La crisi dell’Impero Romano nel III secolo d.C.

0
3938

Nel corso del III secolo d.C. l’impero romano vive una profonda crisi, chiamata dagli storici “anarchia militare”, poiché, nel corso di un cinquantennio (235-284 d.C.), si succedono una ventina di imperatori, quasi tutti morti violentemente e perlopiù scelti dall’esercito. Infatti il principato creato da Augusto si basava inizialmente sulla discendenza dal divinizzato Cesare (per quanto riguarda i giulio-claudi, 27 a.C. – 68 d.C.), poi sulla dinastia Flavia (69-96 d.C.). Al principio dinastico segue quello dell’adozione poiché, per un caso fortuito, nessun imperatore ha un figlio maschio, almeno fino a Commodo, figlio di Marco Aurelio, che
pone fine alla dinastia degli Antonini (96-193 d.C.). Altre guerre civili finiscono per porre al comando i Severi (193-235 d.C.), finché alla morte dell’ultimo esponente, Alessandro, si apre il periodo di anarchia militare.

Nel corso dei circa 250 anni intercorsi tra l’ascesa di Ottaviano e la morte di Alessandro Severo infatti non viene esplicitato alcun principio di successione (e mai lo sarà); lo stato è ancora formalmente una res publica. Nel III secolo tuttavia la guerra per il potere diventa spietata sia per una serie di fattori interni che esterni (difficoltà economiche, demografiche, invasioni, carestie, pestilenze); non da ultimo la concessione della cittadinanza a tutti i liberi (o quasi) di Caracalla tramite la Constitutio Antoniniana nel 212 d.C. apre la possibilità a chiunque di diventare imperatore, complice la sempre maggiore apertura all’ordine equestre (suo padre Settimio Severo dà il comando delle tre nuove legioni partiche a prefetti equestri e tutti i primipili diventano cavalieri).

In questo quadro di cambiamento e crisi che imperversa nel III secolo, in cui l’impero è costretto a confrontare le prime invasioni barbariche, l’ascesa dei sasanidi (ben più agguerriti dei loro predecessori parti) e continue e logoranti guerre civili, si rischia ripetutamente il collasso:

« […] Goti, Borani, Urgundi e Carpi depredavano le città dell’Europa […] intanto i Persiani attaccavano l’Asia, occupando la Mesopotamia ed avanzando fino in Siria, addirittura ad Antiochia, che conquistarono, metropoli di tutto l’Oriente romano. E dopo aver ucciso una parte della popolazione e portato via come prigionieri gli altri, tornarono in patria. […] I Persiani senza dubbio avrebbero conquistato tutta l’Asia con facilità se, felici per la ricca preda conquistata, non avessero ritenuto di portarlo in patria salvo con soddisfazione. »
Zosimo, Storia nuova, I.27.2

Ritratto di Claudio II o Aureliano

L’imperatore Valeriano (253-260) viene infine catturato dai persiani durante un tentativo di trattare con il re persiano Shapur, che in realtà era un tranello:

« […] Sapore I chiese di incontrarsi con l’imperatore romano, per discutere ciò che fosse necessario. Valeriano, una volta accettata le risposta senza neppure riflettere, mentre si recava da Sapore in modo incauto insieme a pochi soldati, fu catturato in modo inaspettato dal nemico. Fatto prigioniero, morì tra i Persiani, causando grande disonore al nome romano presso i suoi successori. »
Zosimo, Storia nuova, I, 36.2

Suo figlio Gallieno, già associato prima come Cesare poi come Augusto, tiene in piedi un impero frammentato ormai fra tre entità: la sua, l’impero delle Gallie e quello di Odenato (e poi Zenobia), rispettivamente in occidente e oriente. Il vuoto di potere aveva portato i governatori locali a sostituirsi al potere imperiale, senza però entrarne esplicitamente in contrasto, anzi: Postumo in occidente non cerca di spodestare Gallieno, mentre Odenato è nominato perfino dall’imperatore corrector totius orientis.
Quest’ultimo riesce perfino a respingere i persiani e riesce a stabilizzare il confine orientale.
Gallieno infine, forse per necessità di avere comandanti capaci, forse per ridurre la probabilità che si ribellassero, decreta anche (secondo Aurelio Vittore) che i senatori venissero esclusi dalle cariche militari: era un provvedimento epocale siccome fin dall’origine della repubblica erano stati i senatori a guidare le armate romane.

