Trovando quella scheggia d’argilla ricoperta di segni cuneiformi, nessuno avrebbe mai immaginato quale tesoro fosse tornato alla luce. Sepolto per più di tremila anni tra le rovine di Hattusa, nell’Anatolia centrale, quel piccolo frammento si è infatti rivelato parte di una copia del Trattato di Pace di Kadesh, uno dei più antichi accordi diplomatici finora conosciuti.
La scoperta è avvenuta a Büyükkale, la “Grande Fortezza” dell’antica capitale del regno ittita, nell’odierna provincia turca di Çorum, durante le campagne di scavo condotte nell’area della cittadella reale. Il frammento, rinvenuto nei pressi dell’Edificio E, conserva una sola faccia. È stato necessario sottoporlo ad analisi scientifiche per circa un anno prima che gli studiosi potessero determinarne l’origine.
Va precisato che non si tratta di una nuova copia del trattato, ma del frammento di un documento già noto, prezioso per aggiungere nuovi dettagli a una delle più importanti svolte diplomatiche del Vicino Oriente antico: la pace raggiunta nel XIII secolo a.C. tra il faraone egiziano Ramesse II e il re ittita Hattusili III.

Quel piccolo frammento, apparentemente insignificante al momento del ritrovamento, porta dunque con sé una storia lunga oltre tremila anni: una storia di guerre e alleanze, faraoni e sovrani ittiti, scribi e archivi… e le parole di quella lontanissima pace che oggi gli archeologi cercano di ricomporre, pezzo dopo pezzo.
È una storia affascinante, che vale la pena ripercorrere.
Una capitale scavata da oltre un secolo
Hattusa sorge nei pressi dell’odierna Boğazkale, nel cuore dell’Anatolia centrale. Le sue origini sono molto antiche, ma fu tra il XVII e il XII secolo a.C. che la città divenne il centro politico e religioso del regno ittita, una delle maggiori potenze del Vicino Oriente.
Templi, palazzi, archivi e imponenti fortificazioni trasformarono la città in una vera “metropoli” dell’età del Bronzo. La Città Alta e la Città Bassa erano protette da un sistema di mura lungo oltre otto chilometri, mentre Büyükkale, la cittadella reale costruita su uno sperone roccioso, ospitava il palazzo reale, edifici amministrativi, archivi e spazi della corte.
Hattusa rimase per secoli fuori dalla memoria storica. La riscoperta archeologica della città iniziò nel XIX secolo, quando nel 1834 le sue rovine furono riconosciute dagli studiosi moderni grazie al viaggiatore e archeologo francese Charles Texier, che visitò l’area di Boğazkale e ne documentò le monumentali vestigia. La svolta arrivò però nel 1906, quando l’archeologo tedesco Hugo Winckler, insieme a Theodor Makridi del Museo Imperiale di Istanbul, avviò i primi grandi scavi sistematici. A Büyükkale furono rinvenute migliaia di tavolette e frammenti in scrittura cuneiforme che permisero di identificare definitivamente il sito con Hattusa.
Gli scavi proseguono ancora oggi grazie alla missione archeologica del Deutsches Archäologisches Institut, in collaborazione con le autorità turche, sotto la direzione dell’archeologo Andreas Schachner.
È proprio questa lunga tradizione di ricerca a rendere particolarmente interessante la nuova scoperta: il nuovo frammento è stato recuperato in un sito già scavato e studiato per oltre un secolo, a dimostrazione di quanto gli archivi di Hattusa siano ancora lontani dall’aver rivelato tutti i loro segreti.
Non lontano dalla capitale si trova inoltre Yazılıkaya, il celebre santuario rupestre dove sono scolpite decine di divinità del pantheon ittita. Dal 1986 Hattusa, Yazılıkaya e le altre aree archeologiche circostanti fanno parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

