Vendemmia a Pompei. Una tradizione con tecniche di duemila anni fa

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La vendemmia a Pompei ormai è un appuntamento atteso e di tradizione che affascina e attira sempre un pubblico molto curioso e partecipe. Quest’anno la tradizionale attività si rinnova il 25 di ottobre con il taglio delle uve nei vigneti del Triclinio Estivo e con la straordinaria apertura del vigneto del Foro Boario. Il progetto, nato in via sperimentale nel 1994 su un’area limitata degli scavi, adesso è un vero e proprio evento frutto della collaborazione e convenzione tra il Parco Archeologico di Pompei e l’azienda vitivinicola campana Mastrobernardino.

03/10/2001
Dopo 1992 anni, nella Pompei imperiale, torna la vendemmia. Negli orti e nei giardini della ‘domus’, nella citta’ sommersa dal
diluvio di fuoco e gas dell’eruzione del 79 D. C..
Ideatori del progetto il sovrintendente Giovanni Guzzo e da Antonio Bastroberaldino della omonima casa vinicola avellinese.
Nella foto la raccolata nell’orto della ” Casa dela fontana”.
Ph. Ciro Fusco

Le aree interessate, ad oggi, comprendono tutti i vigneti delle Regiones I e II dell’antica città vesuviana, per un’estensione di oltre un ettaro ripartito su 15 appezzamenti di diversa estensione e per una resa di circa 30 quintali d’uva. Quello che si produce, il vino Villa dei Misteri, è prodotto con uve Piedirosso e Sciascinoso e presenta caratteristiche uniche in quanto realizzato secondo le tecniche di viticultura di duemila anni fa.

La vendemmia infatti era una delle attività più remunerative dell’area vesuviana, terra fertile e famosa sin dall’antichità per le uve pregiate e particolarmente redditizie. Nell’economia della città, oltre al garum, uno dei prodotti largamente diffusi era proprio il vino. I vini prodotti dalle viti coltivate sotto le pendici del Vesuvio dove il terreno, ricco di acido fosforico, favoriva la qualità e l’abbondanza dei raccolti erano particolarmente pregiati e richiesti. Anche il naturalista Plinio il Vecchio, celebre vittima dell’eruzione del 79 d.C. e ammiraglio della flotta di Capo Miseno ricorda la bontà dei vini prodotti proprio a Pompei che raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una particolare tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana. Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

La tecnica della viticoltura era particolarmente articolata, così come la disposizione delle viti che, secondo Plinio il Vecchio, doveva seguire delle regole ben precise. I filari erano così sostenuti da pergole (vitis compluviata) e posti ad una distanza regolare, a poco meno di un metro e mezzo l’una dall’altro. L’archeologia a Pompei, oltre a restituire meravigliose strutture edilizie, ha anche riportato alla luce, grazie agli studi condotti dal Laboratorio di ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei,  le radici di alcune vigne, consentendo così di ricostruire la disposizione interna dei filari antichi. Gli scavi hanno permesso inoltre di identificare piante di legumi, in genere fave, piantate tra le viti, non solo perché arricchivano il raccolto ma anche perché fornivano al terreno sali minerali. Dopo il raccolto e la pigiatura con i piedi, i grappoli venivano portati tramite ceste al torchio dove si cercava di ricavare, attraverso la spremitura con la pressa, una maggiore quantità di succo. Il prodotto veniva poi raccolto in un canaletto e condotto nella cella vinaria sottostante. Il liquido, alla fine del processo, si conservava in orci di terracotta che venivano disposti su file e in parte interrati per evitare che gli sbalzi di temperatura potessero danneggiarne la fermentazione.

Il commercio del vino prodotto andava ben oltre i confini della Campania. Trasportato in anfore, dotate di una parte terminale appuntita per facilitare l’inserimento nelle stive delle navi a file alternate,  il vino di Pompei è arrivato sulle tavole della Gallia Narbonense e dell’Africa settentrionale. Grazie proprio all’analisi dei bolli impressi sulle anfore, nel corso degli anni, è stato possibile ricostruire il commercio del vino. I prodotti agricoli dell’ager pompeianus erano diffusi  grazie ai rapporti d’affari tra viticoltori e negotiatores, i grandi commercianti, che portavano i loro traffici in tutto il bacino del Mediterraneo e ben oltre i confini nord italici. Bolli di viticoltori pompeiani sono stati rintracciati su anfore da trasporto in Gallia meridionale; famoso il caso- studio di Porcio, forse il M. Porcio ricordato da alcune iscrizioni per essere stato uno dei finanziatori per la costruzione dell’Anfiteatro di Pompei e dell’Odeion e grande affarista. Il commercio del vino di Porcio aveva addirittura un percorso molto interessante perché dalla Campania arrivava a Narbonne per poi giungere a Toulose e infine a Bordeaux. Il vino prodotto dagli Eumachi, della cui famiglia faceva parte anche la sacerdotessa Eumachia, arrivava invece sulle coste dell’Africa e in particolare a Cartagine dove sono stati ritrovati anche numerosi bolli anforari della famiglia che, oltre a produrre vino, era famosa anche per la fabbricazione di anfore da trasporto, attività nella quale era impegnata un’altra famosa famiglia pompeiana, quella dei Lassi.

Il Direttore Generale Massimo Osanna e il Prof. Mastrobernardino danno appuntamento a coloro che vorranno assistere alla vendemmia giorno 25 ottobre alle ore 11 presso il vigneto del Triclinio Estivo, ingresso Piazza Anfiteatro.

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Alessandra Randazzo

Studia Lettere Classiche presso il DICAM dell’Università di Messina. Ha ricoperto il ruolo di redattrice e social media manager per www.mediterraneoantico.it e attualmente per la testata Made in Pompei, inoltre è Ufficio Stampa per la società di videogames storici Entertainment Game Apps, Ltd.
Durante la carriera universitaria ha partecipato a numerose campagne di scavo e ricognizione presso siti siciliani e calabresi.
Per la cattedra di Archeologia e Storia dell’arte Greca e Romana presso il sito dell’antica Finziade, Licata (AG) sotto la direzione del Prof. G.F. La Torre, febbraio-maggio 2012; per la cattedra di Topografia Antica presso Cetraro (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, luglio 2013; per la cattedra di Topografia Antica e Archeologia delle province romane presso il sito di Blanda Julia, scavi nel Foro, Tortora (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, giugno 2016.
Ha inoltre partecipato ai corsi di:
“Tecnica Laser scanning applicata all’archeologia” in collaborazione con il CNR-IPCF di Messina, gennaio 2012;
Rilievo Archeologico manuale e strumentale presso l’area archeologica delle Mura di Rheghion – tratto Via Marina, aprile-maggio 2013;
Analisi e studio dei reperti archeologici “Dallo spot dating all’edizione”, maggio 2014; Geotecnologie applicate ai beni culturali, marzo-aprile 2016.
Collabora occasionalmente con l’ARCHEOPROS snc con cui ha partecipato alle campagne di scavo:
“La struttura fortificata di Serro di Tavola – Sant’Eufemia D’Aspromonte” sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria) e della Dott.ssa M.M. Sica, 1-19 ottobre 2012;
Locri – Località Mannella, Tempio di Persefone sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria), ottobre 2014;
Nel marzo 2014 ha preso infine parte al Progetto “Lavaggio materiali locresi” presso il cantiere Astaldi – loc. Moschetta, Locri (Rc) sotto la direzione della Dott.ssa M.M. Sica.

Collabora attualmente con la redazione di: www.osservarcheologia.eu

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