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Le taulas di Menorca e il cielo degli antichi

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Intervista di Thomas Emilio Villa a Juan Antonio Belmonte Avilés

Il dialogo tra le due culture, quella umanistica e quella delle cosiddette “scienze esatte”, può essere incredibilmente proficuo. Uno dei campi di ricerca in cui questo dialogo appare più necessario è lo studio del rapporto tra architetture antiche, paesaggio, orizzonte e fenomeni celesti: un ambito tradizionalmente chiamato “archeoastronomia”, ma che oggi molti preferiscono collocare nel quadro più ampio dell’“astronomia culturale”. Questa espressione permette di evitare una lettura esclusivamente monumentale del problema e di considerare il cielo come parte integrante dell’esperienza culturale delle società del passato.

Per le popolazioni antiche, infatti, il cielo stellato non era uno sfondo remoto, ma un paesaggio condiviso che era popolato di personaggi frutto di immaginazione e racconti tramandati oralmente. Offriva una prospettiva ciclica al ritmo della natura, alle coltivazioni, alle pratiche rituali e all’alternarsi delle stagioni. Studiare quel rapporto significa dunque muoversi su un crinale sottile, dove misure astronomiche, dati archeologici, fonti storiche e interpretazione culturale devono essere continuamente messi in dialogo.

Uno dei principali studiosi di questo ambito è Juan Antonio Belmonte Avilés, astronomo dell’Instituto de Astrofísica de Canarias, che ha dedicato una parte fondamentale del suo lavoro allo studio delle tradizioni astronomiche delle civiltà antiche del Mediterraneo, con particolare attenzione all’Egitto. La disciplina un tempo indicata soprattutto come “archeoastronomia” ha avuto una gestazione complessa: studiosi come Michael Hoskin, José Lull, Giulio Magli, César González-García e lo stesso Belmonte Avilés hanno contribuito a trasformare un campo spesso esposto a interpretazioni speculative in un ambito di ricerca fondato su misure, confronti statistici, conoscenze astronomiche e controllo storico.

Il metodo utilizzato da Belmonte Avilés e dai suoi colleghi si basa proprio su questo equilibrio: la statistica è indispensabile in archeoastronomia per essere sicuri di un’analisi significativa, ma deve essere ben contemperata con l’astronomia, l’archeologia, la storia e lo studio delle fonti. Queste ultime sono essenziali, ma possono essere lacunose, ambigue o tardive. Ed è proprio in quelle zone d’ombra che le pseudoscienze trovano spesso terreno fertile, attraverso riletture arbitrarie e revisioni libere dei testi antichi.

Juan Antonio Belmonte Avilés (Murcia, 1962), astronomo dell’Instituto de Astrofísica de Canarias e tra le figure più autorevoli dell’astronomia culturale contemporanea, ha studiato gli orientamenti astronomici in numerosi contesti del Mediterraneo antico e non solo: dall’Egitto alla Sardegna, da Risco Caído a Menorca. In questa conversazione, il punto di partenza sono le taulas menorchine: monumenti enigmatici della cultura talaiotica, che pongono ancora oggi domande cruciali sul rapporto tra spazio sacro, paesaggio, orizzonte e cielo.

Talayot occidentale di Cornia Nou – Courtesy Sa Monea Wikimedia Commons

Thomas Emilio Villa: Professor Belmonte, fin dall’inizio, per l’archeoastronomia è stato difficile uscire da una zona ambigua: trovare un metodo oggettivo, riconoscibile, che permettesse alla disciplina di essere presa sul serio anche dagli archeologi.

Juan Antonio Belmonte Avilés: Lo è ancora. All’inizio ci sono stati decenni di confronto, anche duro, con gli archeologi, fino a quando siamo riusciti a far riconoscere l’archeoastronomia come una disciplina scientifica, una forma di archeometria, se vogliamo metterla così: una disciplina paragonabile, per funzione, al radiocarbonio o ad altri strumenti della fisica e della matematica applicati all’archeologia.

Poi sono arrivate le reti sociali, e lì si è rovinato tutto. Perché con i social chiunque può immaginare qualunque sciocchezza – diciamolo chiaramente – pubblicarla, renderla virale, e poi diventa quasi impossibile smontarla. Il problema è che a questa corrente, alimentata dai social, si sono aggiunti anche ricercatori di apparente prestigio.

