Ushabty della Signora della Casa Mut(nefret)

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whatsapp-image-2016-09-29-at-14-01-43Questa tipologia di statuette, assieme agli scarabei, è tra i reperti che gli archeologi hanno trovato in maggior numero nel corso dei loro scavi in Egitto e che compaiono in quasi tutte le collezioni egizie sparse nel mondo.

Ancora oggi non è raro durante le campagne archeologiche, rinvenire tra gli scavi queste particolari statuette funerarie, con iscrizioni o anepigrafe, che abbracciano buona parte della civiltà faraonica.

Il motivo di tanta abbondanza di reperti è una diretta conseguenza del loro utilizzo in ambito funerario, che prevedeva un ushabty per ciascun giorno dell’anno e un capo per ogni gruppo di 10, almeno nella formula completa, che se anche non sempre veniva rispettata, ha fatto si che questi reperti fossero prodotti in numero elevatissimo.

Ma vediamo quel era la funzione degli ushabty all’interno del complesso culto funerario egizio.

Gli antichi egizi chiamavano questi reperti  ush-1Swbty o nella variante  ush-2wSbty che in ogni caso possiamo tradurre come “rispondente”, con il preciso compito di rispondere all’appello e sostituire il defunto in tutti i lavori che gli venivano imposti nell’aldilà.

Realizzati in diversi materiali come legno, pietra o faience essi riunivano, in una figura magicamente animata, l’immagine del padrone con l’aspetto di Osiri e quella del servitore, in una sovrapposizione di concetti che trova riscontro nell’evidente allargarsi della prospettiva escatologica e nel perfezionamento del credo ultraterreno.

Spesso gli ushabty riportano il capitolo VI del Libro dei Morti: “O questo ushabty di …(nome del defunto)…se io sono chiamato e messo in nota per fare i lavori che si compiono abitualmente nella Duat te ne sarà affidato l’incarico. Sostituisciti a me in ogni momento per coltivare i campi, per irrigare le rive, per trasportare la sabbia da oriente a occidente. Eccomi, dirai”. (WB IV, 435, 15:I, 373).

Anche la collezione egizia custodita presso il Museo Archeologico di Napoli vanta numerosi ushabty e quello nella foto è certamente quello dalla forma meno consueta, che ha un parallelo con uno del tutto simile e che porta lo stesso nome, custodito presso lo Hessisches Museum di Darmstad in Germania.

Questo ushabty, realizzato in faience dipinta, porta una doppia parrucca ed evidenzia dei lineamenti piuttosto irregolari realizzati con tratto di colore nero. Indossa un abito bianco con ampie maniche e un gonnellino plissettato le cui pieghe sono rappresentate da linee disegnate in nero.

Tra le bande laterali della parrucca è stata dipinta una collana usekh a sei file, mentre il corpo viene accennato da una linea che va da un omero all’altro, formando così il ventre appena accennato e l’ombelico.

Sul gonnellino plissettato inizia un’iscrizione che termina poi nella parte posteriore della statua, che riporta parzialmente il capitolo VI del Libro di Morti di cui abbiamo già detto.

Viene datato all’inizio della XIX dinastia.

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