La guerra che precedette la pace
Il documento al quale appartiene il nuovo frammento fu redatto per porre fine a una delle grandi rivalità geopolitiche del mondo antico.
Nel XIII secolo a.C. l’Egitto e il regno di Hatti erano due delle principali potenze del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente. Entrambi volevano il controllo della Siria settentrionale e delle strategiche vie commerciali della regione.
Il momento più celebre di questa rivalità, durata per circa quindici anni, fu la battaglia di Kadesh (o Qadesh), combattuta nel 1274 a.C. dall’esercito egiziano di Ramesse II e da quello ittita di Muwatalli II. La battaglia venne celebrata dalla propaganda di Ramesse come una grande vittoria del faraone, ma, come vedremo più avanti, l’esito fu molto più complesso, tanto che Kadesh rimase sotto il controllo ittita (oggi è territorio siriano).
Intorno al 1272 a.C., circa due anni dopo la celebre battaglia, Muwatalli morì e, dopo una guerra civile, suo fratello minore Hattusili III salì al trono. Il nuovo sovrano scelse la via diplomatica per gestire i rapporti con Ramesse II, stabilendo le basi che misero fine agli scontri tra le due grandi potenze.
Il risultato fu quello che oggi chiamiamo Trattato di Kadesh, datato generalmente alla metà del XIII secolo a.C. e tradizionalmente collocato nel ventunesimo anno di regno di Ramesse II, intorno al 1259 a.C.; nelle fonti istituzionali turche è invece spesso indicato il 1269 a.C.
L’accordo fu ulteriormente suggellato dal matrimonio di Ramesse con una principessa ittita, Mathorneferura, figlia di Hattusili.
Il Trattato: non una semplice dichiarazione di pace
Il Trattato di Kadesh è diventato celebre come uno dei più antichi accordi di pace internazionali conosciuti. La sua importanza, però, va oltre la formula del “primo trattato di pace della storia”, definizione diffusa ma da usare con una certa cautela quando si parla delle origini della diplomazia scritta. Ciò che rende straordinario il documento è la possibilità di seguire materialmente il percorso di un accordo diplomatico attraverso due grandi Stati dell’età del Bronzo. Si tratta, in altre parole, di un documento nato dalla diplomazia di oltre 3000 anni fa e giunto fino a noi grazie agli archivi e ai monumenti.
Il trattato, però, non si limitava a sancire la fine delle ostilità, ma stabiliva una vera e propria alleanza strategica destinata a garantire una “buona pace” e una “buona fratellanza” tra i due sovrani e tra i rispettivi Paesi. Questa alleanza si articolava su quattro punti fondamentali che prevedevano impegni di non aggressione, assistenza reciproca e disposizioni sui fuggitivi:
- Patto di non aggressione: entrambi i sovrani si impegnarono a non invadere mai più il territorio dell’altro.
- Alleanza difensiva (mutua assistenza): se l’Egitto o l’Hatti fossero stati attaccati da una terza potenza (o da ribelli interni), l’altro Stato avrebbe dovuto inviare truppe in soccorso.
- Estradizione dei rifugiati politici: chiunque fosse fuggito da un regno per cercare asilo politico nell’altro doveva essere riconsegnato alle autorità del Paese d’origine.
- Amnistia per i rimpatriati: il trattato specificava che i cittadini estradati non dovevano essere puniti, giustiziati o subire mutilazioni, estendendo la protezione anche alle loro famiglie.
È proprio sulle disposizioni relative ai fuggitivi e alle loro famiglie che il frammento appena identificato getta nuova luce.
Le righe conservate appartengono alle disposizioni comprese tra gli articoli 12 e 20 e riguardano le persone che fuggivano dall’Egitto o dalla terra di Hatti per cercare rifugio nell’altro regno. Il testo contiene inoltre riferimenti alla protezione delle loro abitazioni dalla distruzione.
Quello emerso è un dettaglio tutt’altro che secondario: consente di recuperare una parte del testo relativa non ai grandi sovrani o ai confini, ma alla gestione concreta delle persone che attraversavano le frontiere tra i due Stati.
Un trattato nato da due potenze e conservato da due civiltà. Il documento originale, le copie ittite e le versioni egizie
Qui si affronta uno degli aspetti più affascinanti della storia.

Il trattato originario non fu inciso su argilla. Secondo la documentazione oggi disponibile, il testo diplomatico fu redatto in accadico, la lingua internazionale della diplomazia dell’epoca, e trascritto su tavolette d’argento. Quell’originale, purtroppo, non è sopravvissuto.
Ad Hattusa, però, sono tornate alla luce copie del testo su tavolette d’argilla, realizzate per gli archivi della corte ittita. È da una di queste copie che proviene anche il nuovo frammento.
Tra gli esemplari conservati, uno dei principali è oggi esposto al Museo dell’Oriente Antico, uno dei Musei Archeologici di Istanbul; altri frammenti sono confluiti nelle collezioni del Vorderasiatisches Museum di Berlino e del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, oltre al Museo delle Civiltà Anatoliche di Ankara.
Tuttavia, il contenuto del trattato non è documentato soltanto dagli archivi ittiti, poiché anche l’Egitto ne conserva la propria versione. Il testo fu reso in egiziano antico e inciso in geroglifico sulle pareti dei monumenti di Ramesse II. Una delle versioni più complete si trova nel complesso templare di Karnak, sulle pareti esterne della grande sala ipostila, mentre un’altra, più frammentaria, è conservata nel Ramesseum, il grande tempio funerario del sovrano della XIX dinastia, accanto ai rilievi che celebrano la famosa battaglia.

