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Home Articoli Archeologia Classica “Nolan, la sua Musa non è Calliope”: conversazione con Flavia Frisone

“Nolan, la sua Musa non è Calliope”: conversazione con Flavia Frisone

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Le raffinate riflessioni di una storica del mondo antico, appassionata di cinema, sul film L’Odissea, tra mito e reinterpretazione, linguaggio cinematografico e memoria dell’antico.

 

1. Professoressa Frisone ha visto l’Odissea di Nolan? Molti le avranno chiesto un parere, come storica del mondo antico ed esperta della storia greca arcaica. Lei che film ha visto?

Sì, ho voluto vederlo subito, contrariamente a quanto era capitato per Troy o per altri kolossal ispirati alla storia greca. È vero che diversi amici mi hanno chiesto cosa ne pensassi, e i più, immaginando che – come esperta del mondo greco antico – mi sentissi “parte lesa” da questa riproposizione cinematografica, si aspettavano una severa reprimenda. Invece non solo non mi schiero con i censori ma trovo straordinariamente positivo il vivace dibattito nato intorno a questo film, soprattutto sui social, che mi ha incuriosito e a cui mi ha fatto molto piacere partecipare.
Ero convinta che la tematica odissiaca si prestasse ad essere ripresa da un regista visionario come Nolan, di cui ho amato film complessi e coraggiosi come Interstellar. Quindi non mi aspettavo di andare a vedere una riproposizione del poema omerico. La lettura di un film d’autore è sempre una prospettiva molto personale, perciò non pretendo di affermare la mia. Tuttavia, anche rispetto ai lavori più ispirati di Nolan, questo nuovo film, in sé, consente di essere molto laconici e conclusivi: è un blockbuster, un filmone americano diretto da un regista che fa benissimo il suo mestiere ed ha fatto un uso eccellente delle molte risorse a sua disposizione.
Come blockbuster, è un film riuscito, a tratti toccante, che tenta di trasmettere – forse con qualche incoerenza di troppo – un messaggio (quello del suo regista).
Per citare un altro esempio recente di ripresa cinematografica del mito di Odisseo, Uberto Pasolini – regista di Itaca, il ritorno, film uscito quando Nolan cominciava a girare il suo – che di mezzi ne aveva molti meno, non a caso ha proposto una lettura per certi versi assai simile (in cui ritornano l’idea di una civiltà in rovina, dèi latitanti, e un eroe in frantumi in cerca di se stesso) ma senza quegli elementi del mito che un racconto come l’Odissea non può perdere, gli stessi che hanno consentito a Nolan di potenziare la dimensione fantasy della sua versione. Ecco, mentre privo del mythodes, dell’elemento mitico, il solo nostos (ritorno) di Odisseo è diventato in Pasolini un “epillio”, un approfondimento psicologico e poetico del tema epico, abbracciare l’intero racconto odissiaco ha consentito a Nolan di dare una lettura che può dirsi – paradossalmente – più fedele e più “libera” dell’Odissea.

2. Il tema della fedeltà rispetto ad Omero è quello che più spesso divide critici e pubblico davanti a un film come questo. Lei come lo affronterebbe?

Beh, credo occorra distinguere tipi diversi di “fedeltà” rispetto all’originale. Leviamoci di torno, con buona pace di tutti, il problema della verisimiglianza storica. Ma quale storia? Parliamo di un racconto mitico, una narrazione che ha potuto essere plasmata e riplasmata per secoli portando dentro di sé memorie lontane delle civiltà distanti fra loro che l’hanno fatta propria. Non credo che i ceramografi ateniesi del V secolo a. C. si ponessero il problema del far indossare agli eroi omerici dei loro magnifici vasi le armature conformi a quel passato lontano a cui appartenevano. Svolgevano egregiamente il loro ruolo di illustratori e i migliori fra loro avevano un gran successo.
Un altro tipo di “fedeltà” è quella rispetto all’opera letteraria, alla poesia di Omero o chiunque fosse il compositore dell’Odissea, una composizione che ha conservato, nei secoli e in mezzo ai rimaneggiamenti, la struggente bellezza di una creazione senza pari. E quella può darla solo una “lettura” di Omero, una ripresa più o meno antologica che dia immagini a quella poesia: ciò che molti hanno apprezzato e ricordano della famosa Odissea televisiva del 1968, una straordinaria riproposizione integrale, che univa l’accuratezza filologica alla potenza di una lettura poetica introdotta e proposta da un poeta (Ungaretti). Ma io credo che Nolan si sia confrontato col mito, non con la poesia di Omero.

