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Champollion a Benevento, 1826-2026. Dagli obelischi al Tempio di Iside

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Il contributo nasce da un’idea di Marcellino Aversano, originario di Benevento, in occasione del bicentenario della visita di Jean-François Champollion alla città. Le diverse competenze degli autori hanno suggerito di organizzare l’articolo in due parti complementari: la prima ricostruisce il viaggio di Champollion e la scoperta dei due obelischi; la seconda prende avvio dalle iscrizioni per ripercorrere la successiva storia degli studi sull’Iseo beneventano e le questioni che la ricerca lascia ancora aperte.

 

Champollion a Benevento: la scoperta dei due obelischi

Marcellino Aversano

Nel cuore degli anni Venti dell’Ottocento, l’Europa accademica assisteva con febbrile entusiasmo alla nascita dell’egittologia moderna. Nel 1822, Jean-François Champollion aveva annunciato al mondo la decifrazione della scrittura geroglifica tramite la Stele di Rosetta. Tuttavia, la sua grammatica si basava quasi esclusivamente su calchi, stampe e riproduzioni grafiche spesso imprecise. Per mettere alla prova il suo sistema sul campo, lo studioso intraprese tra il 1824 e il 1826 un fondamentale viaggio di studio in Italia, facendo tappa a Torino, Firenze, Roma e Napoli.  Proprio durante il soggiorno partenopeo nell’estate del 1826, l’attenzione di Champollion fu attratta da una controversia epigrafica riguardante il monumento di granito rosso eretto a Benevento.

La storia dell’obelisco beneventano era segnata da secoli di rimaneggiamenti. Abbattuti e frammentati in epoca tardoantica, i monoliti del santuario isiaco erano stati usati per secoli come materiale di reimpiego. Nel 1597, nel tentativo di ripristinare il monumento, i pezzi superstiti rinvenuti in città vennero riassemblati per erigere un unico monolite. Chi eseguì il montaggio nel Cinquecento, ignorando il significato dei geroglifici, combinò arbitrariamente rocchi e blocchi appartenenti a strutture differenti pur di ricomporre una stele verticale.

Tommaso Pietro Labruzzi, Veduta della cattedrale di Benevento (1789), acquerello, da artprice.com. Sulla sinistra, l’obelisco A, oggi in piazza Papiniano.

Decenni prima della visita di Champollion, l’autorevole antiquario danese Georg Zoëga aveva censito il monumento ritenendolo un blocco unico superstite. Le incisioni e le copie messe in circolazione dagli eruditi dell’epoca presentavano però evidenti incoerenze: alla luce del nuovo codice di lettura decifrato nel 1822, i geroglifici riprodotti sui fogli apparivano sconnessi, con frasi interrotte e figure orientate in direzioni opposte. Consapevole che a Benevento non vi fosse un disegnatore in grado di ricopiare i segni con precisione scientifica, Champollion decise di verificare la questione di persona.

Le quattro facce dell’obelisco posizionato davanti al Duomo di Benevento fino al 1860, per poi essere spostato in Piazza Papiniano nel 1872. Disegno di G. Zoëga, De origine et usu obeliscorum ad Pium Sextum Pontificem Maximum, Roma, 1797, p. 644.

Nell’agosto del 1826 Champollion si recò nel Sannio accompagnato dal celebre antiquario e disegnatore britannico Sir William Gell, con l’obiettivo di eseguire un rilievo autografo di massima accuratezza. Esaminando direttamente la superficie del granito eretto in città, Champollion ebbe la conferma dei suoi sospetti: la stele visibile non era un monolite integro, ma un puzzle arbitrario composto da sezioni disomogenee. L’intuizione decisiva arrivò perlustrando gli spazi del Palazzo Arcivescovile di Benevento, dove giacevano abbandonati altri grandi frammenti di granito scolpito.

