L’estate del 2026 rimarrà memorabile per l’archeologia classica. Agli inizi di agosto l’inaugurazione dell’ultima sezione del nuovo allestimento ha riconsegnato al pubblico il Museo Archeologico Nazionale di Paestum nella interezza delle sue sale espositive. Poco più di un mese prima, esattamente il 29 giugno, è invece stato riaperto al pubblico, dopo una frustrante chiusura protrattasi dal luglio del 2014 per importanti lavori di modernizzazione, il Museo Archeologico di Argo, uno dei principali della Grecia, custode di splendidi tesori, tra i quali i grandi vasi nello stile geometrico argivo.
Il museo archeologico di Argo si trova a ridosso della piazza Ayios Petros, nell’area in cui ogni mercoledì si tiene il mercato municipale per il quale l’architetto tedesco Ziller alla fine del XIX sec. progettò un apposito spazio in stile neoclassico. La sua costruzione è il risultato della interazione proficua tra l’iniziativa locale, lo stato nazionale ellenico e la ricerca archeologica internazionale in corso nel territorio. L’edificio storico del museo, il cosiddetto Kallergeion, venne donato alla municipalità di Argo nel 1932 dagli eredi del generale greco Dimitrios Kallergis e ospitò le locali collezioni archeologiche. Al 1957, dopo la cessione del palazzo allo stato nazionale ellenico, risale l’inaugurazione dell’attuale museo, al quale nel 1961 venne aggiunta una nuova ala.

La supervisione scientifica venne affidata alla Scuola Archeologica Francese di Atene, titolare dagli inizi del secolo scorso degli scavi archeologici nella città. La modernizzazione del museo, che ne ha determinato la chiusura ultradecennale, ha invece impiegato risorse finanziarie di provenienza europea.
Il nuovo allestimento del museo di Argo ha posto l’evento inaugurale della visita, cioè l’ingresso nella prima sala, sotto il segno del bianco.

Questa dominante cromatica delle strutture espositive, che ha sostituito i toni caldi dei vecchi allestimenti con rivestimenti lignei, è espressione della museografia contemporanea. Ma assieme (e grazie) alla dominante del bianco, risalta proprio ciò che il museo di Argo custodisce in forma emblematica: l’argilla dei grandi vasi decorati nello stile geometrico, protagonisti assoluti delle collezioni.