(ph. tempi.it/)

3. Ma, se è così, perché un antichista dovrebbe “perdonare” a Nolan le sue licenze rispetto al mito narrato da Omero?

Il mito vive nella narrazione, e l’Odissea è vitale perché è stata raccontata in mille versioni diverse, fuori dal tempo storico perché non appartiene a un tempo storico (ma, casomai, a tre o quattro).
In questa prospettiva, che ci rasserena tutti, assolviamo Nolan per certa presunzione storiografica che compare qua e là, e anche per le inevitabili incongruenze – i Greci, i popoli del mare, Ulisse che si definisce un uomo “dell’età del Bronzo” e tutto il resto. Se, come dicevano gli antichi, l’epos è come un torrente in piena che porta con sé di tutto, con lo stesso metro dobbiamo valutare anche quest’epica cinematografica e post-moderna. In fondo anche gli antichi pensavano che “quandoque bonus dormitat Homerus” – lo diciamo con il verso di Orazio che, sorridendo, ricorda che perfino Omero non è sempre sublime. Semplicemente non è questo il punto focale, se pensiamo al rinnovarsi e riproporsi di un racconto mitico.

(ph. avvenire.it)

4. C’è infatti chi ha parlato di “reinterpretazione” più che di trasposizione da parte di Nolan. Quale rapporto c’è, secondo lei, tra l’epica omerica e il linguaggio scelto dal regista per raccontarla?

L’Odissea di Nolan, come dicevo prima e com’è stato giustamente osservato da altri, non è una trasposizione cinematografica del poema, è una reinterpretazione del mito: Omero gli offre uno screenplay molto ricco e molto risonante, un canovaccio che è una sfida mirabolante, ma non molto di più. Facciamoci una ragione anche di questo, perché, in fondo, come molti hanno saggiamente notato, tutta questa visibilità all’Odissea, quella vera, certo male non fa. E se tira fuori Omero dallo sgabuzzino delle punizioni in cui l’ha cacciato la demenza cancel degli ultimi anni, siamo tutti più contenti.
L’Odissea di Nolan è un film epico, nel senso di spettacolare, ma anche nel senso proprio del termine. Solo che l’epica a cui appartiene non è quella omerica: la sua Musa non è Calliope ma la musa del cinema, qualunque sia il suo nome.
Quest’epos ha un suo repertorio, una sua sapienza tecnica e compositiva, ma non si tratta dell’assortito catalogo dei canti degli antichi, dei loro versi ed accorgimenti metrici o della secolare lingua artificiale degli aedi greci.
La sapienza tecnica che la sua musa ispira a Nolan è quella di un cinema che vuole raggiungere il grandioso con la potenza dell’immagine e della ripresa, con il linguaggio di quel cinema che l’invasione del digitale già minaccia da vicino. La sua lingua formulare sono i frame e i richiami dei grandi film che tutti abbiamo riconosciuto, Il pianeta delle scimmie, Il Signore degli anelli, Guerre stellari e gli altri.
E come nell’epos cinematografico che si rispetti il bianco è bianco, il nero è nero, le sfumature sono ridotte al minimo. Il buono, ancorché disincantato e renitente, deve vincere, con abbondante uso della forza (che gli farà pure schifo, ma tant’è!), e il cattivo – uno che si deve capire da subito quanto è carogna — deve perdere.

5. Il film, come ormai tutti sanno, non riproduce pedissequamente il racconto originale e lascia fuori passaggi anche molto noti. Ci sono scelte, nella sceneggiatura, che l’hanno lasciata perplessa?

Quest’Odissea cinematografica mi ha richiamato alla mente le versioni cosiddette katà polin dei poemi epici, quelle che nell’antichità riplasmavano le storie di un repertorio a tutti noto, orientandole a favore di una città, di un personaggio, di una tradizione.
Un’operazione del tutto legittima, allora come oggi, che Nolan ritorna a fare seguendo la sua Musa cinematografica e parlando agli occhi e al cuore di milioni di cinefili che quella Musa conoscono e coltivano, che “sono” la sua Musa, come si disse dell’uditorio di Omero.
Certo, il repertorio con cui si misura è straordinariamente ricco: deve selezionare, è ovvio, e forse quel che ha lasciato da parte o riadattato “modernizzandolo” dice più di ciò che ha scelto di conservare. A me, ad esempio, dato da riflettere l’estensione dello spazio dedicato al cane Argo (poetico, sì, ma anche molto in trend con le sensibilità animaliste del momento) a petto della scomparsa di Anticlea, la madre morta il cui drammatico incontro col figlio aveva costituito l’ispirazione e la sfida per generazioni di poeti.
In generale, mi pare che molto del meglio sia rimasto fuori. Ad esempio, quel mosaico fitto di grandi, piccole storie che l’originale poetico cuce insieme, capace di dare ai protagonisti dei suoi camei una vitalità eterna, e che spesso Nolan è costretto a ridurre o a schematizzare. O le mille sfaccettature di Odisseo – polytropos, appunto: la sua curiosità indomabile, più forte della nostalgia e del rimpianto, l’attrazione irresistibile per le bugie, che non lascia spazio al pentimento, il costante dialogo complice con la sua dea, qui trasformata in una Polissena del rimorso.
E poi quello spazio mediterraneo antico, campo fascinoso e vivo d’avventure, che lega insieme le storie degli uomini e le produce. Uno spazio che non riesco proprio a riconoscere in quel mare feroce e “piombigno” che Nolan enfatizza, e che dà alla sua Odissea i toni e i colori di una saga nordica.

