Una nuova sfida per il Museo archeologico di Napoli. A breve la riapertura della sezione Magna Grecia

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Dopo appena un mese dalla conferenza stampa MANNatWORK, lo scorso 5 febbraio, ed a pochi giorni dall’ufficializzazione della nomina a direttore ad interim per il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, Paolo Giulierini torna nuovamente a parlare in pubblico della programmazione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli soffermandosi su quello che si prefigura come il grande obiettivo da realizzare entro i prossimi 12/15 mesi: la riapertura della sezione Magna Grecia.

Foto Museo archeologico di Napoli

Inaugurando il quinto ciclo di incontri “Magna Grecia. Archeologia, monumenti, cultura materiale. 2018” (a cura di Luigi Cicala e Bianca Ferrara dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”), con un contributo dal titolo: “La riapertura della sezione della Magna Grecia del MANN: un nuovo fronte di ricerca e di allestimento”, il Direttore è ritornato a delineare rapidamente il programma di implementazione del museo per i prossimi due anni in cui si inserisce la riapertura della sezione, tema specifico della sua conferenza, non senza lanciare luce su ulteriori iniziative, esterne al Museo, che proprio da questa riapertura trarranno avvio e nuova linfa.

Foto di Valentino Mandrich

Il MasterlPlan museale prevede il raggiungimento, entro il prossimo biennio, di alcuni macro-obiettivi di grande impatto non solo per il museo stesso ma anche per il tessuto urbanistico immediatamente circostante l’edificio. Si va quindi dall’uniformazione dello stile delle esposizioni “recenti”, a lavori strutturali come la nuova copertura per i depositi del sottotetto, il cosiddetto SING-SING, alla creazione di nuovi spazi sotterranei per l’allestimento di un grande bookshop sul modello del Louvre; dalla programmazione con cadenza annuale di riaperture di sezioni e collezioni chiuse da tempo al grande pubblico, al coinvolgimento dell’istituzione culturale nel recupero della Galleria Principe di Napoli posta di fronte all’ingresso stesso del museo.

Grazie ad un’apposita campagna informativa ed alla creazione ed utilizzo di un logo ad hoc, MANNatWORK, il grande pubblico viene reso partecipe di questo grande ed impegnativo lavoro, di cui anno per anno può apprezzare i progressi. Nel 2016 si è provveduto infatti alla riapertura della sezione egizia, la seconda in Italia per importanza, e all’allestimento della sezione dei culti orientali. Nel 2017 è stata riallestita in maniera del tutto nuova la sezione epigrafica, dando ampio spazio alle peculiarità linguistiche e scrittorie dei popoli dell’Italia centro-meridionale. Nel corso di questo 2018 verrà realizzato: l’ampliamento della sezione dell’Instrumentum dell’ area vesuviana con la presentazione di una selezione di armi, ori e reperti organici oltre alla miglioria dell’apparato didascalico; la riproposizione della sezione di tecnologia pompeiana in spazi del cosiddetto “braccio nuovo”, laddove era stata allestita per la prima volta negli anni ’30 del XX secolo. Nel prossimo autunno si avrà invece la riapertura della sezione di Preistoria e Protostoria con le sale dedicate a Pithecusa, vero e proprio preludio al nuovo allestimento e l’ apertura della sezione Magna Grecia, probabilmente entro il primo semestre del 2019.

Foto di Valentino Mandrich

La decisione di allestire ex novo una sezione da troppo tempo chiusa al pubblico, in un museo che si trova ad avere uno dei patrimoni archeologici magnogreci più importanti, soprattutto per la qualità dei reperti qui conservati, un museo in cui tale sezione era stata già presentata nel 1996 sotto forma di mostra permanente, sulla scia di quella più importante a Palazzo Grassi a Venezia, “I Greci in Occidente”, ha avuto l’esigenza di un progetto scientifico ben articolato, di alto valore qualitativo ma soprattutto realizzabile in tempi brevi e certi. Senza invischiarsi in querelle “a pittinicchio”, cioè sull’onore e l’onere della paternità del progetto scientifico, il Direttore del MANN con il suo comitato scientifico ne hanno affidato la commissione all’Università di Roma “La Sapienza”, senza escludere il contributo che gli atenei locali possono e devono apportare, ed al prof. E. Lippolis, dal confronto col quale sono emersi almeno tre punti fondamentali da tener presente, seguire e valorizzare.