È complicato. All’inizio di questo secolo, diciamo tra la prima decade degli anni Duemila e il 2015, la disciplina aveva raggiunto un buon livello di riconoscimento. Io, per esempio, in ambito egittologico non ho avuto problemi: con la comunità egittologica spagnola ho sempre avuto un ottimo rapporto. Sono anche nel comitato scientifico del Congresso Iberico di Egittologia che si terrà a Barcellona. Ma l’arrivo dei social è stato piuttosto disastroso. Non direi che siamo tornati alla casella di partenza, ma quasi.

Thomas: Leggendo gli articoli di archeoastronomia, si vede che c’è sempre un doppio piano: da un lato quello storico, dall’altro quello matematico. Cioè: quanto è probabile che l’allineamento che osserviamo sia casuale, e quanto invece no? È questo il metodo?

Belmonte: Ci sono le matematiche, certo, ma c’è molto di più. C’è l’archeologia, c’è l’antropologia, c’è l’epigrafia. Possono esserci fonti scritte. Immagina una struttura unica, isolata: se i testi epigrafici ti dicono che una certa divinità era il riferimento cultuale e quella divinità è lunare, allora, se trovi un allineamento lunare in quella struttura, puoi ragionevolmente pensare che l’interpretazione sia plausibile, anche senza una statistica robusta alle spalle.

In generale, il nostro gruppo ha seguito molto l’impostazione di Michael Hoskin, professore dell’Università di Cambridge, uno dei grandi pionieri della disciplina. Hoskin è stato tra i primi a condurre studi sistematici sugli orientamenti dei monumenti [Hoskin fu tra i principali esperti che misero in evidenza l’importanza dei domen di Antequera, nella regione di Malaga, NdR]. Dopo di lui, altri gruppi hanno seguito questa strada in diversi contesti: noi in Egitto, altri studiosi in Grecia con i templi greci, Giulio Magli con i suoi lavori in Cina, per esempio. È in questo modo che la disciplina ha ottenuto un riconoscimento più solido.

Thomas: E bisogna anche ricostruire come appariva il cielo in date molto antiche.

Belmonte: Certo, è necessario. Però questo lo sapevamo già. A causa della precessione degli equinozi, il cielo attuale non è lo stesso di quattromila anni fa: le stelle che oggi vediamo in certe epoche dell’anno non coincidevano con quelle visibili allora nello stesso modo.

Thomas: Entrando nel tema di Menorca, mi interessa l’ipotesi di un luogo in cui sarebbe presente una ierofania solare: di una finestra attraverso cui, in un certo momento dell’anno, entrerebbero i raggi del Sole.

Belmonte: I lavori su Menorca sono cambiati enormemente. Negli anni Ottanta Michael Hoskin cominciò a lavorare sull’isola insieme a due ricercatori tedeschi, Peter Hochsieder e Doris Knösel. Poi le loro strade si divisero: Michael era molto più concentrato su aspetti metodologicamente solidi, mentre gli altri tendevano a essere più speculativi. Trovavano allineamenti dappertutto…e continuano a trovarli!

Fino alla dichiarazione di Menorca Talaiotica come Patrimonio Mondiale, l’archeoastronomia ha avuto un ruolo importante nel percorso di riconoscimento. Perché nella candidatura abbiamo incluso il paesaggio, e dentro il paesaggio bisogna includere anche il paesaggio celeste.

Questo ha risvegliato l’interesse degli archeologi, che in parte si era assopito. Un gruppo guidato da archeologi, in particolare Irene Riudavets e Antoni Ferrer, ha iniziato a lavorare a So na Caçana insieme a un antico dottorando del nostro gruppo di astrofisica, Sebastià Barceló. Hanno sviluppato l’ipotesi che una piccola finestra laterale nella facciata di uno dei recinti di taula di So na Caçana potesse servire come ingresso di luce, illuminando un punto speciale del complesso, dove erano stati trovati resti archeologici importanti.

Il punto, naturalmente, è che bisogna dimostrare che la struttura fosse coperta. Se non era coperta, la ierofania perde molta della sua forza. Se la luce del Sole entra liberamente dall’alto, il fatto che un piccolo raggio passi da una finestrella e illumini un punto preciso è meno spettacolare. Può essere comunque significativo, ma non nello stesso modo.