Matita alla mano, Champollion ricopiò e analizzò le iscrizioni su otto fogli manoscritti. Misurando la sezione dei blocchi a terra e ricucendo la sintassi dei testi geroglifici incisi su di essi, lo studioso comprese che quei pezzi dispersi combaciavano perfettamente con le lacune del monumento in strada. Il verdetto fu immediato: Benevento non conservava un solo obelisco mutilato, ma i frammenti di una coppia di monoliti gemelli. Esultante per la risoluzione dell’enigma, lo studioso sintetizzò la sua scoperta in una celebre lettera inviata al fratello Jacques-Joseph il 5 settembre 1826: «Disegnai io stesso l’obelisco sul posto, e verificai quello che sospettavo, cioè che l’Obelisco esistente era fatto di pezzi di due obelischi. […] Unendo questi frammenti con quelli che compongono l’attuale obelisco, lo ricompongono senza il minimo dubbio. Partito alla ricerca di un solo obelisco, sono ritornato avendone scoperti due!»

L’ispezione sannita dell’agosto 1826 rappresentò così la prova del nove per il metodo di Champollion, trasformando la verifica di una svista epigrafica in uno dei momenti fondativi dell’archeologia sul campo.

«J’ai donc dessiné moi-même l’obélisque sur les lieux, et vérifié ce que je soupçonnais d’après la mauvaise gravure de Zoëga, c’est-à-dire que l’obélisque existant était fait des morceaux de deux obélisques. […] Parti pour chercher un obélisque, je suis revenu avec deux («Disegnai dunque io stesso l’obelisco sul posto e verificai ciò che sospettavo sulla base della cattiva incisione di Zoëga, cioè che l’obelisco esistente era composto da frammenti di due obelischi. […] Partito alla ricerca di un obelisco, sono tornato con due.»). Champollion J.-F.: Lettres de Champollion le jeune. Tome premier. Lettres écrites d’Italie, recueillies et annotées par Hermine Hartleben, Paris: Ernest Leroux, 1909, p. 384.

 

Dagli obelischi all’Iseo: due secoli di ricerche

Chiara Lombardi

«Les inscriptions portent qu’ils ont été élevés pour le salut de l’Empereur Domitien, et placés devant le temple de la Déesse Isis, “grande dame de Bénévent” […]» («Le iscrizioni attestano che furono eretti per la salvezza dell’imperatore Domiziano e collocati davanti al tempio della dea Iside, “grande signora di Benevento” […]»). Champollion J.-F.: Lettres de Champollion le jeune. Tome premier. Lettres écrites d’Italie, recueillies et annotées par Hermine Hartleben, Paris: Ernest Leroux, 1909, pp. 384-385.

Ricostruzione di quella che, secondo Müller, doveva essere la statua di culto dell’Iseo proveniente dal tempio di Iside di Behbeit el Hagar. Testa di Iside, diorite, III sec. a.C. (?). Museo ArCoS (Museo del Sannio), inv. n. 2166. Foto: C. Lombardi.

Con queste parole Champollion non comunicava soltanto la scoperta dei due obelischi. La lettura delle iscrizioni restituiva alla conoscenza moderna anche il santuario al quale quei monumenti appartenevano, collegandolo a Iside e all’età di Domiziano. Nei due secoli successivi gli stessi testi sarebbero stati più volte copiati, tradotti e discussi, mentre nuovi ritrovamenti avrebbero progressivamente ampliato, e in parte modificato, l’immagine dell’Iseo beneventano. Alcune delle prime acquisizioni trovarono conferma, altre furono corrette. L’ottavo anno di regno di Domiziano menzionato nelle iscrizioni corrisponde all’88/89 d.C., mentre il dedicante che Champollion aveva identificato come Lucilius Rufus è oggi riconosciuto come Rutilius Lupus, al quale i testi attribuiscono direttamente l’erezione degli obelischi.

Il modo stesso in cui Domiziano compare sui monumenti è oggi meglio comprensibile grazie al riesame dei testi. Il suo nome non è semplicemente trascritto in geroglifico, ma inserito nel linguaggio tradizionale della regalità egizia. L’imperatore riceve titoli propri del sovrano ed è definito «Re dell’Alto e del Basso Egitto», «figlio di Ra» e «vivente in eterno», accanto a formule che ne esaltano la forza e la vittoria. Nello stesso sistema di riferimenti si colloca Iside, designata secondo la tradizione religiosa egizia ma anche come «Iside la Grande, Signora di Benevento». La formula mostra con particolare evidenza come quel linguaggio sia stato adattato al contesto locale, fino a integrare Benevento nella titolatura della dea.