Foto Museo archeologico di Napoli

Il Museo è in parte un museo di collezioni acquisite in modalità ed in momenti diversi nel corso della sua storia, in parte un museo topografico in cui i reperti sono arrivati anche e soprattutto a seguito di accurate campagne di scavo. Bisogna quindi chiarire e valorizzare il contesto politico borbonico che ha visto la sua nascita come museo del Regno delle Due Sicilie, un contesto che nello specifico della politica culturale del Regno ha sicuramente applicato due pesi e due misure ad ambiti regionali diversi. Mentre per l’area vesuviana era stata infatti prevista un’attenta tutela del patrimonio archeologico, quasi precursore per certi aspetti di quella attualmente in vigore nella nostra Repubblica, questa stessa attenzione non era invece prevista per altre aree in cui sono quindi proliferati scavi non controllati, con la possibilità che i materiali frutto di queste ricerche lasciassero senza troppi problemi il Regno. Questo scenario politico muta naturalmente con l’unità d’Italia, che comporta già una prima grande trasformazione per il Museo, che si adegua a rivestire un ruolo più ampio come museo di storia universale, acquistando reperti sia in originale che in copie provenienti da contesti geografici e culturali del tutto deversi rispetto a quelli naturali (un primo passo in questa direzione era però già stato fatto ad inizio XIX secolo con l’acquisto della Collezione Borgia e la creazione del primissimo nucleo della collezione egizia.

Foto Museo archeologico di Napoli

Questa iniziativa è tuttavia debitrice nei confronti della politica di Gioacchino Murat e soprattutto di sua moglie, Carolina Bonaparte, in qualità di sovrani di Napoli: se da una parte è chiaro l’intento di mostrarsi come promotori e protettori di cultura in generale dall’altra, valorizzando in particolare qualcosa del tutto nuovo per quegli anni, come appunto l’attenzione alle antichità egizie erano, evidenziano anche l’innegabile legame con la politica, anche culturale, della Francia di Napoleone I Bonaparte, cui Carolina e Gioacchino Murat erano debitori del trono). Questo stato di cose ha chiaramente influenzato le scelte che hanno portato all’introduzione di determinati reperti nelle collezioni museali: una storia “del pezzo” che va recuperata per quanto possibile. Dietro queste scelte ci sono però delle persone e conseguenza di questa riflessione è la necessità di dare loro il giusto risalto, non solo alle decine di individui che hanno lavorato in maniera più o meno anonima (si pensi all’uso dell’esercito o dei galeotti negli sterri), ma soprattutto a quelle personalità di assoluto spicco nel panorama accademico del XIX secolo e che hanno contribuito a fare la storia del Museo Archeologico. L’allestimento darà quindi il giusto spazio, con dei focus specifici a Theodor Panofka (autore di un catalogo internazionale per il Museo), Giuseppe Fiorelli (legato indissolubilmente a Pompei, per cui introduce una bigliettazione a pagamento aprendo quindi il sito al “grande pubblico”, ma anche responsabile di importanti acquisizioni) e Paolo Orsi (cui è dedicato il festival del Cinema archeologico che da quest’anno sarà ospitato al MANN). Grandi personalità del passato, strettamente legate al MANN ed alla Magna Grecia eppure ancora così attuali.

Il terzo elemento venuto fuori da questo confronto è stata infine la giusta considerazione da dare al pezzo esposto, a quello su cui cade in ultima istanza l’occhio del visitatore. Soprattutto un pubblico di non esperti è attratto da quelli che possono definirsi i grandi capolavori, che vanno quindi adeguatamente esposti, protetti e valorizzati di per sé stessi prima ancora che pensare ad un allestimento “più tecnico”, che tenga in debita considerazione cronologia, contesti e territori di provenienza quando noti.