Solstizio a So na Cacana foto di Antoni Cladera Photopills Menorca Talayotica

Thomas: Ho avuto la fortuna di essere invitato ad assistere al fenomeno di Newgrange, anche se purtroppo non potei participare. Mi immagino che lì si capisca bene che serve un certo gradiente di luminosità perché il fenomeno sia percepibile.

Belmonte: Oggi il fenomeno di Newgrange è persino meno evidente di quanto fosse quando il monumento fu costruito. Allora, durante il solstizio d’inverno, la luce solare entrava con una geometria leggermente più favorevole. Il fenomeno doveva essere molto più spettacolare cinquemila anni fa.

A Menorca abbiamo una situazione simile. Se si dimostra che le taulas erano recinti coperti, l’ipotesi è molto ragionevole. Se invece non si riesce a dimostrarlo (e finora nessuno scavo archeologico lo conferma in modo definitivo, neppure indagini recenti nel sud di Maó) allora l’ipotesi perde forza.

Per me, il dato più importante è un altro: il complesso delle taulas è orientato verso sud. Questo non lascia dubbi. Nella documentazione preparata per la candidatura a Patrimonio Mondiale abbiamo confrontato gli orientamenti delle taulas con quelli delle barracas, le costruzioni rurali di pietra. Abbiamo misurato un numero statisticamente significativo di strutture e il risultato è chiaro: entrambe presentano un modello di orientamento simile, ma spostato.

Le taulas sono in media perfettamente orientate verso sud, mentre le barracas sono in media deviate di circa 15 o 16 gradi.

Thomas: È un allineamento talmente evidente che sembra intenzionale.

Belmonte: Sì. Molti ti diranno che quell’orientamento e quella forma dei monumenti servivano semplicemente a proteggersi dal vento dominante dell’isola, la tramontana. E in parte è vero. Se guardi la distribuzione dei venti all’aeroporto di Menorca, il picco verso nord è chiarissimo. Se vuoi costruire un santuario e stare tranquillo all’interno, è logico aprirlo verso sud. E se vuoi costruire una barraca per proteggere le pecore dal maltempo, la orienti in modo analogo.

Ma c’è un dato interessante: l’orientamento medio delle barracas corrisponde alla declinazione magnetica del XIX secolo. Questo significa che chi le costruì disponeva di una bussola e le orientò rispetto al nord magnetico. I costruttori delle taulas, invece, le orientarono in media secondo un asse astronomico, cioè rispetto al nord-sud astronomico. E questo lo puoi ottenere solo osservando il cielo.

Thomas: Qui si arriva al cuore dell’archeoastronomia: lavorare sui dati disponibili, senza andare oltre ciò che i dati consentono.

Belmonte: Si può anche andare un po’ più avanti, come fece Michael Hoskin. D’accordo: le taulas sono orientate verso sud. Ma non solo. La maggior parte si trova in luoghi elevati, dove l’orizzonte meridionale è quasi completamente libero, oppure coincide direttamente con il mare. Perché?

Forse volevano osservare qualcosa. Non c’è nessuna taula che guardi verso una montagna. Questo suggerisce che qualcosa che accadeva sull’orizzonte meridionale fosse particolarmente importante.

Thomas: Stiamo parlando di strutture con una pianta absidata, o comunque a ferro di cavallo.

Belmonte: Sì, hanno una pianta letteralmente a ferro di cavallo: i muri seguono la curvatura della ferratura, mentre la facciata si trova nella parte aperta, leggermente concava.

Thomas: È un modello che ricorre anche altrove. Giulio Magli, per esempio, richiama il caso di Santa Cristina, in Sardegna, dove c’è una forma in qualche modo simile ma sotterranea. E perfino Stonehenge ha un cerchio interno con una certa forma a ferro di cavallo.

Belmonte: La parte interna di Stonehenge ha effettivamente forma a ferro di cavallo. Ma se vuoi ottenere un orientamento in una certa direzione e, allo stesso tempo, deviare i venti, una forma di questo tipo è abbastanza logica.

Ho lavorato molto in Sardegna. Abbiamo fatto tre campagne, forse quattro, e analizzato centinaia di strutture di diverse tipologie. Avevamo un collaboratore locale, Mauro Peppino Zedda: non era un accademico in senso stretto, ma era una persona molto seria e aveva appreso il metodo da Michael Hoskin. La sua metodologia era perfettamente coerente con la nostra. Abbiamo lavorato sistematicamente su pozzi sacri, santuari, nuraghi, tombe dei giganti, domus de janas: praticamente su tutto l’ambito preistorico sardo.