Meandri, zig-zag, triangoli e, a un certo punto, campi metopali con figure (cavalli, uccelli acquatici, cavalieri, domatori, donne danzanti) invadono la superficie dei vasi. Argo porterà lo stile geometrico, inventato ad Atene attorno al 900 a.C. e poi diffusosi nel resto della Grecia, a una «complessità che è caratteristicamente argiva» (Coldstream). Lo stile geometrico argivo corrisponde a una visione del mondo che venne meno nel periodo successivo? Ciò è indimostrabile. Ed è dubbio se, come crede Boardman, le astratte “decorazioni” geometriche dei vasi argivi significhino in alcuni casi elementi figurativi concreti del paesaggio naturale (gli zig-zag sovrapposti avrebbero il valore semantico della presenza dell’acqua). Ma è un dato di fatto che lo stile geometrico fu la forma d’arte che accompagnò la polis argiva nella sua crescita. È difficile non vedere in queste produzioni artistiche l’espressione di una straripante vitalità.
La geografia e il mito dicono molto della potenza di Argo. La sua posizione come “terza forza” (tra Atene e Sparta) nella storia politica dell’antica Grecia ne fornisce invece una immagine riduttiva. La polis argiva occupa il margine sud-occidentale dell’ampia e fertile piana argolica, ricca di sorgenti, alla quale si accede, provenendo da nord, attraverso il passo del Treto sorvegliato dalla rocca di Micene. Le Danaidi, i Sette a Tebe: attorno ad Argo ruotano alcune delle saghe principali della mitologia panellenica. Il viaggiatore Pausania (2.15.5) ci riporta un “logos” fondativo locale: il primo ad abitare il territorio di Argo fu Phoroneus – figlio di Inachos, il fiume che scorre a est della polis –, allo stesso tempo il primo a riunire in comunità gli uomini. Abissale antichità, confermata dalla documentazione archeologica – secondo la quale l’area della moderna città di Argo è ininterrottamente abitata da circa 6.000 anni, cioè dalla fine del neolitico – e codificata nella figura mitologica dell’Inachos. Il mito del fiume argivo codifica anche la vocazione agricola della piana: fu proprio l’Inachos, oltre il cui nome il mito della fondazione non può regredire, a risolvere la contesa per la terra argiva tra Poseidon e Hera a favore della seconda (e pagando il prezzo della siccità estiva). La dea possiede il suo più antico santuario dell’Argolide, il celebre Heraion, in un sito a nord-est di Argo, in una posizione dominante sulla piana argolica (vedi anche Visita all’Heraion di Argo). Ed è quasi impossibile resistere alla postulazione di una continuità tra il suo antichissimo culto, espressione della cultura agricola della piana argiva, e quello della Theotokos bizantina, le cui numerose chiese, intitolate alla “Koimisis” (“Dormizione”), sono disseminate nei villaggi, pressoché ignorati dal turismo internazionale, a est di Argo: la più vicina all’Heraion, ad appena tre km di distanza in direzione sud, venne edificata nel XII sec. a Chonikas (ribattezzata nel 1989 “Neo Ireo”, cioè “Nuovo Heraion”), un piccolo centro agricolo immerso negli agrumeti introdotti nella piana argiva solamente negli ultimi decenni dell’Ottocento; la più appariscente, risalente al secolo successivo, cioè all’epoca della crociata “latina”, è invece quella di Merbaka (Agia Triada dal 1959).


L’Argo che conosciamo sorge attorno al nucleo insediativo fondato dai Dori in un periodo che le evidenze archeologiche, incentrate sull’introduzione dello stile protogeometrico e della pratica dell’incinerazione, datano alla fine dell’XI sec. a.C. Le fonti letterarie assegnano a Temenos il ruolo di capo della stirpe dorica che, con il “ritorno degli Eraclidi”, si impadronì di questa parte del Peloponneso. Ciò pose fine al “periodo miceneo” di Argo, secondo una dinamica che rimane oscura nella sua precisa configurazione sociale e militare.
Ad Argo la dualità storica tra Micenei e Dori sembra materializzarsi nella topografia. Due le acropoli, la Larisa e l’Aspis. La prima, uno dei perni fondamentali del sistema difensivo del Peloponneso, è visibile, con la sua possente fortezza, da ogni punto della piana argolica.

Come scrive Kevin Andrews nel suo lavoro dedicato ai “Castelli della Morea”, alla fortificazione della Larisa lavorarono in sequenza «gli antichi greci, i bizantini e i costruttori di castelli dell’Europa occidentale [cioè franchi e veneziani]»: i primi sfruttarono preesistenti strutture difensive di epoca preistorica in opera “ciclopica”. La Larisa venne prescelta dai Dori, che ne occuparono le pendici orientali, stabilendovi il nucleo originario dell’agorà, con il culto di Apollo Lykeos, e della città classica; è soprattutto dalle tombe rinvenute in quest’area, che provengono i vasi di periodo geometrico esposti nelle collezioni museali. La seconda, l’Aspis, così chiamata per il suo aspetto a forma di “scudo” e oggi impegnata (come tante alture in Grecia) dalla chiesa del Prophitis Ilias, era invece la sede del più antico abitato argivo, che dalla fine del periodo neolitico si inoltrò fino all’inizio del periodo miceneo (1600 a.C.) per poi essere abbandonato.