Statua di Domiziano come faraone, diorite, da Benevento, fine del I sec. d. C.; Museo ArCoS (Museo del Sannio), inv. n. 1903, Foto: M. Aversano.

Su questa lunga tradizione di letture è intervenuta la recente riedizione di Luigi Prada, fondata sul riesame diretto dei monumenti e sul confronto con le copie e le edizioni precedenti. Il quadro generale riconosciuto da Champollion rimane valido, ma diversi passi sono stati nuovamente discussi e alcune caratteristiche linguistiche e grafiche, considerate problematiche nella bibliografia precedente, possono essere riconsiderate alla luce delle pratiche scrittorie dell’età greco-romana. Prada considera inoltre plausibile che gli obelischi siano stati lavorati, e forse anche iscritti, in Egitto prima del trasferimento a Benevento. L’ipotesi rimane tale, ma richiama l’attenzione sulla possibile mobilità, insieme ai manufatti, delle competenze specialistiche necessarie alla loro realizzazione.

L’obelisco B dopo il restauro del Getty Museum nel 2018. Museo del Sannio, inv. n. 1916, granito, fine I sec. d.C. Foto: M. Aversano.

Le iscrizioni sono meno esplicite quando si tenta di ricostruire chi promosse l’intero programma e quale rapporto esistesse tra il dedicante e il potere imperiale. Domiziano occupa una posizione centrale, mentre Rutilius Lupus compare come responsabile dell’erezione degli obelischi ed è associato agli interventi compiuti nel santuario. Non è però possibile stabilire se nell’88/89 d.C. l’Iseo sia stato costruito interamente in quella occasione oppure se i testi documentino una nuova fase di un complesso già esistente. Alla fine degli anni Sessanta, Müller aveva interpretato il santuario in stretta relazione con Domiziano; più di recente, Pirelli ha ripreso e sviluppato questa linea, ritenendo che la qualità e la monumentalità dei materiali, l’elaborazione dei testi e la rappresentazione faraonica dell’imperatore difficilmente possano essere spiegate attraverso la sola iniziativa di un privato. La rilettura di Prada restituisce invece maggiore evidenza al ruolo dichiarato di Rutilius Lupus, senza che ciò escluda una più ampia dimensione imperiale del programma. Le iscrizioni documentano entrambi gli elementi, ma non permettono di definire con certezza il rapporto che li legava.

Anche il riferimento al ritorno di Domiziano va letto entro questi limiti. I testi auspicano che il rientro dell’imperatore sia prospero e la cronologia ha portato tradizionalmente a collegare questa formula alle campagne militari dell’89 d.C., soprattutto al conflitto dacico. Il contesto storico rende l’interpretazione plausibile, ma né la Dacia né la Germania sono nominate nelle iscrizioni. Nello stesso periodo si collocano infatti sia la rivolta di Saturnino in Germania Superior sia le vicende connesse al conflitto con Decebalo. Il riferimento a uno specifico episodio militare resta pertanto una ricostruzione storica, non un’informazione fornita esplicitamente dal testo.

L’obelisco A in Piazza Papiniano agli inizi del ‘900. Foto da: Sannio arte e archeologia, pagina Facebook.

Per diversi decenni furono proprio gli obelischi a fornire la principale testimonianza sul santuario al quale appartenevano. Nel 1892 il ritrovamento della parte superiore di uno dei monumenti offrì a Schiaparelli ed Erman l’occasione per tornare sulle iscrizioni e proporne nuove letture. La documentazione si ampliò in maniera decisiva nel 1903 quando, durante lavori nell’area delle fortificazioni nord-orientali della città, venne recuperato un consistente gruppo di sculture e altri materiali. Meomartini, Marucchi e Savignoni li pubblicarono già l’anno successivo, mettendoli in relazione con il santuario attestato dagli obelischi. Da quel momento l’Iseo non fu più conosciuto soltanto attraverso i testi geroglifici. Alle opere provenienti dall’Egitto faraonico e tolemaico si affiancavano sculture di età romana realizzate secondo forme egittizzanti e materiali appartenenti alla tradizione greco-romana.