(ph. n3rdcore.it)

6. Le donne occupano uno spazio rilevante nell’Odissea omerica, tanto da essere state oggetto di specifica attenzione negli ultimi decenni, si trattasse di indagini scientifiche o di ampliamenti narrativi. Come ne esce, secondo lei, il film di Nolan da questo punto di vista?

L’epos cinematografico di Nolan, pur con i suoi eroi in frantumi, è un universo totalmente maschile dal quale sono quasi del tutto scomparse le donne, che pure nell’Odissea hanno uno spazio decisamente significativo. Delle non poche figure femminili – padrone di un potere riconosciuto oppure portatrici di saperi nascosti, di volontà, di piccole o grandi ribellioni – che Omero tratteggia facendoci intravedere rapporti di genere tutt’altro che banali, nella saga hollywoodiana resta ben poco. Circe, espressione di un femminile potente, sapiente e temibile, protagonista e non reietta, compare nei panni trasandati di una suffragetta attempata. Calipso, quella che nell’Odissea prova addirittura a mettersi contro il volere degli dèi, in quelli di una badante patinata. Perfino Penelope, che in mito disegna come donna d’astuzia e di volontà ferma, tale da tener testa perfino al re degli inganni, è qui, diciamocelo, la donna del capo o poco più. Perduti anche quegli spazi di narrazione al femminile che la sensibilità moderna aveva recuperato: i sogni e i teneri inganni di Nausicaa, le dodici ancelle e il tragico volo delle loro vite spezzate, quella sì, narrazione strappata al silenzio della violenza patriarcale che dobbiamo al Canto di Penelope di Margaret Atwood.

(ph. movieplayer.it)

7. Al netto dei rilievi critici, qual è il bilancio complessivo di questa operazione? Che effetto ha, secondo lei, un blockbuster come questo sulla percezione pubblica del patrimonio antico?

Come dicevo in apertura, trovo fortemente positivo il fatto che in queste calde giornate d’estate l’acqua tumultuosa dell’epos cinematografico di Nolan, come il torrente in piena cui gli antichi paragonavano la poesia epica, abbia attirato su di sé l’attenzione, ricordandoci di un patrimonio culturale che appartiene a tutta l’umanità e non solo al mondo occidentale o agli antichisti.
E, in fondo, un mito che torna a farsi raccontare — custodendo in profondità il suo messaggio antico per rinnovarsi nella superficie sociale — è un canto che ha vinto la sua battaglia più difficile: quella contro il silenzio.
Resta da vedere se noi, cultori di quel patrimonio di storia e di civiltà che si lega al mondo antico, riusciremo invece a cogliere la chiave positiva di questa opportunità e a reagire efficacemente alla sfida che viene da ambiti creativi così diversi dal nostro.

