Rinvenute statue della dea Sekhmet e blocchi di sfingi nell’antica Tebe

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Una delle statue della dea Sekhmet

Gli archeologi de “The Colossi of Memnon and Amenhotep III Temple Conservation Project”  hanno portato alla luce una serie di statue della dea Sekhmet di grande qualità artistica, e in ottime condizioni, a Kom El-Hettan, la zona archeologica sulla riva occidentale di Luqsor. Il direttore della missione egiziano-tedesca, Hourig Sourouzian, nell’informarci della scoperta, ci fa sapere che le che statue non sono integre; dall’area in cui era stata edificata la sala ipostila del tempio funerario di Amenhopet III  (1386-1349 a.C.), e dove già in passato erano venute alla luce altre statue della dea leonessa, sono emersi quattro nuovi frammenti de “La Distruttrice”, di cui tre busti completi ed un torso acefalo. In totale il team ha già individuato circa ottanta delle 730 leonesse che erano state collocate all’interno della struttura. Ma come mai erano presenti così tante statue della dea Sekhmet all’interno del grandissimo complesso funerario voluto dal padre di Akhenaton?

Secondo Mahmoud Afifi, direttore del Dipartimento di Antico Egitto presso il Ministero delle Antichità, la dea dalla testa leonina aveva l’incarico di difendere suo padre Ra dai suoi nemici. Sekhmet, divinità della triade menfita con Ptah, suo marito, e Nefertum, suo figlio, era la dea collegata alla guerra e al castigo, si credeva che usasse frecce di fuoco per uccidere i suoi nemici, che il suo respiro fosse il vento caldo del deserto e che il suo corpo fosse come il bagliore del sole a mezzogiorno; dell’astro diurno ne rappresentava anche la forza distruttiva. Secondo la mitologia apparse quando Ra inviò sulla terra la dea Hathor per vendicarsi dell’uomo. Colei che noi tutti conosciamo come la dea dell’amore iniziò a sterminare l’umanità bevendone  il sangue; Ra, impietosito dalla carneficina che la sua mandataria stava compiendo, decise di fermare il massacro, ma la dea, ormai assetata di sangue, non obbedì e riuscirono a fermarla solo con l’inganno, ovvero cospargendo la terra di birra tinta con ocra rossa per far si che assomigliasse al sangue umano. La dea, cadendo nell’inganno, ne bevve fino a diventarne ebbra e per la fortuna del genere umano si placò. Sekhemet, in questa storia, fu associata ad Hathor e ne prese tutti i requisiti bellici e sanguinari.

Statua acefala della dea Sekhmet

Tuttavia, essendo la madre di Nefertum, dio dei profumi ma anche un dio associato alla guarigione per aver alleviato le sofferenze di Ra portandogli un fior di loto (il fiore profumato che porta in testa e che lo identifica), le diede anche un’immagine più protettiva che si manifesta nel suo aspetto di dea della guarigione e della chirurgia. I suoi sacerdoti erano specialisti nel campo della medicina, arte legata al rituale e alla magia. Le numerose statue della dea nel tempio di Amenhotep III avrebbero dunque avuto lo scopo di proteggere il sovrano dal male e dalla malattia, cose che evidentemente preoccupavano non poco il sovrano.

Ma le sorprese che il tempio funerario continua a regalare non sono finite qui, infatti, oltre alle statue in granito nero della dea Sekhmet, il team ha scoperto, in cattivo stato di conservazione, pezzi molto grandi appartenuti a delle sfingi scolpite su pietra calcarea e un piccolo busto, anch’esso in granito nero, di una divinità ancora da identificare nelle vicinanze del terzo pilone del complesso funerario.

Per il momento, per motivi di sicurezza, tutte le statue ritrovate sono state trasferite in magazzini sotto la supervisione del Ministero delle Antichità; dopo il restauro, e a scavi terminati, saranno ricollocate nella loro posizione originale.

Ricordiamo che in occasione della mostra temporanea che si terrà a Luqsor per celebrare il quarantunesimo anniversario del Museo locale, sarà possibile ammirare una raccolta di quaranta manufatti scoperti dagli archeologi de “The Colossi of Memnon and Amenhotep III Temple Conservation Project”. I reperti includeranno una collezione di amuleti, monete greco-romane, resti di vasi in terracotta, steli di carattere religioso, colonne erette come lapidi, marcatori di confine e tanti altri oggetti di valore storico.

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Tiziana Giuliani

Egittofila, sin dall’infanzia appassionata di Antico Egitto, collabora con l’associazione Egittologia.net dal 2010. Ha contribuito alla realizzazione di EM-Egittologia.net Magazine (rinominato poi MediterraneoAntico) seguendone la pubblicazione già dai primi numeri e ricoprendo in seguito anche il ruolo di coordinatrice editoriale. Dal 2018 è capo redattrice di MediterraneoAntico.

Organizza conferenze ed eventi legati al mondo degli Egizi, nonché approfondimenti didattici nelle scuole di primo grado. Ha visitato decine di volte la terra dei faraoni dove svolge ricerche personali; ha scritto centinaia di articoli per la ns. redazione, alcuni dei quali pubblicati anche da altre riviste (cartacee e digitali) di archeologia e cultura generale. Dall’estate del 2017 collabora con lo scrittore Alberto Siliotti nella realizzazione dei suoi libri sull’antico Egitto.

Appassionata di fotografia, insegna ginnastica artistica ed ha una spiccata predisposizione per le arti in genere.

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