Quando Lucrezia, la virtuosa moglie di Tarquinio Collatino, pronipote di Tarquinio il Superbo, venne violentata dal figlio del re, Sesto, la sua reazione fu quella di richiamare il marito e il padre, Spurio Lucrezio. Arrivarono in quattro: il padre, il marito, Lucio Giunio Bruto, nipote di Tarquinio il Superbo, e Publio Valerio. Dopo aver raccontato lo stupro di cui era stata vittima, la matrona prese un coltello che teneva nascosto sotto la veste e si uccise. È a questo punto che Bruto, estratto il coltello grondante di sangue dal petto di Lucrezia, esclamò:

“Per hunc” inquit “castissimum ante regiam iniuriam sanguinem iuro, vosque, di, testes facio me L. Tarquinium Superbum cum scelerata coniuge et omni liberorum stirpe ferro igni quacumque dehinc vi possim exsecuturum, nec illos nec alium quemquam regnare Romae passurum.”

Per questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, giuro, e vi chiamo come testimoni, o dei, che perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, la sua scellerata sposa e tutta la stirpe dei suoi figli con ferro, fuoco e con qualunque forza possibile, né a loro né ad altri consentirò di regnare a Roma»

(Tito Livio, Ab urbe condita, I, 59)

 

Lucrezia

La “scellerata sposa” di Tarquinio il Superbo era Tullia minore, figlia del sesto re di Roma, Servio Tullio, e sorella dell’altra Tullia, detta Maggiore, prima moglie di suo marito.

Per comprendere la difficile ed intricata relazione parentale è necessario risalire alla figura di Servio Tullio. La madre, secondo alcune fonti, era la nobildonna romana Ocrisia, diventata schiava di Tanaquil, moglie del quinto re di Roma, Tarquinio Prisco, dopo che la città di cui suo marito era princeps, Corniculum (attuale Montecelio), fu conquistata dai Romani. La leggenda, riportata da Livio, ci dice, invece, che la nobildonna fu ingravidata dal genio del focolare domestico e che sulla testa del piccolo Servio, mentre dormiva, fosse apparsa una fiamma. La regina Tanaquil che, da etrusca di alta condizione, sapeva interpretare i prodigi, impedì che la fiamma fosse spenta da un servo, accorso con l’acqua e, quando il fuoco si spense naturalmente dopo il risveglio del bambino, affermò davanti al marito che sarebbe diventato la luce di Roma.

Appare di tutta evidenza che il racconto è fantasioso e che tende a spiegare l’origine del nome “Servio”, la creazione del culto dei Lari e a giustificare ciò che accadrà successivamente.

Lo dice lo stesso Livio, quando spiega di non poter accogliere la versione di una Ocrisia schiava perché mai Tarquinio Prisco avrebbe concesso sua figlia in moglie al figlio di una schiava. Più verosimile, per lo storico patavino, l’idea che Ocrisia, arrivata incinta come prigioniera al palazzo di Tarquinio Prisco e riconosciuta come donna di nobili origini, sia diventata amica di Tanaquil e che suo figlio, di conseguenza, sia stato cresciuto secondo il suo rango. Lo stesso afferma anche nelle sue “Antichità romane” (titolo originale: Ρωμαικὴ ‛Αρχαιολογία) lo storico Dionigi di Alicarnasso, spiegando, inoltre, che il praenomen Servius gli venne dato dalla madre in ricordo dei suoi natali servili e il nomen Tullius in ricordo del padre.

Servio Tullio

Servio sposò, dunque, la figlia di Tarquinio Prisco, ucciso da una congiura di palazzo, probabilmente capitanata da un figlio di Anco Marzio, che riteneva di essere stato defraudato del trono. Anche qui l’azione della regina Tanaquil fu determinante: benché Tarquinio Prisco fosse morto, disse al popolo romano che il re era ferito ma vivo e che, nelle more, il potere sarebbe stato assunto da Servio Tullio. Quando poi si seppe della morte di Tarquinio, era ormai troppo tardi, perché Servio Tullio era diventato re di Roma con la protezione della milizia e senza la proclamazione popolare. Fu il primo caso di re eletto direttamente dal senato.