Sono emerse cose molto interessanti. La somiglianza tra i modelli di orientamento dei nuraghi e quelli delle taulas è notevole. Al contrario, i modelli di orientamento delle navetas menorchine e delle tombe dei giganti sarde sono opposti.

A livello visivo potresti pensare che le tombe dei giganti e le navetas abbiano qualcosa in comune: entrambe possono ricordare strutture legate a un’immagine navale o a una facciata monumentale. Ma l’orientamento è opposto. Le tombe dei giganti sono prevalentemente orientate verso la metà occidentale del cielo, mentre i dolmen e le navetas di Menorca guardano verso sud-ovest.

I parenti più vicini, dal punto di vista del modello di orientamento, sono in realtà i monumenti megalitici della Provenza e della Linguadoca, nel sud della Francia. Ed è molto probabile che proprio quella fosse la terra d’origine dei colonizzatori di Menorca. Portarono con sé il loro modello di orientamento verso sud-ovest quando colonizzarono l’isola, indipendentemente dal fatto che poi adottassero un tipo costruttivo ciclopico che poteva essere stato influenzato o meno dalla cultura nuragica sarda.

Thomas: Quindi, in un certo senso, gli orientamenti ci parlano anche delle rotte e delle origini delle popolazioni.

Belmonte: Soprattutto i modelli di orientamento funerario. Se i tuoi orientamenti funerari sono diversi, significa che il tuo culto funerario d’origine è diverso. Un’altra questione è che, nel corso del Bronzo finale e della prima Età del Ferro, fino al III o IV secolo a.C., quando i Cartaginesi cominciano a dominare il Mediterraneo occidentale, potessero esserci scambi culturali intensi.

La somiglianza strutturale tra certi monumenti potrebbe essere un fenomeno di convergenza? Potrebbe. Ma una convergenza così marcata tra due isole tanto vicine sarebbe quantomeno una coincidenza notevole.

Thomas: Mi interessano molto anche le rotte di navigazione. In parte l’insieme balearico sembra avere tratti comuni, ma Menorca sviluppa poi una fisionomia molto propria. Sono stati trovati oggetti particolari, per esempio statuette legate a Tanit o perfino oggetti egizi, come la statuetta di Imhotep.

Tanit Astarte Courtesy Museu de Menorca

Belmonte: Nel caso di Imhotep, non sappiamo se l’oggetto sia davvero di fattura egizia. Potrebbe esserlo. Imhotep era venerato come dio della medicina in molte culture del Mediterraneo nel I millennio a.C. L’iscrizione è geroglifica e si legge perfettamente. Io mi sono trovato davanti alla statuetta e l’ho letta: dice “Imhotep, figlio di Ptah”, cioè tutto ciò che si associa alla mitologia di Imhotep in quell’epoca.

Se l’oggetto sia stato prodotto in Egitto o no, questo non lo sappiamo. Bisognerebbe analizzare il bronzo. Chi conosce meglio quella statuetta è Irene Riudavets, che l’ha studiata ed è anche una delle autrici dell’articolo su So na Caçana. Si potrebbe analizzare il tipo di bronzo e cercare di capire, attraverso gli isotopi, da dove provenga. Lo stesso vale per il piccolo toro in bronzo trovato a Torralba d’en Salort.

Museu de Menorca toro de Torralba d en Salort

Thomas: È interessante che Imhotep fosse anche un architetto. Anzi, il primo degli architetti di cui ci è noto il nome!

Belmonte: Sì, ma nel I millennio a.C. il ruolo principale associato a Imhotep è quello di dio della medicina. Da qui nasce anche l’ipotesi di Michael Hoskin. Secondo lui, l’orientamento verso sud delle taulas poteva essere collegato alle stelle del Centauro e della Croce del Sud. Il Centauro, nella mitologia greca, si collega a Chirone, il maestro di Asclepio, e Asclepio viene a sua volta assimilato a Imhotep.