Tra le due sommità si apre la sella della Deiras, dove si facevano seppellire gli esponenti delle aristocrazie di Argo nell’età del bronzo. La sua esplorazione, cominciata agli inizi del ’900 dalla Scuola Archeologica Francese con W. Vollgraff, ha svelato un ampio cimitero di periodo miceneo, con oltre quaranta tombe a camera (oltre quelle a cista e a fossa) fornite di ricchissimi corredi, per lo più esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Atene. Successivamente, quando la città dorica era già stata fondata, la Deiras ospitò il santuario oracolare di Apollo Pythaeus e di Athena Oxyderkés (“dall’acuta vista”).

I curatori del nuovo allestimento del museo hanno assunto un impegno essenziale, non solo per l’importanza scientifica delle collezioni archeologiche. Ad Argo, come in altri centri della Grecia, la definizione e il consolidamento dell’identità civica attraverso la memoria dell’antichità classica e le acquisizioni archeologiche sono ancora in corso. Nell’agosto del 2022, a breve distanza dal museo, la municipalità di Argos ha voluto collocare due fedeli riproduzioni dei “Guerrieri di Riace”, adottando la tesi dell’origine argiva (la bottega di Ageladas) dei due capolavori bronzei.

Il “guerriero A” e il “guerriero B” sono stati eroizzati nell’agorà dell’Argo moderna, quasi riassorbiti nella storia politica della comunità: guardano verso il punto da cui si irradia la forza originaria della polis, l’acropoli della Larisa con il suo castello, come fa il vicino busto di Theodoros Kolokotronis, l’archistratega della rivoluzione nazionale ellenica. Nel calcare delle pendici orientali della Larisa, ai piedi delle quali sono venuti alla luce resti imponenti della città antica, è ricavato il teatro antico, databile alla fine del IV sec. a.C. e poi modificato in epoca romana.

Superava in capienza quello di Epidauro, potendo accogliere fino a 20.000 spettatori. Fu il teatro antico di Argo, nell’estate del 1829, a fornire il grandioso scenario architettonico per la Quarta Assemblea Nazionale ellenica: il pubblico, distribuito sui gradini superiori della cavea, assistette ai lavori assembleari dei delegati, che andarono in “scena” in un padiglione posizionato nell’orchestra. In quell’assemblea, dopo l’inefficace divieto assoluto di esportazione di antichità proclamato due anni prima a Trezene, venne concepito un vero e proprio sistema di tutela dei beni archeologici, con previsione di ricompense per i ritrovamenti da parte di privati e decisione della fondazione del primo museo archeologico nazionale, ad Aegina, nell’edificio neoclassico costruito l’anno precedente per ospitare gli orfani della guerra rivoluzionaria.
Le collezioni del museo di Argo si dispiegano su tre piani. Il nuovo allestimento prevede nove sezioni, organizzate secondo un filo conduttore narrativo creato attraverso l’applicazione, su diversi livelli, dei tre principali criteri museografici (cronologico, topografico, tematico). La distribuzione materiale complessiva degli spazi espositivi non è concepita cronologicamente, nemmeno per quanto riguarda la sequenza dei tre piani. Il piano di ingresso – dove è collocata la “carta cronologica” di Argo, cui è affidata concettualmente la sequenziazione cronologica del percorso – espone i documenti archeologici dei processi di emergenza e definizione della polis, ascesa nel periodo storico a una potenza tale da consentirle di respingere l’invasione militare spartana dell’Argolide nel VII sec. a.C. Le sue collezioni sono dominate dai grandi vasi di periodo geometrico, che sembrano imbandire con sfarzo i bianchi “tavolati” delle strutture espositive. Sullo stesso piano sono esposti due celebri reperti, rinvenuti nelle campagne di scavo degli anni ’50 del secolo scorso.