Un’altra versione ci viene tramandata dall’imperatore Claudio, secondo cui il vero nome di Servio Tullio sarebbe stato Mastarna (etr. Macstrna, lat. Mastarna), un etrusco, quindi.

Nell’ “Oratio Claudii”, conservata sulle tavole bronzee di Lione, scoperte nel 1528, l’imperatore riferisce la versione dei “tusci auctores” di questo periodo misterioso della storia romana, soffermandosi su due figure importanti: il condottiero ed eroe etrusco Celio Vibenna (etr. Caile Vipinas) e il suo sodalis fidelissimus Mastarna. Claudio, tra l’altro, è l’unico che identifica Mastarna in Servio Tullio. Così Claudio:

Questi (Servio Tullio), se seguiamo i nostri autori sarebbe nato da una prigioniera di guerra, Ocresia, se seguiamo quelli etruschi sarebbe stato un tempo sodale fedelissimo di Celio Vivenna, e compagno d’ogni sua avventura. Egli, dopo aver incontrato varia fortuna ed essere uscito dall’Etruria coi resti dell’esercito di Celio, occupò il monte Celio, che dal suo comandante chiamò Celio, e mutato il proprio nome – infatti in etrusco il suo nome era Mastarna – ottenne il regno con grande utilità dello Stato.

Nessuno, almeno fino al 1857, mise in discussione la tradizione degli storiografi latini che facevano capo agli annalisti, ma fu proprio in quell’ anno che a Vulci venne scoperto un grande ipogeo, la cosiddetta tomba Francois, nelle cui pitture parietali erano rappresentati Caile Vipinas, suo fratello Avle e Macstrna.  Si pensava che si trattasse di leggende, ma nel 1939 fu trovato un piede di bucchero, risalente al VI secolo, nel tempio di Minerva a Veio col nome del dedicante scritto in etrusco arcaico, “Avile Vipiiennas”. E lo stesso Aulo Vipenna viene ricordato in un vaso a figure rosse del V secolo.

Il grande etruscologo Massimo Pallottino, analizzando il nome di Mastarna, ha evidenziato che la radice Macstrrimanda alla parola di matrice indoeuropea magister e che il suffisso -na indica in etrusco la subordinazione. Dunque, Mastarna significherebbe “Colui che appartiene al magister“, che, nel latino arcaico, indicava un capo militare. Pertprocianto Macstrna/Servio Tullio sarebbe un subordinato, o sorta di luogotenente, di Celio Vibenna. Se fosse vero questo, sarebbe pienamente spiegato il praenomen Servius, vera e propria traduzione del nome “funzionale” Mastarna. Quanto al nomen, Tullius, è possibile che anch’esso sia di origine etrusca (Tulumne).

Nella tomba François a Vulci, nelle pitture parietali sono rappresentati con tutta esattezza Mastarna e Aulo Vibenna, fratello di Cele, che sconfiggono un Cneve Tarchunies Rumach (Gneo Tarquinio romano) che aveva fatto prigioniero Cele (dal nome Cele derivò il nome del colle Celio). Non è chiaro, peraltro, chi sia lo Gneo Tarquinio dell’affresco: non sembra peraltro un re, visto che la sua tunica bianca non reca traccia dell’orlo color porpora attribuito iconograficamente alle figure di rango reale. Qualcuno ha ipotizzato che possa trattarsi di un figlio di Tarquinio Prisco votato al sacerdozio. Quanto ad Aulo Vibenna, sembra, a leggere l’annalista Fabio Pittore, che sia stato ucciso da “uno schiavo di suo fratello”. Ennesimo riferimento alla condizione di subordinazione di Mastarna nei confronti di Cele Vibenna. La testa di Aulo fu poi scoperta in Campidoglio, il cui nome può essere ricondotto etimologicamente a “caput oli” (cioè “testa di Aulo”).

La tomba François

Il regno di Servio Tullio fu contraddistinto da numerose riforme, quali la divisione dei patrizi e dei plebei in classi col criterio del censo e l’attribuzione di una serie consequenziale di obblighi militari, finanziari e di diritti politici.  Tra gli obblighi militari, ricordiamo le centurie, che erano nello stesso tempo quadri di leva e sezioni dell’assemblea deliberante, chiamata, appunto, centuriata.