Questo gioco di associazioni portò Michael a suggerire che gli oggetti celesti osservati verso sud fossero Alfa e Beta Centauri e le stelle della Croce del Sud, che forse in quell’epoca erano integrate nella figura del Centauro. Erano stelle molto basse sull’orizzonte: visibili in un certo periodo dell’anno, ma radenti.

Thomas: Imhotep è una figura che ha accumulato molti valori nel corso del tempo. Nella cultura egizia era anche legato al sapere astronomico.

Belmonte: Sì. Era il “grande dei veggenti”, sacerdote di Eliopoli. La relazione è quindi molto probabile.

Permettimi però di tornare un momento alle taulas. Recentemente la cronologia è stata abbassata. Prima si pensava che avessero cominciato a costruirle attorno al 1000 a.C.; ora c’è quasi certezza che la costruzione inizi attorno al 500 a.C. Ma l’ipotesi di Michael resta valida, anzi in un certo senso funziona ancora meglio, perché restringe la porzione dell’orizzonte in cui quelle stelle erano visibili e si adatta meglio al modello di orientamento delle taulas.

Potrebbe anche spiegare perché, a un certo punto, nel II secolo a.C., le taulas smettono di essere costruite. Quel gruppo di stelle scompare dal cielo di Menorca a causa della precessione degli equinozi. Alcune taulas, però, continuarono a essere utilizzate come templi punici. A Son Catlar, per esempio, nel poblado fortificato trasformato dai Cartaginesi in un insediamento con torri difensive, è stata trovata un’iscrizione che collega chiaramente il luogo al culto di Tanit e probabilmente di Baal Hammon, la coppia divina suprema di Cartagine.

Thomas: Anche Ibiza era una colonia cartaginese e doveva avere un ruolo strategico.

Belmonte: Ibiza era essenzialmente il punto di ritorno nella navigazione. Andare verso ovest costeggiando il Nord Africa è relativamente facile. Tornare indietro nello stesso modo, invece, è complicato per i venti contrari. La soluzione più semplice era risalire la costa mediterranea della Penisola Iberica fino a Cabo de Gata, da lì passare a Ibiza, poi navigare verso la Sardegna e infine scendere di nuovo verso Cartagine.

Thomas: Quindi era un luogo strategico.

Belmonte: Strategico al punto che Annibale portò con sé centinaia di frombolieri balearici nel suo esercito quando attraversò le Alpi.

Thomas: C’è poi il caso di Torralba d’en Salort e dell’ipotesi di Sirio.

Belmonte: Torralba presenta un caso unico. Il suo orientamento è completamente diverso da quello delle altre taulas. Invece di guardare verso sud, guarda verso est. Per spiegare questa discrepanza, Michael suggerì che potesse essere orientata verso Sirio all’epoca della sua costruzione.

Torralba d en Salort – Foto di Ben Salter From Wales

Questo poteva essere collegato al piccolo toro trovato a Torralba. Il toro rimanda ad Apis; Apis è associato a Osiride; e Osiride è legato alla costellazione che precede Iside nel cielo, cioè Sirio. Io ne parlai spesso con Michael, ma quella spiegazione mi è sempre sembrata un po’ forzata.

Siamo sempre allo stesso punto: bisognerebbe analizzare gli isotopi di quei bronzi e capire da dove provengono. Senza sapere da dove arrivano, non possiamo spingerci troppo oltre. L’ipotesi di Sirio è suggestiva, come direste voi italiani, ma non è provata. Ed è difficile provarla, perché si basa su un unico oggetto.

Thomas: Sirio è sempre una stella “comoda” da chiamare in causa: è la più brillante del cielo, quindi è normale che venga tirata in ballo spesso. Mi ha provocato una certa prudenza anche l’ipotesi di Giulio Magli su Göbekli Tepe. È un’ipotesi di lavoro.

Belmonte: Esatto, un’ipotesi di lavoro. Giulio non potrà mai dimostrare in modo definitivo che i monumenti di Göbekli Tepe fossero orientati verso Sirio. C’è la coincidenza che, più o meno in quell’epoca, Sirio riappare nel cielo, e che alcune strutture sembrano puntare in una direzione compatibile con l’orizzonte meridionale. Ma il problema è che il terreno è stato modificato moltissimo. Io sono stato a Göbekli Tepe: il paesaggio archeologico è molto complesso. Si costruivano strutture, poi venivano interrate, poi se ne costruivano altre sopra, e così via.