L’obelisco A in Piazza Papiniano oggi. Foto: M. Aversano.

Il repertorio figurativo comprende immagini di sovrani, divinità, sacerdoti, sfingi e animali sacri, tra cui falchi, babbuini e tori Apis, oltre a elementi architettonici e agli stessi obelischi. Nel loro insieme, i materiali tradizionalmente associati all’Iseo beneventano costituiscono una delle maggiori concentrazioni di testimonianze egizie ed egittizzanti rinvenute fuori dall’Egitto in relazione a un contesto cultuale di età imperiale.

La straordinaria quantità di materiali emersi a partire dal 1903 non rese tuttavia più semplice la ricostruzione del santuario. Al contrario, mise in evidenza un problema che ancora oggi condiziona ogni interpretazione dell’Iseo beneventano. Nessun edificio finora individuato può essere identificato con sicurezza con il tempio di Iside e le sculture tradizionalmente attribuite al complesso non provengono da contesti che consentano di ricostruirne la collocazione originaria. Molti reperti furono rinvenuti in situazioni di reimpiego, altri in diverse zone della città, mentre la perdita dell’inventario del Museo del Sannio durante la Seconda guerra mondiale rese ancora più difficile ricostruirne le provenienze. Come osserva Kristine Bülow Clausen, in alcuni casi le indicazioni riportate da Müller si basavano esclusivamente sulla memoria dell’ex direttore del Museo, A. Zazo. La dispersione dei materiali e delle informazioni relative ai loro ritrovamenti ha inevitabilmente inciso anche sul tentativo di individuare il luogo in cui sorgeva il santuario, dal momento che le diverse proposte avanzate nel corso del tempo si sono fondate in larga misura proprio sulla distribuzione dei reperti nella città. Meomartini, valorizzando soprattutto le scoperte del 1903, propose di cercare l’Iseo nel settore nord-orientale di Benevento, presso Piano di Corte e Sant’Agostino. Müller indicò invece l’area compresa tra la Cattedrale, Piazza Cardinal Pacca e il Palazzo Arcivescovile, attribuendo particolare rilievo alla presenza storica degli obelischi in questo settore. Rosanna Pirelli ha successivamente preso in considerazione la zona del teatro romano, anche sulla base del confronto con altri santuari isiaci, mentre con maggiore cautela è stata discussa la possibilità di un più ampio contesto cultuale nell’area dei Santi Quaranta. Nessuna di queste ipotesi ha tuttavia trovato finora una conferma archeologica definitiva.

La stessa dispersione dei reperti ha condizionato anche il modo in cui è stato immaginato l’aspetto dell’Iseo. La monografia pubblicata da Hans Wolfgang Müller nel 1969 rappresentò il primo grande tentativo di riunire in una ricostruzione coerente iscrizioni, sculture ed elementi architettonici allora conosciuti e rimase per decenni il punto di riferimento degli studi.

Una delle sale del Museo ArCoS dove sono attualmente esposti i reperti pertinenti all’Iseo. Foto: C. Lombardi

Proprio il riesame di quella documentazione ha però mostrato quanto sia difficile ricondurre tutti i materiali a un unico programma figurativo. Kristine Bülow Clausen ha richiamato l’attenzione soprattutto sulle opere di tradizione greco-romana rinvenute insieme a quelle egizie ed egittizzanti e sul carattere secondario dei loro contesti di scoperta. L’associazione di molti reperti con l’Iseo resta verosimile, ma non può essere considerata ugualmente certa per ogni oggetto. Il santuario appare così meno uniforme di quanto fosse stato immaginato in passato e la compresenza di forme egizie, egittizzanti e greco-romane deve essere tenuta distinta dalla possibilità di stabilire dove e come ciascuna di esse fosse originariamente collocata.