L’ultima parte dell’intervento del Direttore ha riguardato più nel dettaglio l’articolazione della nuova sezione di Magna Grecia, che sarà collocata nelle sale al secondo piano affacciate sul Cortile delle camelie, mentre in quelle attigue ed alle spalle con affaccio esterno, oltre alle sale dedicate alla preistoria e protostoria e di prossima riapertura (settembre o autunno 2018), Napoli antica e Villa dei papiri, saranno allestiti gli spazi dedicati alla colonia di Cuma. Si intuisce che questo allestimento seguirà in parte un criterio tematico, soprattutto per quanto riguarda la parte ex novo, in parte un criterio topografico, integrandosi con quanto già allestito. Saranno quindi presenti percorsi tematici in grado di generare dei micro-temi interni all’allestimento, ma anche collegamenti col territorio non solo cittadino ma soprattutto con quello del meridione del Paese, con quella che in buona sostanza doveva essere la Magna Grecia.

Dopo una prima sala, in cui a tre corredi tombali è affidato il compito di illustrare la complessità culturale dell’Italia meridionale nel passaggio da età protostorica a quella storica propriamente detta (IX-VIII sec. a.C.), evidenziando le matrici culturali indigena, greca e quella nuova, frutto della mistione fra le due precedenti, il percorso espositivo si snoderà attraverso sale dedicate ai culti, ai culti poliadici, al banchetto, alla lucanizzazione ed alla romanizzazione. Nelle sale dedicate al culto un rilievo particolare avrà il santuario locrese di contrada Parapezza, offrendo contestualmente la possibilità di chiarire il tradizionale ruolo di incontro fra genti e città che i santuari avevano e di generatori di regole comuni atte a strutturare questi rapporti; ma questo permette anche di affrontare micro-temi sul pantheon delle comunità e sulle produzioni artigianali soprattutto legate ai culti. Nelle sale dedicate ai culti poliadici ed al loro valore di catalizzatore di comuni valori politici, verranno esposti nuovamente al pubblico, dopo un lungo oblio, pregevoli modellini in sughero dei templi di Paestum, creati per lo più nel corso del XIX secolo e dall’alto valore didattico, oltre a famosi reperti quali le terrecotte architettoniche da Metaponto. In sale come queste è chiaro lo stretto rapporto col territorio che si concretizzerà, già a partire dal prossimo giugno, in una mostra a Paestum con numerosi prestiti dal MANN ed in una futura mostra sui rinvenimenti marittimi, che vedrà coinvolte oltre al MANN anche Paestum, Taranto e Reggio Calabria. Le sale dedicate al tema del banchetto permetteranno di affrontare un tema tanto importante per le società antiche del Mediterraneo, un momento, quello del banchetto, inteso come luogo di reciproco riconoscimento sociale, produzione culturale e gestione politica, ma renderanno anche giustizia ad una delle collezioni vascolari più ricca al mondo (circa 8000 vasi), di cui la Collezione Sant’Angelo, acquistata dall’allora Museo Nazionale di Napoli per diretto interessamento del Fiorelli, è fiore all’occhiello. Dismessa negli anni ’70 del secolo scorso, andando a creare il cosiddetto deposito di SING-SING, la collezione vascolare non è stata poi più accessibile se non agli studiosi che ne facessero richiesta. Attraverso il criterio della distinzione fra vasi usati prima del consumo del vino e quelli per il consumo del vino, l’esposizione permetterà di offrire permanentemente al pubblico di visitatori assoluti capolavori, come i grandi vasi provenienti da Ruvo di Puglia (si pensi al Vaso di Dario ed al Vaso con Amazzonomachia).

Il percorso espositivo immaginato trova uno snodo importante nella prima delle sale a pianta centrale di questa sezione, sala in cui saranno esposte le celebri lastre della Tomba delle Danzatrici ancora da Ruvo di Puglia, insieme anche ad elementi del suo corredo. Questa tomba assurge al ruolo di testimone eccellente nella svolta della storia dei popoli dell’Italia meridionale e dei loro reciproci rapporti: dalle immagini emerge una preponderanza di temi e motivi italici o meglio di una nuova sintassi comunicativa, frutto della mistione fra la cultura indigena e quella greca. Sarà quindi lasciato spazio a sale in cui la lucanizzazione mostrerà i suoi tratti peculiari e di innovazione, come il ruolo preponderante accordato alla figura del guerriero, di cui verranno esposte armature da diverse tombe del territorio magnogreco.