Thomas: Göbekli Tepe è letteralmente una “collina panciuta”, una collina-ombelico. È una struttura costruita più volte sopra sé stessa. Quindi, qual è l’orizzonte di riferimento?

Belmonte: Esattamente. Questo è sempre stato il mio argomento: qual è l’orizzonte? Vale per l’ipotesi di Giulio, ma anche per quella di Andrew Collins, che propone un orientamento verso nord, verso il Cigno e Deneb. Poi ci sono ipotesi molto più azzardate. Alcuni cominciano a tracciare linee dappertutto, come avviene con le taulas, e trovano orientamenti solstiziali, equinoziali e così via.

Parlare di un orientamento equinoziale a Göbekli Tepe, undicimila anni fa, senza altri appoggi, è metodologicamente privo di fondamento. Però alla gente piace prendere una pianta e cominciare a tracciare linee. Oggi, poi, con i modelli 3D e con programmi come Stellarium, si può speculare all’infinito. Gli strumenti informatici, come dicevo prima a proposito dei social, stanno facendo più male che bene, salvo alcuni casi di eccellenza, come il lavoro dell’austriaco Georg Zotti.

Thomas: È la scienza dell’impressione visiva. Poi che riesca ad avere rilevanza scientifica è un’altra cosa.

Belmonte: Esatto. Una persona impara a usare la app Stellarium sugli smartphone, ma magari non conosce il cielo. Non ha mai guardato davvero il cielo. Se la metti sotto la volta celeste e le chiedi di identificare una costellazione, non è capace. Però ha Stellarium, ha il suo tempietto preferito, vuole trovare un orientamento meraviglioso, e costruisce una teoria completa.

Il problema è che le immagini di Stellarium non sono il cielo reale. Non riflettono esattamente il modo in cui l’occhio percepisce la luminosità delle stelle. La magnitudine viene rappresentata graficamente attraverso la dimensione dei punti luminosi: una stella di prima magnitudine appare con più pixel, una di sesta con uno solo. Ma nel cielo non funziona così. Una stella di prima magnitudine resta una fonte puntiforme, anche se molto più brillante. Il cielo rappresentato da Stellarium è utilissimo per fare simulazioni e proporre ipotesi, soprattutto quando le ipotesi hanno già una base più solida. Ma Stellarium non può essere la prova. È uno strumento, non può diventare l’unica fonte.

Thomas: La pseudoscienza è una battaglia continua.

Belmonte: Oggi, se cerchi qualcosa su internet, gli algoritmi ti portano rapidamente verso contenuti sempre più estremi o controversi, perché sono quelli che ti fanno restare più tempo agganciato. Cerchi una cosa seria, trovi magari un primo articolo serio, ma dopo due o tre passaggi sei già finito tra bufale, misteri e extraterrestri. Per l’archeoastronomia questo è un danno enorme.

Ho visto persone autodefinirsi archeoastronomi senza avere alcuna formazione. Anche per questo noi tendiamo sempre più spesso a usare il termine “astronomia culturale” invece di “archeoastronomia”. È anche il nome della società europea: Société Européenne pour l’Astronomie dans la Culture.

Thomas: L’astronomia culturale riguarda il sacro, la comunicazione con un’altra sfera?

Belmonte: Non solo. Studia anche aspetti pratici: il rapporto con l’agricoltura, con la navigazione, con qualunque aspetto della vita umana in cui il cielo fosse usato a beneficio delle comunità. Questo può avvenire in modo metafisico o in modo del tutto prosaico.

Thomas: Nelle Canarie, per esempio, c’è il dibattito su Risco Caído e sulla sua possibile funzione di calendario agricolo.

Belmonte: Sì. Anche lì sono stato coinvolto: fui uno dei consulenti scientifici della candidatura di Risco Caído a Patrimonio Mondiale. È un sito molto interessante. Oggi siamo sempre più convinti che abbia più a che vedere con la Luna che con il Sole.

All’inizio, l’archeologo che scoprì la fenomenologia solare, Julio Cuenca, propose che fosse un marcatore solare. Poi, ampliando gli studi, ci rendemmo conto che la luce del Sole entrava dall’equinozio al solstizio. A quel punto dissi: se entra la luce del Sole, entrerà anche la luce della Luna piena. Perché non guardiamo anche quello?

