complesso, nel quale spazi sacri, residenziali e produttivi si sono sovrapposti e trasformati nel corso dei secoli.
Source: MoTA