La conservazione dello stesso accordo da parte di entrambe le potenze è un fatto eccezionale: sono infatti molto rare le occasioni in cui è possibile confrontare le copie dello stesso trattato redatte dalle due parti, quella ittita e quella egizia. Il confronto tra le diverse copie è stato fondamentale per ricostruire le parti perdute e per comprendere meglio come il trattato venne concepito, tradotto e trasmesso dalle due corti. La comparazione ha inoltre contribuito a chiarire gli eventi storici che precedettero l’accordo, presentati dalla propaganda di entrambe le parti come una vittoria schiacciante.
LE VERSIONI EGIZIE
La macchina della propaganda egizia si attivò subito dopo il rientro di Ramesse il Grande dalla Siria. La battaglia di Kadesh era stata, a conti fatti, un confronto dall’esito incerto, ma il faraone non poteva permettere che il suo popolo percepisse la spedizione come un fallimento. Per questo motivo, trasformò le pareti di Karnak, Luxor, Abido e del Ramesseum in strumenti di propaganda politica, ordinando agli scribi di redigere due versioni diverse della stessa vicenda: una cronaca strategica e un’epopea mitologica.

La prima versione prese il nome di Bollettino. Questa narrazione si presenta come un resoconto militare preciso e dettagliato. Il testo guida il lettore attraverso le tappe della campagna, descrivendo la marcia delle quattro grandi divisioni egizie intitolate agli dei Amon, Ra, Ptah e Seth. Il Bollettino non nasconde la drammaticità degli eventi: racconta l’inganno delle spie ittite, che fecero credere a Ramesse che il nemico fosse lontano, e descrive il brutale attacco a sorpresa che travolse l’accampamento egizio. Il climax di questa cronaca è prettamente militare: la situazione venne salvata in extremis grazie al tempestivo arrivo dei Ne’arin, le truppe scelte che contribuirono a respingere l’imboscata.

La seconda versione, decisamente più celebre e spettacolare, è l’epico Poema di Pentaur (dal nome dello scriba, anche chiamato Pentawer, che in ieratico trascrisse su papiro questa vicenda durante il regno del figlio del grande faraone, Merenptah. Papiro Sallier III oggi al British Museum e Papiro Rifèh al Louvre). Qui la realtà storica si intreccia con la celebrazione della dimensione divina del sovrano. Il tono è epico, lirico e drammatico. Nel momento più critico dell’imboscata, il Poema non parla di strategie o di rinforzi militari; al contrario, descrive Ramesse completamente isolato e abbandonato dai suoi soldati terrorizzati. Di fronte al disastro imminente, il faraone invoca direttamente suo padre, il dio Amon. Ricevuta la forza divina, affronta da solo i nemici, falciando carri ittiti come un leone infuriato e ribaltando l’esito della guerra con la sola forza del suo braccio.

Attraverso questo astuto dualismo letterario — la precisione cronachistica del Bollettino da un lato e l’emozione eroica del Poema dall’altro — Ramesse riuscì a presentare lo scontro come una vittoria personale. Agli occhi dei suoi sudditi e dei posteri, la pace non fu il frutto di un compromesso diplomatico, ma la diretta conseguenza del suo trionfo e della protezione divina.
LE COPIE ITTITE
La scoperta delle tavolette di Boğazköy ha cambiato profondamente la nostra conoscenza del conflitto, rivelando il punto di vista dell’altra “superpotenza” dell’Età del Bronzo.
Ecco come i testi ittiti permettono di ricostruire questa storia da una prospettiva completamente diversa:
- La realtà militare: Kadesh non fu una vittoria egizia