Ora ci troviamo in un momento di lunasticio, cioè la Luna sta raggiungendo le sue posizioni estreme sull’orizzonte, cosa che avviene una volta ogni circa 18,6 anni. Da quando Risco Caído è stato dichiarato Patrimonio Mondiale, nel 2019, è la prima volta che la Luna torna a occupare quelle posizioni estreme. E ci stiamo rendendo conto di cose molto interessanti.

La cupola di Risco Caído è come una tholos, ma scavata nella roccia vulcanica, ed è ricoperta di triangoli pubici. Molti di questi triangoli, sulla parete sinistra entrando dalla porta, non sono mai illuminati dal Sole. Ora, invece, stiamo vedendo che vengono illuminati dalla Luna.

Un collega a Gran Canaria, José Carlos Gil, astronomo culturale molto competente, ha ottenuto i permessi e sta facendo osservazioni sistematiche. Mi manda periodicamente fotografie del sito. Io suggerii già anni fa di non dimenticare la Luna, e oggi sono personalmente convinto che Risco Caído abbia molto più a che vedere con la Luna che con il Sole.

Thomas: In un certo senso, lavorare sulla preistoria significa provare a restituire una voce a civiltà che non hanno lasciato testi. La preistoria è un arco di tempo lunghissimo e forse molto più connesso di quanto immaginiamo.

Belmonte: Sì. Il problema è che nella storia abbiamo un vantaggio enorme: i testi. Le fonti scritte cambiano tutto. Io lavoro molto sull’Egitto, che è il mio principale ambito di ricerca, proprio perché ci sono le fonti. Ho avuto la fortuna di imparare il geroglifico, anche se ormai lo uso quasi solo per temi astronomici e mi sto dimenticando come leggere iscrizioni più ordinarie.

Quando in un tempio trovi un testo e quel testo ha una relazione con l’allineamento del tempio, la situazione è molto forte. Con un dolmen, invece, se trovi un allineamento, puoi dire: bene, forse è così. Ma che cosa fai? Vai al secondo dolmen, al terzo, al quarto, al quinto, fino a un numero statisticamente significativo — preferibilmente più di trenta — e se trovi un modello di orientamento coerente, allora puoi dire: qui c’è qualcosa.

È ciò che avviene con le antas dell’Alentejo. Sono monumenti megalitici tra i più antichi dell’Europa occidentale. Prima della scoperta di Göbekli Tepe, erano tra i più antichi monumenti conosciuti. Si chiamano antas perché la maggior parte si trova nell’Alentejo portoghese, ma ce ne sono anche nell’Estremadura spagnola. “Anta” è la parola portoghese per dolmen.

Sono camere costruite con ortostati: una pietra di testata, coppie laterali e talvolta una pietra di chiusura della porta. Furono costruite per circa millecinquecento anni, e dalla tipologia è quasi impossibile distinguere le più antiche dalle più recenti. Sembra che la stessa squadra di costruttori abbia lavorato per quindici secoli.

La cosa straordinaria è che sono tutte orientate verso l’orizzonte di levata del Sole. Senza dubbio. Sono forse il più antico insieme monumentale costruito dall’umanità che rifletta chiaramente un interesse per il cosmo, per il Sole o per la Luna. Più probabilmente per il Sole, perché se fosse stata la Luna l’arco degli orientamenti sarebbe stato leggermente più ampio.

Thomas: Pensando alle culture proto-storiche, per esempio all’Etruria, vediamo tombe con una porta simbolica, quasi un passaggio verso l’oltretomba. Mi chiedo se anche la forma delle taulas possa essere letta, in qualche modo, come una semplificazione di un dolmen, di una porta o di un passaggio.

Belmonte: A Menorca abbiamo prima i monumenti funerari – dolmen e poi navetas – ma sappiamo che le taulas non erano monumenti funerari. Dovevano essere qualcos’altro, anche se non sappiamo esattamente che cosa. Chi sostiene che le taulas siano rappresentazioni stilizzate di una testa di toro potrebbe avere ragione, non lo nego.

Anche una tomba dei giganti vista dall’alto può ricordare una testa di toro: hai il corpo centrale e poi l’esedra come due corna. Ma questo ci porta verso un altro tipo di culto. Michael Hoskin pensava a un culto della salute, un culto di guarigione. Potrebbe però essere anche un culto della fertilità, soprattutto considerando che in una delle taulas più grandi, quella di Son Catlar, sappiamo con certezza che fu praticato il culto di Tanit.