Per facilitare le operazioni amministrative, il territorio fu diviso in distretti territoriali detti tribù. Servio Tullio dotò inoltre Roma di una cerchia di mura che comprendesse la parte nuova della città, cresciuta ben oltre l’iniziale cinta palatina, accogliendo, oltre ai colli adiacenti al Palatino, anche il Quirinale, il Viminale e parte dell’Esquilino. Il limite religioso della città (pomerium) conservò sino alla fine della repubblica il tracciato della cinta di Servio Tullio, che fu modificato solo con il principato.

Tito Livio ci informa poi della politica matrimoniale del re:

«Servius […] ne, qualis Anci liberum animus adversus Tarquinium fuerat, talis adversus se Tarquini liberum esset, duas filias iuvenibus regiis, Lucio atque Arrunti Tarquiniis iungit»

«Servio [Tullio], per evitare che l’odio nutrito dai figli di Anco nei confronti di Tarquinio divenisse il medesimo sentimento dei figli di Tarquinio nei suoi confronti, diede in moglie le sue figlie ai due giovani rampolli reali, Lucio e Arrunte Tarquinio»

Tullia Maggiore aveva un carattere decisamente mite, contrariamente alla sorella, Tullia Minore (infatti erano ipsae longe dispares moribus, cioè molto diverse nei costumi), e cercava di influire positivamente sull’ “inquieto animo” del marito cui suggeriva di guadagnarsi il favore del senato, importante per una gestione del potere meno conflittuale. Le sue parole non influivano, però, sul comportamento di Tarquinio, che appariva violento e mosso dall’ ambizione.

Era disprezzata dalla sorella più piccola, perché considerata poco audace e priva di iniziativa. Tuttavia Tullia minore non si limitava alla scarsa o nulla considerazione per la sorella maggiore: disprezzava anche profondamente suo marito Arrunte, perché non lo reputava un vero uomo ed esaltava con parole e con gesti la virilità del cognato. Nel frattempo, la situazione a Roma stava facendosi difficile per Servio Tullio: sebbene non avesse ricevuto agli inizi del suo regno l’approvazione popolare, si era cattivato il favore della plebe con la distribuzione di terre tolte ai nemici, ma così facendo, si era alienato l’appoggio del senato, da sempre in mano al patriziato.

Di questa situazione approfittò l’ambizioso Tarquinio, montato contro il re anche dalla cognata, con cui ben presto iniziò una relazione. Tarquinio era attratto dalla cognata che sentiva simile a sé e di cui subiva la fascinazione. Così Livio:

«In poco tempo la loro somiglianza li legò, come accade comunemente: il male, infatti, è strettamente connesso al male; ma tutto l’intrigo è stato organizzato dalla donna»

Non sorprende la differenza tra le due sorelle, né tra la figura di Lucrezia, univira virtuosa, e quella di Tullia Minore, che incarna la donna ambiziosa e dal fascino malefico: la storia di Roma, specie nell’ età repubblicana, quando furono codificati i paradigmi di virtù e di scelleratezza, è piena di queste antitesi: servono a fornire modelli di riferimento o, nel caso di Tullia minore, di riprovazione morale. Alla donna virtuosa dei primi secoli, infatti, non era permesso esprimere un pensiero autonomo, ma solo occuparsi della casa, della filatura e delle cure parentali. Non era permesso parlare, né bere vino, né sedere a tavola col marito se non alle “primae mensae”, la prima parte del banchetto, quando ancora non viene servito il vino. Bere vino significa, di fatto, incorrere nella morte e non poche sono le donne che sono state bastonate a morte dai loro mariti per aver infranto la norma. Non è casuale, dunque, che sulle iscrizioni funebri femminili si leggano tanto spesso espressioni come “casta fuit, domum servavit, lanam fecit”.