Dettaglio della Battaglia di Kadesh dal Ramesseum. Assalto alla città (Ph. Paolo Bondielli)
Mentre Ramesse II celebra il trionfo, i testi d’argilla ittiti offrono una versione diversa dell’esito della battaglia che si concluse, dal punto di vista strategico, con un successo ittita o, al massimo, con uno stallo. Le tavolette descrivono l’astuta imboscata tesa da Muwatalli II, che mandò due spie a ingannare il faraone facendogli credere che l’esercito ittita fosse lontano. Sebbene Ramesse sia riuscito a evitare il disastro totale grazie all’arrivo dei rinforzi, le fonti disponibili indicano che gli Egizi non riuscirono a espugnare la città di Kadesh e che la città rimase sotto il controllo ittita.
- Il Trattato di Kadesh: un accordo tra pari, non una sottomissione
Il trattato di pace viene presentato nelle tavolette come un patto bilaterale di fratellanza e alleanza.
Nelle iscrizioni egizie, il testo è formulato in modo da far apparire gli Ittiti supplicanti la pace al grande faraone, mentre nelle tavolette di argilla il linguaggio riflette un rapporto tra sovrani di pari rango, tanto che i due sovrani si rivolgono l’un l’altro come “fratelli” e le rispettive consorti come “sorelle”. Il trattato non prevede vincitori né vinti, non stabilisce un rapporto di sottomissione, ma impegna entrambe le potenze alla non aggressione, alla reciproca difesa contro minacce esterne o ribellioni interne e all’estradizione dei rifugiati politici.

- Il ruolo chiave delle donne nella diplomazia
Un dettaglio straordinario che emerge dalle tavolette ittite, molto meno visibile nelle fonti monumentali egizie, è l’attivo ruolo diplomatico delle donne. L’archivio di Boğazköy conserva la corrispondenza personale di Puduhepa, la potente regina ittita e moglie di Hattušili III, sia con Ramesse II che con la sua Grande Sposa Reale Nefertari. Puduhepa appose persino il proprio sigillo di Stato sul Trattato di pace, come attestano le descrizioni delle impronte dei sigilli nella versione egiziana del documento. Queste testimonianze documentano il ruolo attivo della regina nelle relazioni diplomatiche e mostrano quanto la corte ittita affidasse alle figure femminili funzioni politiche di rilievo. Seppur con minor carisma, anche Nefertari si distinse in questo ruolo: note sono le sue abilità diplomatiche.
- Il matrimonio diplomatico come strumento di alleanza politica
Le tavolette descrivono anche i complessi e lunghi negoziati che portarono al matrimonio tra Ramesse II e una principessa ittita, figlia di Hattušili III e Puduhepa. Nei resoconti egizi, l’arrivo della principessa a Pi-Ramesse viene celebrato come l’atto di un re straniero che offre tributi e sua figlia in segno di sottomissione. Al contrario, le lettere di Boğazköy mostrano una trattativa matrimoniale alquanto articolata, nella quale Puduhepa partecipò attivamente, discutendo la dote e le condizioni relative allo status della principessa presso la corte egizia.
In sintesi, le tavolette d’argilla hanno permesso agli storici di affiancare alla narrazione egizia quella ittita, trasformando il racconto di un trionfo militare unilaterale in una ricostruzione più articolata del conflitto che diede origine a uno dei più importante compromessi geopolitici e a uno dei più antichi trattati di pace internazionale documentati.

Il nuovo frammento per un puzzle ancora incompleto ma di certo simbolo di equilibrio diplomatico
Il piccolo frammento rinvenuto ad Hattusa aggiunge dunque un nuovo tassello alla storia di una pace nata oltre tremila anni fa e ancora oggi capace di parlare al presente. Il Trattato di pace di Kadesh rappresenta ancora oggi un significativo esempio di equilibrio diplomatico: non a caso, una sua copia è esposta nella sede dell’ONU a New York. Dietro la celebrazione della vittoria da parte di entrambi i sovrani, si celava, infatti, la consapevolezza di una sostanziale parità delle forze e della necessità di trasformare la tregua in una pace duratura.
Il Trattato di Kadesh lascia una delle più importanti testimonianze concrete delle prime forme di diplomazia internazionale documentata.
E mentre gli archeologi continuano a cercarne le tracce tra le rovine di Hattusa, la storia di quella lontana pace potrebbe avere ancora qualche pagina da raccontare.
Sources: Universität Würzburg, www.aa.com.tr , Turkish Museums, basin.ktb.gov.tr , whc.unesco.org, “Ramesse II e gli Ittiti. La battaglia di Qadesh, il trattato di Pace e i matrimoni dinastici” di A. Elli e P. Bondielli. Ananke.
