L’ascesa degli imperatori illirici

E infatti subito dopo l’assassinio di Gallieno salgono al potere, tra il 268 e il 284 una serie di comandanti militari di origini modeste, noti come imperatori illirici. Il primo è Claudio II il gotico, che si conquista tale appellativo durante la sua vittoriosa campagna contro i goti sul Danubio: la sua vittoria sarà di portata talmente vasta che fino ad Adrianopoli (378), ossia un secolo dopo, non saranno più un problema. Claudio II sarà uno dei pochi imperatori a morire per cause naturali nel III secolo.
Egli aveva designato come successore il fratello Quintillo, mentre l’esercito aveva deciso di nominare imperatore un militare di grandissima esperienza, compagno di Claudio II, Aureliano (270-75). Noto come manu ad ferrum per la sua durezza, sconfisse Quintillo e prese il potere nella parte “centrale” dell’impero.

Aureliano affrontò i barbari sul Danubio e infine respinse un’invasione di alemanni, marcomanni e iutungi in Italia nel 271: dopo una prima sconfitta nei pressi di Piacenza, i barbari si divisero per far bottino e l’imperatore li sconfisse. Tuttavia, la minaccia ormai era concreta e l’Urbe si dotò delle celebri mura aureliane.
Messa in sicurezza l’Italia, fu la volta della Dacia, che venne abbandonata per ordine dell’imperatore tra il 271 e il 273: era diventato impossibile difenderla. Come diceva già in antichità Eutropio il motivo era da attribuire allo spopolamento delle province più interne dell’Illirico e alla maggiore solidità difensiva del limes danubiano, che ora godeva anche delle legioni e dei reparti ausiliari prima in Dacia:

« La provincia di Dacia, che Traiano aveva formato oltre il Danubio, è stata abbandonata, dopo che l’Illirico e la Mesia sono state spopolate, perché era impossibile mantenerla. I romani, spostati dalle città e terre di Dacia, si sono sistemati dall’interno della Mesia, che adesso chiamano Dacia, sulla sponda destra del Danubio fino al mare, rispetto a cui la Dacia si trovava prima sulla sinistra. »
Eutropio, Breviarium, libro IX

Coin Of Tetricus

L’imperatore illirico, messi al sicuro l’Italia (creando forse anche il sistema difensivo sulle alpi Giulie per sbarrare l’accesso ai barbari che sconfinavano dalla Pannonia) e il confine danubiano, nel 272 volse le sue mire a oriente dove Odenato prima e sua moglie Zenobia (e suo figlio Vallabato) poi avevano creato un proprio impero come aveva fatto Postumo e poi Tetrico in Gallia. Nel corso di due campagne militari Aureliano riconquistò Palmira e catturò Zenobia, dopo averla sconfitta a Immae e Emesa, mentre la regina scappava per cercare rifugio in Persia. Nel 273 tuttavia la città venne distrutta dopo una nuova ribellione.
Zosimo ci narra le straordinarie gesta militari di Aureliano:

« Vedendo che i cavalieri di Palmira avevano fiducia nelle loro pesanti e sicure armature e che erano superiori ai cavalieri romani per esperienza, separò la fanteria al di là del fiume Oronte e diede ai cavalieri romani il segnale di non attaccare direttamente la cavalleria pesante dei Palmireni (clibanarii), ma di attendere il loro assalto e simulare una ritirata. Raccomandò che insistessero in questa tattica fino a quando, soldati e cavalli, a causa della calura e appesantiti dalle loro armi, desistessero dall’inseguimento.»
Zosimo, Storia nuova, 50.3-4

Ripreso possesso dell’oriente, nel 274 l’imperatore illirico affrontò Tetrico, che probabilmente si consegnò senza combattere prima della battaglia di Chalons. Ebbe salva la vita, così come la ebbe Zenobia, nonostante entrambi furono portati in trionfo da Aureliano: il primo ebbe il ruolo di corrector Lucaniae et Bruttiorum, la seconda fu lasciata in vita, e si ritirò nei pressi di Tivoli. L’impero era dunque riunito e per questo l’imperatore ottenne il titolo di restitutor orbis.