Thomas: Nei santuari di Asclepio, in epoca storica, c’erano luoghi in cui i malati trascorrevano la notte sperando nella guarigione.

Belmonte: Esatto, questo avveniva nei santuari di Asclepio in epoca greco-romana. Lo sappiamo perché ce lo dicono le fonti. Se non avessimo le fonti, vedremmo un tempio, una piccola piazza, edifici annessi, e potremmo pensare che fossero le residenze dei sacerdoti. Invece sappiamo che erano sanatori.

Nel caso delle taulas, purtroppo, abbiamo solo l’informazione archeologica, e non siamo ancora d’accordo neppure sul fatto che fossero coperte o no.

Thomas: Alcuni propongono una copertura leggera.

Belmonte: Ma da qualche parte dovrebbe esserne rimasta traccia. Se ci fosse stata una copertura di rami, quando fosse crollata o bruciata avremmo dovuto trovare resti di carbone. Una copertura organica può incendiarsi. E invece gli scavi, compresi quelli più recenti, non hanno dato una prova chiara.

Bisognerebbe scavare certi edifici che non sono taulas, ma che somigliano molto ai recinti di taula. A Torre d’en Galmés, vicino a uno dei dolmen più spettacolari di Menorca, c’è un edificio molto interessante, ancora non scavato, e anche una parte importante di Son Catlar resta da indagare.

Ne ho parlato con Antoni Ferrer, uno degli autori dello studio: lui difende l’idea che le taulas fossero coperte, ma riconosce che non ha ancora un modo esplicito per dimostrarlo. Altri sostengono che fosse coperta solo la parte posteriore, mentre quella frontale fosse aperta. Ma allora, di nuovo, il fenomeno luminoso di So na Caçana presenta problemi interpretativi.

So na Caçana doveva comunque essere un riferimento importante. Sulla facciata sono presenti due segni di Tanit incastrati nella pietra. Io dico “Tanit”, ma in realtà si tratta del cosiddetto segno di Tanit, collegato a Tanit e Baal Hammon: è il simbolo per eccellenza del culto nella civiltà punica. Lo chiamiamo segno di Tanit, ma non sappiamo se rappresenti propriamente Tanit. A So na Caçana, comunque, quel segno c’è.

Thomas: Mi colpisce anche il tema del toro e il rapporto con certe divinità mediterranee. In Egitto, però, Amon ha corna di ariete, non di toro.

Belmonte: Esatto. Quelle di Amon sono corna di ariete. Le divinità rappresentate dal toro, in Egitto, sono legate a Ptah e a Osiride. In epoca tolemaica questa tradizione confluisce nella figura di Serapide, mentre il toro Apis era già in precedenza l’avatar terreno di Ptah. Amon, in questo caso, non ha nulla a che vedere con il toro: ha corna di ariete.

Thomas: Un’ultima domanda su una possibile convergenza evolutiva con Göbekli Tepe. Anche lì si discute della possibilità che alcune strutture fossero coperte.

Belmonte: I recinti di Göbekli Tepe sono ellissoidali, non hanno forma a ferro di cavallo. Le taulas, invece, presentano chiaramente un pilastro verticale e un architrave orizzontale; le grandi stele a T di Göbekli Tepe, che a prima vista potrebbero ricordare le taulas, sono monolitiche.

Per me è un caso di convergenza totale. Inoltre, mentre le taulas potrebbero rappresentare una testa di toro, le stele monolitiche di Göbekli Tepe sono rappresentazioni molto stilizzate di esseri umani, probabilmente di carattere divino: presentano elementi antropomorfi, come braccia e mani laterali. A parte il problema enorme dello iato cronologico, qualunque parallelismo forte tra le taulas e Göbekli Tepe mi sembra pura casualità.

Thomas: Dunque non ogni somiglianza formale implica una relazione storica. Un po’ come la famosa “convergenza evolutiva” in biologia evoluzionistica…

Belmonte: Esatto. Gli esseri umani possono sviluppare soluzioni simili in contesti diversi. Ma senza un ponte cronologico, culturale e materiale, la somiglianza resta solo una somiglianza. E in archeologia, se non si vuole scivolare nella suggestione, questo è un punto fondamentale.

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