E anche se Lucrezia sembra riecheggiare la figura di Penelope, tra le due donne, belle e virtuose, che esauriscono la loro vita all’interno delle mura domestiche, c’è una profonda differenza: la metis, l’astuzia in grado di trovare soluzione a problemi difficili, e una certa capacità di seduzione sugli uomini, ambedue assenti nella romana Lucrezia. Penelope eserciterà la metis per almeno due volte: quando tesserà l’interminabile tela, il sudario per il vecchio Laerte, e quando metterà alla prova lo sposo, Odisseo, chiedendo ad Euriclea di preparare il letto al marito, ancora senza identità, fuori dalla camera coniugale. Per quanto riguarda la seduzione, Penelope è sempre stata assunta a paradigma di virtù, ma persino Telemaco riferisce che “l’animo” della madre “è indeciso”. E Penelope stessa, a volte senza motivo, dopo essersi abbigliata e ingioiellata, scende dalle proprie stanze suscitando desiderio sessuale nei Proci. (Cantarelli)

Ma lasciamo la Grecia antica e torniamo a Tarquinio e a Tullia minore: il loro piano fu elaborato in breve tempo ed era l’effetto di una ambitio regni che accomunava i due amanti: per salire al trono, era necessario eliminare il vecchio Servio Tullio, ancora al potere e rispettivamente suocero e padre dei due e, prioritariamente, i rispettivi consorti, che sentivano come ostacoli ai loro delittuosi progetti.

Uccisi, dunque, Tullia maggiore e Arrunte, i due si sposarono senza l’opposizione, ma anche senza l’approvazione del vecchio re. Adesso serviva a Tarquinio e a Tullia Minore un’occasione per togliere di mezzo Servio Tullio: non potendo avvalersi dell’appoggio della plebe, che amava il re, Tarquinio assunse pubblicamente il potere, accusando Servio Tullio di aver usurpato il trono. Scoppiò una lite violenta tra suocero e genero, che si concluse in tragedia.

Queste furono le parole di Servio Tullio al genero, sempre nel racconto di Livio:

Servio, avvertito da un trafelato messo, sopraggiunse durante il discorso, e improvvisamente dal vestibolo della Curia gridò a gran voce: “Che vuol dire cotesto, o Tarquinio? E con quale audacia osasti, me vivo, adunare i Padri e sederti sul mio seggio?”

 Tarquinio, a questo punto, lo gettò giù dalle scale del senato. Poi fu la volta di Tullia Minore di ultimare l’azione delittuosa del marito: passò con un cocchio trainato da cavalli e lanciato a velocità sul corpo del padre, che stava fuggendo verso l’Esquilino. Servio Tullio morì all’ istante.

 

Tullia Minore

 

Ma non finì qui: Lucio Tarquinio non concesse al suocero neanche la sepoltura con la scusa, afferma Livio, che neanche Romolo l’aveva avuta.

Il luogo del misfatto ricevette in seguito l’appropriato nome di Vicus Sceleratus. Sembra assai strano, per la verità, che una storia del genere sia effettivamente accaduta e non perché la storia romana non sia stata costellata da misfatti e da delitti atroci, quanto perché il regicidio davanti al popolo avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili anche per Lucio Tarquinio.

Il regno di Tarquinio, durato dal 534 al 509, finì, dice la leggenda, per la violenza perpetrata da suo figlio Sesto su Lucrezia, ma in realtà le motivazioni principali sono da individuare nell’aver deprivato di potere il Senato (e dunque il patriziato) e nell’ essersi alienato il favore popolare imponendo l’obbligo di lavorare alla costruzione del gigantesco tempio di Giove Capitolino, per il quale fece sconsacrare antichi templi e sacelli inaugurati da Tito Tazio al tempo della sua contesa con Romolo; nell’ aver utilizzato il proprio potere per impadronirsi dei beni dei cittadini che, a parer suo, minacciavano la stabilità di Roma, ma le cui ricchezze, sovente, avevano suscitato la sua avidità.

A poco valsero le conquiste e i trattati di pace con Ernici, Volsci ed Equi, e le opere pubbliche con cui adornò Roma: la memoria tramandata di lui in epoca repubblicana fu quella di uno spietato tiranno, in tutto degno di essere scacciato in nome della libertà e sostituito dall’ ordinamento repubblicano.