Il tema della romanizzazione sarà invece affrontato delle ultime sale del nuovo allestimento, dove saranno ancora una volta le tombe ed i corredi tombali a guidare il visitatore a capire come questo nuovo avvicendamento di genti approderà ad una nuova, omogena cultura. Sarà quindi la città di Egatia la principale protagonista a questo punto del percorso, con la sua cultura materiale e soprattutto con le sue tombe.

Usciti dalla sezione il visitatore potrà decidere di completare la sua visita, in perfetta sintonia con quanto appena visto, continuando a seguire un percorso di tipo topografico passando a visitare gli spazi dedicati alle città vesuviane di età romana.

Nel salutare il Direttore ha lasciato aperta una problematica: come concepire l’allestimento degli spazi alle spalle della futura sezione Magna Grecia, quelli cioè oggi destinati alla preistoria e protostoria, a Napoli antica e, terminato l’allestimento, anche a Cuma. La riflessione su cui viene attirata l’attenzione riguarda soprattutto il futuro della sezione Napoli antica, che potrebbe essere ribattezzata Neapolis. Cosa dovrà essere questa sezione, quale aspetto dovrà avere? Dovrà essere presentata in una veste topografica e quindi come esperienza sub-coloniale di Cuma (le sale di Napoli antica si trovano subito dopo quelle di Cuma) e quindi naturale conclusione della sezione Magna Grecia? Oppure dovrà piuttosto essere concepita ed allestita come una sezione dedicata alla storia di Napoli, dalle sue origini fino al tardo antico, includendo ed esponendo quanto negli ultimi anni è emerso dagli scavi per la realizzazione della metropolitana di Linea 1, di cui una porzione è attualmente allestita in ambienti ricavati nel terrapieno d’ingresso al Museo? Un elemento è comunque già emerso: la necessità di unire queste due sezioni, di Napoli antica e del terrapieno, in un’unica nuova, probabilmente sotto il comune nome di Neapolis.

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Valentino Mandrich

Valentino Mandrich è un archeologo classico formatosi presso diversi atenei campani. Il suo percorso accademico matura presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” sotto la guida del prof. Bruno d’Agostino, con cui ha avuto modo di approfondire, per la laurea triennale in Lettere Classiche, temi iconologici e ceramografici grazie alla discussione di una tesi di dal titolo “Il Pittore di Priamo” (24 febbraio 2005). Sempre sotto la stessa guida ha partecipato alle campagne di scavo KYME2, che hanno riguardato l’area delle fortificazioni settentrionali della colonia di Cuma. Da qui è nata l’idea di una tesi di laurea specialistica in Archeologia dal titolo “Le necropoli alto-arcaica ed orientalizzante di Cuma” (24 ottobre 2007). Terminata questa prima fase della propria formazione, ha intrapreso un corso di specializzazione post lauream presso l’Università degli Studi di Salerno dove il 22 marzo 2010 si è specializzato con la prof.ssa Angela Pontrandolfo con una tesi dal titolo “Salerno e la Valle dell’Irno”, finalizzata alla realizzazione di un progetto GIS. Nell’ambito della Scuola di Specializzazione ha lavorato alla catalogazione informatizzata dei reperti della sezione Cuma del Museo Archeologico dei Campi Flegrei, collaborazione che è continuata anche dopo la fine dell’esperienza di tirocinio.

Ha partecipato inoltre a numerose campagne di scavo sul territorio regionale: oltre a quelle di Cuma, anche a Paestum e soprattutto a Pompei, occupandosi principalmente delle pitture parietali e dei rivestimenti delle domus oggetto di indagine. Nel 2017 per l’Erma di Bretschneider ha pubblicato un suo contributo nel volume “Rileggere Pompei V” proprio sui rivestimenti.

A latere dell’esperienza accademica, ha partecipato a campagne di ricognizione nel beneventano e al Knossos Urban Landscape Project diretto dal prof. Todd Whitelaw, nell’ambito di una partnership fra la British School at Athens e la 23rd Ephoreia of Prehistoric and Classical antiquities of the Greek Archaeological Service.

Attualmente lavora come guida turistica indipendeNte ed operatore didattico per la società cooperativa Coopculture.

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