In assenza dell’edificio, anche la ricostruzione dello spazio sacro rimane necessariamente ipotetica. Pirelli ha cercato di restituirne una possibile configurazione attraverso il confronto con santuari isiaci meglio conservati, proponendo una cella inserita in un complesso più ampio, preceduta dai due obelischi e da un percorso monumentale. In questa lettura le numerose sfingi avrebbero potuto disporsi lungo un viale di accesso. La presenza di almeno otto esemplari o frammenti di grandi dimensioni in granito rosso rende la proposta suggestiva, ma non permette di ricostruire la pianta dell’Iseo. Il confronto aiuta piuttosto a comprendere come materiali oggi isolati e dispersi potessero partecipare a un insieme monumentale del quale non si conserva più la struttura.

Quella stessa dispersione che impedisce di ricomporre il santuario offre qualche indizio sulla sorte dei suoi monumenti. Molte delle sculture recuperate nel 1903 provenivano da strutture difensive della città. Più in generale, la datazione al IV secolo della cosiddetta cinta ristretta proposta da Marcello Rotili ha portato a ricondurre almeno una parte dei fenomeni di reimpiego alle trasformazioni urbane della tarda antichità. Anche le mutilazioni visibili su numerose statue, spesso prive della testa, sono state messe in relazione con la cristianizzazione di Benevento e con possibili episodi di iconoclastia. Le condizioni di rinvenimento non consentono però di distinguere con sicurezza una distruzione intenzionale dai danni prodotti durante lo smontaggio e il riuso dei materiali. È dunque possibile seguire la dispersione dei monumenti con maggiore chiarezza di quanto sia possibile ricostruire il momento e le circostanze della scomparsa dell’Iseo.

Nel 1826 Champollion partì dal confronto diretto con i frammenti in geroglifico che gli permisero di riconoscere due obelischi dove, fino ad allora, se ne era considerato uno e di leggere nelle loro iscrizioni Domiziano e Iside, Signora di Benevento. Duecento anni di studi hanno corretto alcune delle sue letture e ampliato enormemente la documentazione, mentre le ricostruzioni che sembravano consolidate sono state sottoposte a verifica, senza rendere però superfluo il ritorno agli oggetti. Il bicentenario del 2026 assume così un significato che va oltre la memoria della visita di Champollion. Ricorda, infatti, il momento in cui i monumenti di Benevento entrarono nella storia dell’egittologia e, allo stesso tempo, quanto la loro interpretazione rimanga ancora aperta.

Testo autografo della lettera di Champollion al fratello del 5 settembre 1826.

Bibliografia

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Bülow Clausen K.: Domitian between Isis and Minerva: The Dialogue between the “Egyptian” and “Graeco-Roman” Aspects of the Sanctuary of Isis at Beneventum, in Bricault L. – M. J. Versluys (eds.), Egyptian Gods in the Hellenistic and Roman Mediterranean: Image and Reality between Local and Global, in Supplemento a Mythos 3, n.s., Caltanissetta, 2012, pp. 93-122.

Bülow Clausen K.: The Flavian Isea in Beneventum and Rome. The Appropriation of Egyptian and Egyptianising Art in Imperial Beneventum and Rome, PhD thesis, Copenhagen: University of Copenhagen, Faculty of Humanities, 2015.

Erman A.: Obelisken römischer Zeit, I. Die Obelisken von Benevent, in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung 8, 1893, pp. 210-218.

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Marucchi O.: Nota sulle sculture di stile egizio scoperte in Benevento, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1904, pp. 118-127.

Meomartini A.: Scoperta archeologica in S. Agostino, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1904, pp. 107-118.

Müller H. W.: Der Isiskult im antiken Benevent und Katalog der Skulpturen aus den ägyptischen Heiligtümern im Museo del Sannio zu Benevent, Berlin: Bruno Hessling, 1969.

Müller H. W.: Il culto di Iside nell’antica Benevento. Catalogo delle sculture provenienti dai santuari egiziani dell’antica Benevento nel Museo del Sannio, Benevento, 1971.

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Torelli M. R.: Benevento romana, Roma: L’Erma di Bretschneider, 2002.