Quando, poi, suo figlio Sesto violentò Lucrezia, il popolo romano si sollevò, aizzato da Publio Valerio e da Lucio Giunio Bruno. Tarquinio si alleò con gli Etruschi di Porsenna, lucumone di Chiusi, in funzione antiromana, ma gli Etruschi furono ricacciati indietro.

Questo momento della storia romana ci è stato raccomandato da Livio in una maniera poco attendibile: pensare che Porsenna, che assediava Roma, possa aver firmato la pace perché colpito dal sublime eroismo di figure leggendarie come quella di Orazio Coclite, Clelia e Muzio Scevola, è cosa assai discutibile. I Romani, infatti, tendevano a mascherare le sconfitte in epoca arcaica con gesta di straordinario eroismo. È possibile, invece, che Porsenna abbia occupato Roma, sia stato scacciato dal Lazio e persuaso ad abbandonare le sue velleità di conquista della zona tirrenica sotto il controllo greco a seguito della battaglia di Ariccia, combattuta tra gli Etruschi del lucumone di Chiusi e la lega costituita dai Latini e dai Greci di Cuma.

Tarquinio morì 14 anni anni dopo, nel 495 a.C. Prima, però, riparò a Tusculum dal genero, Ottavio Mamilio, “di gran lunga il più rappresentativo tra i Latini e, se si presta fede alla leggenda, discendente di Ulisse e della dea Circe” (Livio).

Fu sconfitto anche in un secondo tentativo di rientrare a Roma, nella battaglia sul lago Regillo, dove lui stesso rimase ferito e il genero trovò la morte. Infine, definitivamente vinto, si ritirò in esilio a Cuma, dal tiranno Aristodemo.

La monarchia a Roma aveva concluso il suo ciclo. Iniziava adesso la repubblica, i cui primi consoli furono Bruto e Collatino, poi sostituito, perché imparentato con i Tarquini, da Publio Valerio, detto Valerio Publicola, cioè “amico del popolo”.

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Annamaria Zizza

Mi sono abilitata in Italiano e Latino e in Storia dell’Arte, sono passata di ruolo per l’insegnamento dell’Italiano e del latino nei Licei nell’anno 2000/2001.

Sono attualmente in servizio dal 2007/2008 al Liceo Classico “Gulli e Pennisi” di Acireale CT, dove ricopro il ruolo di docente a tempo indeterminato nel triennio del corso C.

Ho frequentato con esito positivo i seguenti corsi di aggiornamento/formazione:

– Didattica della lingua italiana;

– Tecnologie informatiche applicato al PNI e al Brocca;

– Valutazione scolastica;

– Valutazione e programmazione scolastica;

– Sicurezza nelle scuole;

– Didattica della letteratura italiana;

– Didattica della letteratura latina;

– rogramma di sviluppo delle tecnologie didattiche;

– Didattica breve nell’insegnamento del latino;

– Comunicazione

– Per una didattica della lettura e della narrazione;

– Autori, collane, libri, progetti editoriali: valorizzare la scuola attraverso la lettura;

– La dislessia

Ho tenuto in qualità di esperto due corsi PON sulle abilità di base per l’Italiano e uno sui connotati profetici nella Comedìa dantesca; ho svolto il ruolo di tutor in altri corsi PON ministeriali.

Sono stata per tre anni funzione strumentale nell’area “Supporto ai docenti”, direttrice di laboratorio multimediale, catalogatrice Dewey nella biblioteca scolastica, bibliotecaria, RSU, coordinatrice e segretaria di Consiglio di classe con frequenza annuale. Ho elaborato e tenuto il percorso di ricerca-azione “Sopravvivere alla vita: istruzioni per l’uso” nell’ambito della DLC.

Ho partecipato a svariate iniziative culturali come relatrice: dalla tavola rotonda organizzata dal Comune di Acireale sul saggio della prof.ssa Ferraloro inerente il romanzo di Tomasi di Lampedusa “Il gattopardo”, a conferenze di argomento letterario presso scuole, al progetto “Dante nelle chiese di Acireale”, organizzato dal vescovado (con relativa Lectura Dantis), al festival Naxoslegge con un’altra lectura Dantis e a presentazioni di libri.

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