8. Infatti, come sta reagendo il mondo degli antichisti a questa Odissea? Se ne parla nei corridoi accademici?

Beh, se ne parla un po’ dovunque, ma questa è la logica che accompagna di un grande successo planetario. A tanti è piaciuto, anche con distinguo e sfumature. Molti, con gran spolvero di erudizione, hanno provato gli uni a spiegare e ricondurre al modello, gli altri a fare le bucce alle scelte del regista, come c’era da aspettarsi. Altri ancora, più «social» che dottrinali, hanno scelto la scorciatoia dell’humor. In ogni caso trovo stimolate che in così tanti abbiano voluto intervenire e che, a un mese dall’uscita del film, se ne parli ancora, vivacemente, si dibatta della sua esegesi e se ne discuta il messaggio. E, soprattutto, è importante che si dia attenzione all’Odissea di Omero. Alcuni, dopo la visione del film, hanno rinfrescato le loro letture omeriche, più o meno lontane, altri hanno appreso dai commenti su social e giornali informazioni che si erano persi nelle remote nebbie scolastiche, e poi, dappertutto, le vetrine e gli scaffali delle librerie, grandi e piccole, si sono riempiti di edizioni dei poemi omerici. Tanti e tanti di questi volumi sono storie illustrate per bambini: sarà pure un’operazione commerciale ma lancia verso la prossima generazione un patrimonio di sapere che temevamo di stare perdendo per sempre. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che qualche anno fa perfino alcune fra le più blasonate sedi universitarie, in particolare nel mondo anglosassone, avevano cominciato col mettere al bando i poemi omerici, Virgilio e i grandi classici della poesia latina, incolpevoli vittime di un’insensata e antistorica interpretazione della lotta alle discriminazioni sociali, razziali e di genere. E che nel nome di una malintesa apertura trans-culturale il mondo occidentale abiurava i capolavori della poesia greca e latina che costituiscono elementi essenziali della sua civiltà, anzi, l’espressione della sua parte migliore. Non mi illudo che il film di Nolan salverà le sorti del greco e del latino – o della storia antica – nelle nostre scuole, né quelle dei cosiddetti “classici”. Credo invece che stia a chi ama la bellezza e l’umanità profonda che questi testi coltivano, e il messaggio di consapevolezza che ci viene dal mondo antico, cogliere l’occasione che questo film ha creato. Prima l’ho definita una sfida: la sfida a saper trovare le parole per dire, i modi per coinvolgere, la via per uscire da una prospettiva chiusa ed esclusiva che ha mortificato il sapere degli antichi in un’asfittica dimensione scolastica.

(ph. screenweek.it)

9. Un’ultima domanda: che rapporto hanno avuto, nei secoli, i poemi omerici con l’educazione? E cosa ci dice questa storia, oggi?

Vede, per secoli i poemi omerici hanno fatto parte del sistema educativo, antico e moderno. E sono stati strumento degli orientamenti più disparati. Nella Atene del V secolo a.C. i bambini li imparavano a memoria, verso per verso, e non solo quelli: alcuni vasi attici ci mostrano il maestro che fa ripetere ai suoi scolari versi epici a noi sconosciuti o che ne fa loro comporre di estemporanei. Quell’intreccio di musica e poesia che apparteneva a tutti plasmava e riplasmava i racconti dei molti miti greci riempiendoli dei valori comuni, dando nuova forma al sapere condiviso della comunità e consegnandolo alle future generazioni. Nolan ci ha mostrato, ancora una volta, come avevano fatto prima di lui altri maestri d’arte, scrittura e poesia, che quei racconti possono portare alla luce anche i nostri valori da condividere, anche le riflessioni sul mondo e sull’umanità che nascono dallo sguardo del nostro tempo disincantato. E noi, che i mythoi, i racconti del mondo antico li abbiamo amati, studiati e conservati, cosa aspettiamo a riempirli di contenuti nuovi e vitali?

 

Flavia Frisone
Professoressa Ordinaria di Storia greca
Dipartimento di Beni Culturali
Università del Salento

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Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico da molti anni. Durante le sue ricerche ha realizzato una notevole biblioteca personale, che ha messo a disposizione di appassionati, studiosi e studenti. E’ autore e coautore di saggi storici e per Ananke ha pubblicato “Tutankhamon. Immagini e Testi dall’Ultima Dimora”; “La Stele di Rosetta e il Decreto di Menfi”; “Ramesse II e gli Hittiti. La Battaglia di Qadesh, il Trattato di pace e i matrimoni interdinastici”.

E’ socio fondatore e membro del Consiglio di Amministrazione dell’Associazione Egittologia.net. Ha ideato e dirige in qualità di Direttore Editoriale, il magazine online “MA – MediterraneoAntico”, che raccoglie articoli sull’antico Egitto e sull’archeologia del Mediterraneo. Ha ideato e dirige un progetto che prevede la pubblicazione integrale di alcuni templi dell’antico Egitto. Attualmente, dopo aver effettuato rilevazioni in loco, sta lavorando a una pubblicazione relativa Tempio di Dendera.

E’ membro effettivo del “Min Project”, lo scavo della Missione Archeologica Canario-Toscana presso la Valle dei Nobili a Sheik abd el-Gurna, West Bank, Luxor. Compie regolarmente viaggi in Egitto, sia per svolgere ricerche personali, sia per accompagnare gruppi di persone interessate a tour archeologici, che prevedono la visita di siti di grande interesse storico, ma generalmente trascurati dai grandi tour operator. Svolge regolarmente attività di divulgazione presso circoli culturali e scuole di ogni ordine e grado, proponendo conferenze arricchite da un corposo materiale fotografico, frutto di un’intensa attività di fotografo che si è svolta in Egitto e presso i maggiori musei d’Europa.

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