Antoninianus Aurelianus Palmyra

Aureliano operò non solo nell’ambito militare ma anche in quello economico: si deve a lui la risoluzione, almeno temporanea, della crisi monetaria: gli antoniniani di Aureliano riportano la scritta XXI, considerata dagli studiosi come “vigesima (pars) unius (nummi)”, ossia che la moneta ufficialmente conteneva il 5% di argento. Una percentuale modesta se rapportata a quella del denario di inizio secolo, ma pur sempre superiore a quella degli anni precedenti e soprattutto aiutava a combattere le monete false e ridare linfa all’economia. Tuttavia Diocleziano pochi anni dopo fu ancora costretto a promulgare un edictum de pretiis per calmierare i prezzi e infine Costantino virò a una moneta basata sull’oro e non più sull’argento, il solidus – da cui la nostra parola soldo – con effetti tuttavia negativi sui piccoli scambi.

Infine Aureliano promosse il culto del Sol Invictus, dopo la sconfitta di Zenobia: adottò il culto solare di Emesa, nei cui pressi aveva sconfitto la regina palmirena e creando il collegio pontificale del Sole Invincibile (pontifices solis invicti). In antichità era la normalità adottare per sé il dio che aveva concesso la vittoria (così come lo sarà per Costantino) e inoltre il culto del dio solare ben si adattava a molte divinità greco romane come Apollo e Giove; come narra Tertulliano molti pagani credevano anche che i cristiani adorassero questo dio. Dunque questa nuova divinità, derivata sia dal dio El-Gabal di Emesa che dal
mitraismo, intendeva ridare unità all’impero: proprio nel III secolo si consumarono le più violente persecuzioni dei cristiani, soprattutto a partire da Decio a metà del secolo (i cristiani venivano visti male perché non sacrificavano all’imperatore ed erano restii a combattere, motivo di grande instabilità in un impero così bisognoso di ordine e soldati).

Sotto Diocleziano e Galerio poi si verificherà la più grande persecuzione di cristiani, finché, preso atto dell’inutilità di questi mezzi (e visto la conversione in corso di Costantino) Licinio e Costantino promossero a Milano nel 313 il famoso editto che sanciva la libertà
di culto. L’imperatore illirico venne infine ucciso nel 275 per mano di un ufficiale della guardia pretoria, Mucapor, credendo ad Eros (il segretario di Aureliano) che paventava punizioni dell’imperatore anche contro i pretoriani. Eros aveva infatti mentito ad Aureliano e questi lo aveva scoperto; temendo per la propria vita, vista la reputazione di manu ad ferrum dell’imperatore, ne aveva organizzato l’assassinio. A completare l’opera di pacificazione dei confini e di ristabilire l’ordine ci pensò Probo (276-82), la cui durezza nei
confronti dei soldati, cui richiese impegni non militari, come la costruzione di opere civili, ne causò il malcontento e venne assassinato dal suo prefetto al pretorio Caro, che divenne imperatore.

Probo fu anche un fautore del ripopolamento delle campagne, devastate da guerre e carestie, con elementi barbarici, pronunciando questo discorso in senato:

« Ormai tutti i barbari arano per voi, sono al servizio e combattono contro le tribù dell’interno […]. Le terre di Gallia sono arate dai buoi dei barbari, i gioghi catturati offrono il collo ai nostri agricoltori; le greggi di diversi popoli pascolano per nutrire noi, i cavalli si incrociano con i nostri, i granai sono pieni di frumento barbarico. »
Historia Augusta, Probus, 15

Meno di due anni dopo, tuttavia, Diocleziano (ancora una volta un militare) avrebbe posto termine al turbolento cinquantennio di anarchia militare, istituendo la tetrarchia: il governo, a partire dal 293, sarebbe stato suddiviso tra due Augusti (Diocleziano a oriente, Massimiano – suo ex collega soldato e già associato come Augusto – a Occidente) e due Cesari (Galerio e Constanzo Cloro) che sarebbero dovuti subentrare ai due Augusti per poi scegliere a loro volta un altro Cesare. Tuttavia, nonostante Diocleziano abbia governato
per vent’anni e poi abdicato nel 305 ritirandosi a Spalato (e costringendo il collega Massimiano, meno incline, a fare lo stesso), il sistema si incrinò immediatamente quando l’anno seguente, alla morte di Costanzo Cloro, i suoi soldati elessero a York imperatore Costantino.