Il primo è il corredo della celebre “tomba della panoplia”, una sepoltura a cista, datata alla fine dell’VIII sec. a.C., scoperta nel 1953 nell’area dell’Odeion. La tomba di questo guerriero argivo vissuto nel periodo tardo-geometrico, quando l’oplitismo stava per rivoluzionare l’assetto della forza militare, è uno straordinario testimone della proiezione ultraterrena dell’etica aristocratica. Oltre a un’armatura con elmo, corazza e armi (lance e spade) ha restituito l’attrezzatura completa per la pratica rituale del sacrificio, fulcro dell’ospitalità aristocratica: un set di dodici obeloi, gli spiedi in ferro per i sacrifici, e due alari a forma di imbarcazione. La memoria corre al banchetto carneo preparato da Achille per accogliere gli ambasciatori achei giunti alla sua tenda.
L’altro reperto finalmente restituito alla fruizione dal vivo è un frammento ceramico distaccatosi da un cratere della metà del VII sec. a.C. e ritrovato nel 1952 in un deposito di scarico nell’area urbana della città antica. Vi è ritratto, all’interno di un quadrante, l’episodio omerico dell’accecamento del ciclope Polifemo. È lampante la sua importanza per la comprensione della elaborazione visiva delle “immagini” mitologiche, rimaste “invisibili” all’arte geometrica argiva, che non conosceva raffigurazioni di divinità ed eroi.

Il piano inferiore ospita il numero maggiore di sezioni (quattro), dedicate rispettivamente al funzionamento di Argo come centro di produzione artistica e di produzione economica, al mondo religioso argivo e al rapporto con i defunti. Accedendo alla sala, il visitatore giunge nella sfera di attrazione di un impressionante cratere di periodo tardo-geometrico, decorato con sequenze di pesci stilizzati e quadranti metopali occupati da un cavallo accompagnato da un domatore.

È quello con cui secondo Coldstream si conclude la produzione geometrica ad Argo, perché è il primo con una resa più dettagliata dei particolari anatomici.
Il piano superiore espone le collezioni relative alla chora di Argo e, in particolare, al centro protoelladico di Lerna situato sulla costa nordoccidentale del golfo argolico, un luogo tuttora paludoso, nel quale è radicato il mito dell’idra uccisa con uno stratagemma da Eracle. Nell’ala museale aggiunta al piano di ingresso spiccano i frammenti di pitture parietali provenienti da un edificio ubicato nei pressi dell’Aspis miceneo.

Mentre visitiamo le sale del museo di Argo, ci è capitato di soffermarci sulle caratteristiche del suo nuovo allestimento, per esempio sull’assenza frequente di informazioni cronologiche e topografiche (che abbiamo parzialmente fornito in questo articolo) relative ai ritrovamenti dei singoli reperti. Esse sono una conseguenza museografica delle scelte alla base della progettazione del nuovo allestimento. Ciò avvia lecite riflessioni critiche sulle tendenze museologiche che stanno guidando il rinnovamento degli ambienti espositivi dei musei ellenici. Ma uscendo dal “nuovo” museo scorgiamo subito l’acropoli plurimillenaria della Larisa.

Allora ripensiamo con gratitudine alla esperienza che, finalmente, la riapertura del museo archeologico di Argo ci ha appena reso possibile. C’è una irriducibile incompletezza, ma anche il senso retrospettivo di un destino oramai compiutosi, nel modo in cui i materiali superstiti ricapitolano la vita delle generazioni trascorse. Le riflessioni, più o meno critiche, sulle “forme” esteriori della rappresentazione del passato cadono nell’irrilevanza. La sintassi museografica cede a quella delle minute decorazioni geometriche. I cavalli sui vasi geometrici custoditi dal museo argivo superano ogni problema interpretativo per divenire proprio quelli con cui Omero qualifica Argo, «nutrice di cavalli». Ciò fa spazio alla percezione della reale grandezza del passato.
Marco Vasile
BIBLIOGRAFIA
Andrews K., “Castles of the Morea“, Princeton 1953, reprint Amsterdam 1977.
Boardman J., “Greek Art“, London 1964, 5th. ed. 2016.
Pausania, “Guida alla Grecia”, libro II, ed. Fondazione Lorenzo Valla, Roma 2008.
Coldstream J.N., “Geometric Greece“, London-New York 1977, 2nd ed. 2003.
Tomlinson R.A., “Argos and the Argolid: From the End of the Bronze Age to the Roman Occupation“, London 1972.

