Pirelli R.: Champollion, gli obelischi di Domiziano e il tempio di Iside a Benevento, Conferenza tenuta nell’ambito della XXVIII edizione della rassegna “Incontri di archeologia” 2022 – 2023, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, https://youtu.be/otbQ7APlpdM?si=PWpo_HAXMxmHZQlv 

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Chiara Lombardi

Laureata in Archeologia Orientale presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi magistrale in Archeologia Egiziana dal titolo “Iside nei testi funerari e nelle tombe del Nuovo Regno: iconografia e ruolo della dea tra la XVIII e la XIX dinastia” (2013), ha conseguito un master di primo livello in “Egittologia. Metodologie di ricerca e nuove tecnologie” presso la medesima Università (2010-2011). Durante il master ha sostenuto uno stage presso il Museo Egizio de Il Cairo per studiare i vasi canopi nel Nuovo Regno (2010). Ha partecipato a diversi scavi archeologici, tra i quali Pompei (scavi UniOr – Casa del Granduca Michele, progetto Pompeii Regio VI, 2010-2011) e Cuma (scavi UniOr – progetto Kyme III, 2007-2017). Inoltre, ha preso parte al progetto Research Ethiopic language project: “Per un nuovo lessico dei testi etiopici”, finanziato dall’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente e dal progetto PRIN 2005 “Catene di trasmissione linguistica e culturale nell’Oriente Cristiano e filologia critico testuale. Le problematiche dei testi etiopici: testi aksumiti, testi sull’età aksumita, testi agiografici di traduzione” (2006-2007). Ha collaborato ad un progetto educativo rivolto ai bambini della scuola primaria per far conoscere, attraverso sperimentazioni laboratoriali, gli usi e i costumi dell’antico Egitto e dell’antica Roma (2014-2015). È stata assistente di ricerca presso la Princeton University (New Jersey) per “The Princeton Ethiopian, Eritrean, and Egyptian Miracles of Mary digital humanities project (PEMM)” (2020-2021). Ricercatrice indipendente, attualmente è anche assistente di ricerca per il Professor Emeritus Malcolm D. Donalson (PhD ad honorem, Mellen University). Organizza e partecipa regolarmente a diverse attività di divulgazione, oltre a continuare a fare formazione. Collabora con la Dott.ssa Nunzia Laura Saldalamacchia al progetto Nymphè. Archeologia e gioielli, e con la rivista MediterraneoAntico, occupandosi in modo particolare di mitologia. Appassionatasi alla figura della dea Iside dopo uno studio su Benevento (Iside Grande di Magia e le Janare del Sannio. Ipotesi di una discendenza, Libreria Archeologica Archeologia Attiva, 2010), ha condotto diversi studi sulla dea, tra cui Il Grande inno ad Osiride nella stele di Amenmose (Louvre C 286) (Master di I livello in “Egittologia. Metodologie di ricerca e nuove tecnologie”, 2010); I culti egizi nel Golfo di Napoli (Gruppo Archeologico Napoletano, 2016); Dal Nilo al Tevere. Tre millenni di storia isiaca (Gruppo Archeologico Napoletano, 2018 – Biblioteca Comunale “Biagio Mercadante”, Sapri 2019); Morire nell’antico Egitto. “Che tu possa vivere per sempre come Ra vive per sempre” (MediterraneoAntico 2020); Il concepimento postumo di Horus. Un’ analisi (MediterraneoAntico 2021); Osiride e Antinoo. Una morte per annegamento (MediterraneoAntico 2021); Culti egiziani nel contesto della Campania antica (Djed Medu 2021); Nephthys, una dea sottostimata (MediterraneoAntico 2021). Sua è una pubblicazione una monografia sulla dea Iside (A history of the Goddess Isis, The Edwin Mellen Press, ISBN 1-4955-0890-0978-1-4955-0890-5) che delinea la sua figura dalle più antiche attestazioni nell’Antico Regno fino alla sua più recente menzione nel VII d.C. Lo studio approfondisce i diversi legami di Iside in quanto dea dell’Occidente e madre di Horus con alcune delle divinità femminili nonché nei cicli osiriaco e solare; la sua iconografia e le motivazioni che hanno portato ad una sempre crescente rappresentazione della dea sulle raffigurazioni parietali delle tombe. Un’intera sezione è dedicata all’onomastica di Iside provando a delineare insieme al significato del suo nome anche il compito originario nel mondo funerario e le conseguenti modifiche. L’appendice si sofferma su testi e oggetti funerari della XVIII dinastia dove è presente la dea.

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