La collezione epigrafica del Museo Archeologico di Napoli

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La storia della collezione epigrafica del Museo Archeologico di Napoli è molto frammentaria, ma i pezzi che accoglie sono testimonianze preziose per la storia dell’epigrafia poichè composta da oltre duemila documenti in lingua latina, greca e nei dialetti dei popoli italici.

Il nucleo più antico è quello della collezione Farnese con circa 240 epigrafi, formatosi anche con alcuni pezzi raccolti da Fulvio Orsini, antiquario e bibliotecario della famiglia. La collezione, ereditata da Carlo di Borbone, venne trasferita a Napoli assieme ad altri beni farnesiani e incrementata con la raccolta del cardinale Borgia, formatasi tra Lazio e Umbria, composta da circa 260 iscrizioni. Altri pezzi arrivarono da Francesco Daniele, erudito settecentesco appassionato di epigrafia, che riunì numerosi documenti provenienti da Capua e zone vicine; ancora pezzi da un altro antiquario, il vescovo Carlo Maria Rosini, composto da documenti provenienti dall’area flegrea e conservati fino al 1856 presso il seminario di San Francesco a Pozzuoli.

Altri nuclei entrarono nella collezione per acquisto o dono: tra questi la raccolta acquistata da Andrea de Jorio (1827), le epigrafi donate da Michele Arditi, direttore del Museo di Napoli tra il 1807 e il 1837; altre donazioni del principe di San Giorgio Spinelli nel 1853; le iscrizioni cumane donate da Emilio Stevens (1882-88). Sicuramente un contributo proficuo venne dai numerosi scavi e rinvenimenti sporadici durante il Settecento e fino ai nostri giorni, sia in Campania che nelle diverse regioni dell’Italia meridionale facenti parte del Regno delle due Sicilie.

Nei vecchi allestimenti del Museo, le epigrafi erano state disposte nella “Sala del Toro Farnese”, poi divise in base al contenuto. Successivamente, vista la crescita di numero, vennero collocate confusamente nell’atrio e nei giardini. Dopo il 1929 la collezione venne spostata negli ambienti e lungo il porticato del nuovo corpo di fabbrica alle spalle del Museo, ma la sistemazione risultò inadeguata  e nascosta al pubblico per oltre un cinquantennio.

Tra le più recenti, prima dell’oblio, la sistemazione del 1995 nel primo livello seminterrato, che proponeva un’ampia scelta di iscrizioni per aree culturali; dalla Magna Grecia, alla Sicilia; da Neapolis ai documenti dell’Italia centro-meridionale nei dialetti italici; fino ai materiali relativi a leggi e alla romanizzazione del territorio, e le iscrizioni di età romana provenienti da Puteoli e dall’area vesuviana.

Dalla documentazione in lingua greca, con testi provenienti dalle colonie dell’Italia meridionale (le prime attestazioni di scrittura greca in Occidente, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., sono state scoperte a Pithecusa/Ischia) si passa alle iscrizioni provenienti proprio da Neapolis, dove il greco rimane lingua ufficiale fino alla caduta dell’Impero romano.
Eccezionale poi la raccolta di iscrizioni in lingue pre-romane dell’Italia centro-meridionale (in osco, vestino, volsco, sabellico), come l’iscrizione in lingua volsca da Velletri del IV secolo a.C. o quella sabellica da Bellante della metà del VI secolo a.C.

Tanti i materiali più significativi: le cosiddette Tavole di Eraclealastre bronzee incise su entrambe le facce, con testi in greco e latino di età differenti, rinvenute nel 1732 in Basilicata nel luogo di probabile riunione dell’assemblea federale della Lega italiota; in greco sono le Laminette orfiche di Thurii:
sottili sfoglie d’oro provenienti da due sepolture del IV secolo a. C. appartenenti a una setta misterica di carattere popolare, non ignara dell’ortodossia orfico-pitagorica; in osco invece la Meridiana delle Terme Stabiane.

Ma vanno anche ricordati i frammenti (8 dei 12 rinvenuti sono infatti conservati al MANN) della cosiddetta Tavola bembina – scoperta tra Quattro e Cinquecento e appartenuta prima ai duchi d’Urbino, poi all’umanista Pietro Bembo e quindi ai Farnese – con i testi della lex de repetundis e di una lex agraria relativa ad aree demaniali e – infine – le iscrizioni con i nomi di quanti vinsero i Sebastà in diverse edizioni, in gare atletiche,ippiche e artistiche, scoperte alla fine del XIX secolo durante i lavori del Risanamento in prossimità di Piazza Nicola Amore a Napoli dove, nel 2003 durante i lavori per la linea 1 della metropolitana, sarebbero stati rimessi in luce il tempio per il culto di Augusto e il portico di uno dei ginnasi di Napoli con numerosi altri frammenti di analoghe monumentali iscrizioni.

È stata sicuramente una grande occasione poter vedere in anteprima le sale dedicate a questa ricca collezione, ma il pubblico dovrà aspettare la primavera del 2017. Intanto nella gallery un po’ di immagini per gustare in anteprima quello che potrete ammirare a breve.

GALLERY:

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Alessandra Randazzo

Studia Lettere Classiche presso il DICAM dell’Università di Messina. Ha ricoperto il ruolo di redattrice e social media manager per www.mediterraneoantico.it e attualmente per la testata Made in Pompei, inoltre è Ufficio Stampa per la società di videogames storici Entertainment Game Apps, Ltd.
Durante la carriera universitaria ha partecipato a numerose campagne di scavo e ricognizione presso siti siciliani e calabresi.
Per la cattedra di Archeologia e Storia dell’arte Greca e Romana presso il sito dell’antica Finziade, Licata (AG) sotto la direzione del Prof. G.F. La Torre, febbraio-maggio 2012; per la cattedra di Topografia Antica presso Cetraro (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, luglio 2013; per la cattedra di Topografia Antica e Archeologia delle province romane presso il sito di Blanda Julia, scavi nel Foro, Tortora (Cs) sotto la direzione del Prof. F. Mollo, giugno 2016.
Ha inoltre partecipato ai corsi di:
“Tecnica Laser scanning applicata all’archeologia” in collaborazione con il CNR-IPCF di Messina, gennaio 2012;
Rilievo Archeologico manuale e strumentale presso l’area archeologica delle Mura di Rheghion – tratto Via Marina, aprile-maggio 2013;
Analisi e studio dei reperti archeologici “Dallo spot dating all’edizione”, maggio 2014; Geotecnologie applicate ai beni culturali, marzo-aprile 2016.
Collabora occasionalmente con l’ARCHEOPROS snc con cui ha partecipato alle campagne di scavo:
“La struttura fortificata di Serro di Tavola – Sant’Eufemia D’Aspromonte” sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria) e della Dott.ssa M.M. Sica, 1-19 ottobre 2012;
Locri – Località Mannella, Tempio di Persefone sotto la direzione della Dott.ssa R. Agostino (Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria), ottobre 2014;
Nel marzo 2014 ha preso infine parte al Progetto “Lavaggio materiali locresi” presso il cantiere Astaldi – loc. Moschetta, Locri (Rc) sotto la direzione della Dott.ssa M.M. Sica.

Collabora attualmente con la redazione di: www.osservarcheologia.eu

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